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  • giovedì 25 aprile 2019

Cosa succede quando un centro di detenzione libico per migranti viene attaccato

Un video diffuso martedì mostra spari e scene di panico in un centro vicino a Tripoli: l'UNHCR è riuscita a trasferire altrove i migranti

Un fermo-immagine dei video girati dai migranti detenuti nel centro di Qasir bin Ghashir, in Libia, il 23 aprile 2019 (Guardian)

Martedì un gruppo armato ha sparato nel centro di detenzione per migranti di Qasr bin Ghashir vicino a Tripoli, in Libia. Secondo le testimonianze di alcuni dei migranti raccolte dal Guardian due persone sono morte e almeno 20 sono state ferite. Come sempre quando si parla di Libia, le cose non sono chiarissime: secondo l’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati, nell’attacco non è morto nessuno e solo 12 persone sono state ferite (e non da proiettili, ma per aver subito «attacchi fisici»). La notizia dell’attacco al centro di detenzione si è diffusa per via di alcuni video girati con cellulari all’interno della struttura: nel video si sentono degli spari e si vedono varie persone, alcune ferite, che si agitano all’interno di un capannone in condizioni igieniche precarie.

L’attacco al centro è solo una delle conseguenze delle nuove tensioni in Libia, provocate dall’avanzata dell’esercito del maresciallo Khalifa Haftar, che controlla quasi tutta la Libia orientale, verso Tripoli, sede del governo di Fayez al Serraj, quello riconosciuto dalla comunità internazionale. Il centro di detenzione, in cui l’ONU stimava fossero rinchiuse circa mille persone, si trova 20 chilometri a sud di Tripoli. È proprio la zona in cui le milizie armate legate al maresciallo Haftar stanno combattendo contro quelle di Serraj. Secondo i testimoni dell’attacco al centro di detenzione che hanno parlato con il Guardian e con Al Jazeera, a sparare sarebbero state le milizie di Haftar: sarebbe il primo attacco condotto contro un centro di detenzione per migranti.

I testimoni hanno raccontato che uomini, donne e bambini del centro stavano pregando quando un gruppo di uomini armati è entrato nel centro di detenzione e ha chiesto loro di consegnare i propri cellulari. Dopo aver ricevuto un rifiuto da parte dei migranti – per molte persone che vivono nei centri di detenzione il cellulare è l’unico legame con il mondo esterno – gli uomini armati hanno cominciato a sparare.

Non è chiaro se le guardie libiche che normalmente gestivano il centro di detenzione fossero presenti al momento dell’attacco: un detenuto nel centro aveva scritto ad Al Jazeera che se ne erano andate il 13 aprile lasciando i detenuti indifesi dopo che questi avevano rifiutato di farsi trasferire nel centro di detenzione di al Zintan, più a sud, perché avevano sentito dire che lì le condizioni di vita erano peggiori (ad alcuni migranti del centro, secondo la ricostruzione di Alessandra Ziniti di Repubblica, sarebbe anche stato chiesto di combattere contro le milizie di Haftar).

Amnesty International, la più famosa ONG che si occupa di diritti umani, ha chiesto che sull’attacco venga aperta un’indagine per crimine di guerra. L’UNHCR ha detto di aver evacuato 325 persone che si trovavano nel centro di detenzione con la collaborazione dell’IOM, l’agenzia ONU che si occupa di immigrazione, delle autorità libiche, della missione dell’ONU in Libia (UNSMIL) e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA). I migranti sono stati spostati nel centro di detenzione di Zawiya, che si trova sempre in Tripolitania, la regione di Tripoli, ma è più lontano dalla zona dei combattimenti e quindi dovrebbe essere più sicuro per i migranti. Le persone più deboli, tra cui donne e bambini, saranno invece trasferite al Centro di raccolta e partenza dell’UNHCR a Tripoli: è un centro aperto a dicembre in cui vengono ospitati i migranti in maggiori difficoltà in attesa di riunirli alle loro famiglie o di farli tornare al proprio paese.

Dall’inizio dei combattimenti il 4 aprile l’UNHCR ha organizzato quattro trasferimenti di gruppi di migranti: nelle ultime due settimane più di 825 persone sono state portate via dai centri di detenzione di Ain Zara, Abu Salim, Qasir bin Ghashir, Tagiura e al Zintan. Secondo l’UNHCR nei centri di detenzione della Libia, dove le violazioni dei diritti umani sono sistematiche e dove vengono trattenuti tutti gli stranieri che entrano illegalmente in Libia, ci sono al momento circa tremila persone; il Guardian parla invece di circa seimila detenuti. Molti sono bambini e giovani che intendono arrivare in Europa per chiedere protezione.

Secondo il Guardian e Al Jazeera molte delle persone detenute nel centro di Qasir bin Ghashir avevano provato a raggiungere l’Italia attraversando il mar Mediterraneo sulle barche dei trafficanti di esseri umani, ma erano state riportate indietro dalla cosiddetta “guardia costiera libica”.

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