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  • mercoledì 17 aprile 2019

In Sudan i civili e i militari provano a mettersi d’accordo

È finita l'era di Omar al Bashir, allontanato dopo trent'anni di regime autoritario, ma non è ancora chiaro se sia iniziato qualcosa di nuovo o no

Un militare sudanese in mezzo ai manifestanti antigovernativi a Khartoum, il 9 aprile (AP Photo)

A quasi una settimana dal colpo di stato contro il presidente sudanese Omar al Bashir, in Sudan sono iniziati i primi tentativi di accordo tra civili e militari per la gestione futura del potere. Al momento alla guida del paese c’è il Consiglio militare di transizione, organo composto da militari che però ha promesso di cedere il potere ai civili entro un limitato periodo di tempo. Lunedì anche l’Unione Africana, organizzazione che raggruppa i paesi del continente, ha chiesto all’esercito sudanese di completare la transizione verso un sistema democratico: per ora però lo stallo non si è sbloccato e i rapporti tra civili e militari sono rimasti collaborativi ma dominati da un’intensa diffidenza e sfiducia reciproca.

La situazione è molto incerta, soprattutto perché i militari, che la scorsa settimana avevano dato seguito alle proteste antigovernative arrestando Bashir e i membri del suo governo, continuano a sembrare indecisi.

Poco dopo avere annunciato il coprifuoco giornaliero in tutto il paese, per esempio, l’esercito è tornato sui suoi passi e l’ha cancellato. Lunedì il Consiglio militare di transizione ha insistito affinché i manifestanti sgombrassero le strade della capitale, ma i leader delle proteste si sono rifiutati per il timore che fosse un tentativo di mettere fine alle richieste di un cambiamento politico più radicale: dopo qualche momento di tensione, i militari si sono ritirati. L’esercito ha anche annunciato il licenziamento del primo leader sudanese ad interim un solo giorno dopo la sua nomina, oltre a quello di Salah Gosh, temuto e potente capo dell’intelligence sudanese considerato inaccettabile dalle decine di migliaia di manifestanti anti-Bashir. I giornalisti Declan Walsh e Joseph Goldstein hanno scritto sul New York Times che il rapporto tra civili e militari «è sembrato quello di una coppia su Tinder, con i manifestanti che scorrono verso sinistra o verso destra i profili dei candidati proposti dai militari, mentre un’atmosfera carnevalesca si è impadronita del principale luogo di protesta».

La difficoltà di creare un rapporto stabile di collaborazione tra civili e militari dipende anche dalla particolarità delle proteste da cui è nato il colpo di stato contro Bashir, guidate da un gruppo nuovo e poco conosciuto, l’Associazione Professionale Sudanese, che ha la sua base nella classe media del paese.

L’Associazione ha di fatto preso il posto di sindacati e opposizioni, smantellati da trent’anni di regime autoritario e in molti casi costretti all’esilio. È guidata da medici e ingegneri che avevano iniziato a organizzare le proteste antigovernative lo scorso dicembre contro l’aumento del prezzo del pane, a cui si sono aggiunti nel corso del tempo attivisti di vario tipo, da quelli impegnati nella crisi in Darfour a comitati di farmacisti e forum di twittatori. Per il momento il fronte dei manifestanti sembra piuttosto unito, ma i negoziati con l’esercito potrebbero far emergere profonde differenze interne e soprattutto creare tensioni con i gruppi che il Consiglio militare di transizione ha escluso dai colloqui, tra cui i partiti islamisti.

Finora le due parti si sono accordate sul fatto che nel nuovo governo i civili guideranno tutti i ministeri ad eccezione di quelli dell’Interno e della Difesa, mentre non c’è ancora accordo sulla lunghezza del periodo di transizione: i civili vogliono un periodo più lungo di quello proposto dai militari, per il timore che elezioni fatte troppo a ridosso della rivoluzione, come è successo negli ultimi anni in Libia ed Egitto, finiscano per indebolire la democrazia invece che rafforzarla. Il nodo principale, ha scritto il New York Times, rimane però capire chi avrà effettivamente il controllo sul primo ministro del nuovo governo civile, ovvero se il Consiglio militare di transizione avrà un qualche tipo di veto da esercitare nel processo di nomina.

Data la situazione ancora molto confusa, è difficile dire cosa ne sarà del futuro del Sudan. I pessimisti sostengono che il Sudan, uno dei paesi più grandi e poveri dell’Africa, rischia di fare la fine della Libia, dove la destituzione del regime quarantennale di Muammar Gheddafi è stato anche l’inizio di caos e guerre civili. I più ottimisti pensano invece che la rivoluzione sudanese porterà a risultati simili a quelli che si videro in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid, grazie a lunghi e complessi negoziati tra le parti coinvolte.

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