(Getty Images)
  • Sport
  • giovedì 28 marzo 2019

Il futuro di San Siro

Il comune di Milano sta cercando di capirlo con Inter e Milan, che condividono lo stadio Meazza e hanno intenzione di rifarlo, perché sono già in ritardo

(Getty Images)

Da tempo a Milano si parla del futuro dello stadio Giuseppe Meazza nel quartiere San Siro, uno degli impianti più famosi del calcio italiano e internazionale. Le discussioni avute in passato da Milan e Inter – le due squadre che lo gestiscono – con il proprietario, il comune di Milano, non hanno mai portato a nulla, principalmente a causa del ridimensionamento subito dai due club in concomitanza con le cessioni da parte delle loro vecchie proprietà milanesi, la famiglia Berlusconi e la famiglia Moratti.

Ora però Inter e Milan hanno due nuove proprietà, una cinese e una statunitense: hanno raggiunto – o stanno raggiungendo – una nuova stabilità societaria che permette loro di concentrarsi su investimenti più significativi come quelli sulle strutture. Uno stadio moderno e soprattutto di proprietà è quello che manca a entrambe per avvicinarsi ai ricavi economici delle grandi squadre europee, ma a riguardo ci sono ancora delle questioni da risolvere: dove farlo e come.

Dal 1925 a oggi

Il Meazza venne costruito fra il 1925 e il 1926 su iniziativa di Piero Pirelli, allora presidente del Milan e figlio di Giovanni Battista, fondatore dell’azienda produttrice di pneumatici che è sponsor dell’Inter da ventiquattro anni. Dalla costruzione al 1935 lo stadio fu ad uso esclusivo del Milan. Poi però venne comprato dal comune di Milano e nel 1947 vi si trasferì anche l’Inter. Da allora i due club lo affittano dal comune e lo gestiscono tramite la società congiunta M-I Stadio.

San Siro negli anni Sessanta (Keystone/Getty Images)

L’attuale Meazza è il risultato di tre radicali interventi di ristrutturazione. In origine si presentava con quattro tribune e una capienza di 35.000 spettatori. Quando subentrò il comune di Milano le quattro tribune vennero collegate fra loro, portando la capienza a oltre 50.000 posti. Nel 1955 l’impianto arrivò a contenere 100.000 spettatori dopo la costruzione del secondo anello. Divenne infine lo stadio che è ora — con una capienza attorno agli 80.000 spettatori — in occasione dei Mondiali in Italia del 1990, per i quali venne aggiunto il terzo anello, la copertura degli spalti e le riconoscibilissime undici torri cilindriche in cemento armato poste davanti alla struttura del 1955.

Per la sua lunga storia e per il prestigio delle due squadre che ci hanno giocato e vinto molto, il Meazza è uno degli stadi di calcio più noti al mondo. Strutturalmente, però, è piuttosto datato. I suoi comfort, paragonati a quelli degli stadi moderni, sono estremamente limitati. I posti sulle gradinate sono più stretti che in ogni altro grande stadio di recente costruzione e in certi settori la visibilità è parzialmente ostacolata da barriere e balaustre. Gli anelli superiori sono raggiungibili, oltre che dalle torri, da scalinate strette e tortuose che si intasano spesso (e così lunghe da essere di fatto impraticabili per molte persone anziane o con bambini piccoli). L’impianto sonoro è costituito da una serie di altoparlanti sospesi in aria con dei cavi di acciaio fissati alla copertura. Salvo alcuni spazi ricavati nel corso degli anni, la struttura non permette la presenza di attività commerciali e locali interni dedicati a tutti gli spettatori.

Ristrutturazione o rifacimento

Per ospitare la finale di Champions League del 2016 la UEFA richiese diffusi interventi di ristrutturazione. Il piazzale e i parcheggi all’esterno sono stati allora ampliati e riorganizzati. All’interno, le panchine delle squadre sono state spostate accanto alle poltroncine degli spettatori a bordo campo. Le barriere di sicurezza tra i settori del primo anello sono state abbassate da due a circa un metro di altezza ed è stata rinnovata la segnaletica.

Tuttavia, il fatto che buona parte della struttura del Meazza si basi su una costruzione risalente al 1955 lo rende poco adatto a drastici interventi di ristrutturazione. I lavori per la finale Champions League non sono serviti infatti a risolvere i suoi problemi strutturali.

San Siro nel 2017 dopo i lavori per la finale di Champions League (Getty Images)

La comunicazione delle intenzioni definitive al comune da parte di Milan e Inter è attesa a breve ed è richiesta con una certa urgenza anche dal Comitato Olimpico Internazionale, dato che San Siro è stato indicato come sede della cerimonia inaugurale nella candidatura di Milano-Cortina alle Olimpiadi invernali del 2026.

Si sa per certo che i due club stanno lavorando a una soluzione condivisa anche per il nuovo impianto e che la capienza verrà molto probabilmente diminuita, dato che gli attuali 80.000 posti vengono riempiti solo una decina di volte a stagione. Il presidente del Milan, Paolo Scaroni, e l’amministratore delegato dell’Inter, Alessandro Antonello, hanno recentemente parlato della condivisione dicendo che la lunga coesistenza al Meazza rappresenta una garanzia, così come la convivenza pacifica tra le due tifoserie, un caso unico in Italia.

La condivisione metterebbe in risalto la storia dei due club, dato che l’Inter venne fondata nel 1908 da alcuni dirigenti “dissidenti” del Milan. Circolano tuttavia dei dubbi sulla convenienza: la costruzione condivisa abbatterebbe i costi iniziali, ma la condivisione dello stadio ultimato potrebbe limitare i ricavi di entrambi i club per i limiti organizzativi (l’unico altro grande stadio condiviso in Europa di recente è stato l’Allianz Arena di Monaco, che dal 2005 al 2017 è stato utilizzato dal Bayern e dal Monaco 1860).

L’aspetto ancora da chiarire sul nuovo Meazza rimane la modalità di costruzione. Il sindaco Sala ha detto che “preferirebbe lavorare sul Meazza”, ristrutturandolo, senza però escludere a priori la possibilità di un rifacimento. L’unica vera condizione del comune è che l’eventuale nuovo stadio venga costruito nell’area di San Siro, già predisposta alla presenza di uno stadio capiente e servita da due fermate di una linea metropolitana di recente costruzione.

L’ultima partita del Tottenham al vecchio White Hart Lane di Londra, demolito e poi ricostruito (Getty Images)

I disagi legati a una ristrutturazione, tuttavia, potrebbero spingere i due club a scegliere la demolizione dell’attuale impianto per una nuova costruzione adiacente. La ristrutturazione potrebbe infatti durare almeno un anno in più del tempo previsto per la costruzione da zero (circa due anni). Creerebbe inoltre più disagi alle squadre, che dovrebbero giocare fra i cantieri o trasferirsi in un altro stadio in grado di accoglierle, che però nelle immediate vicinanze non c’è.

Negli ultimi giorni sono circolate opinioni e appelli — più sentimentali che realistici — contro la demolizione del Meazza, ritenuto un “monumento” del calcio italiano da preservare. L’impianto non è tuttavia sottoposto a vincoli da parte della Soprintendenza e i due club non hanno altre alternative per la costruzione oltre alla zona di San Siro. In ogni caso, non sarebbe il primo impianto storico ad essere demolito per fare posto a uno moderno che ne porti avanti la storia. Lo stadio Wembley di Londra, per esempio, è stato per quasi ottant’anni il simbolo del calcio inglese nel mondo. Diventato però obsoleto e scomodo, nel 2003 venne abbattuto e dal 2007 è stato rimpiazzato dal nuovo Wembley, uno degli impianti sportivi più efficienti e accoglienti mai realizzati, dove vengono ospitate le partite delle nazionali, le finali di campionati e coppe e gli incontri inglesi del football americano NFL.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.