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  • venerdì 1 marzo 2019

Nel calcio italiano c’è una nuova bolla?

Se lo è chiesto Marco Bellinazzo sul Sole 24 Ore, a partire dal recente e discusso caso della cessione di Stefano Sturaro dalla Juventus al Genoa

Stefano Sturaro (Maurizio Borsari/AFLO)

Sul Sole 24 Ore il giornalista Marco Bellinazzo ha messo in fila un po’ di numeri per capire se nel calcio italiano si stia formando una nuova “bolla” legata alle plusvalenze gonfiate: un sistema con cui molte squadre riescono a far quadrare i loro bilanci vendendo giocatori a cifre più alte di quelle considerate “giuste”. Guadagnare dalla vendita dei giocatori è normale, e non esiste un modo per valutare in modo univoco il valore di un giocatore, ma il problema arriva secondo Bellinazzo «quando la cessione di un calciatore non avviene a fronte di soldi veri o di scambi basati su valutazioni realistiche, bensì di quotazioni fittizie, gonfiate». È un sistema che nel breve periodo fa guadagnare tutti, ma che alla lunga può portare – come già successo in Italia – a enormi problemi, quando il meccanismo si inceppa e per fare quadrare i bilanci servono soldi veri.

Nelle ultime settimane si è ricominciato a parlare del problema dopo che il Genoa ha comprato per quasi 17 milioni di euro Stefano Sturaro dalla Juventus: è stato l’acquisto più costoso della storia del Genoa, ma Sturaro è considerato un giocatore di livello medio e non gioca una partita da mesi a causa di persistenti problemi fisici. Il caso di Sturaro però è stato solo il più rumoroso di una lunghissima serie.

A parte i diritti tv, le plusvalenze da calciomercato sono diventate la fonte più importante dei ricavi dei club di Serie A. Valgono oggi quasi un quarto del totale del giro d’affari e all’orizzonte potremmo trovarci in una situazione difficile, per certi versi simile a quella verificatasi poco meno di 20 anni fa . Vediamo il perché.

La bolla degli anni 2000
Le plusvalenze erano pari a 443 milioni nella stagione 2013/14, sono salite a 693 milioni nella stagione 2016/17 e supereranno i 750 milioni nella stagione 2017/18. L’incremento di questa tipologia di entrate in appena un quinquennio è del 66 per cento. Nella scorsa stagione, per esempio, la Juventus ha iscritto a bilancio surplus da calciomercato per 94 milioni, la Fiorentina per 89 milioni, la Roma per 65, la Lazio per 61 milioni, l’Inter per circa 50 milioni, l’Atalanta per 47, la Sampdoria per 38, l’Udinese per 37, il Milan per 36 e il Napoli per 30. In pratica, si sta ritoccando la cifra record di 800 milioni di plusvalenze registrate al termine della stagione 2001/2002, alla vigilia di una delle fasi più tragiche della storia del calcio italiano con decreti d’urgenza “spalma-ammortamenti”, bilanci falsificati e catene di fallimenti. Siamo perciò alle soglia dell’esplosione di una nuova bolla speculativa? I numeri sono preoccupanti.

Il calcolo delle plusvalenze
Il meccanismo è tornato prepotentemente in auge e la lezione del passato sembra dimenticata o ignorata. L’acquisto dei giocatori a prezzi sempre più alti produce un effetto benefico nei bilanci di chi vende: la differenza tra la somma incassata e quella originariamente versata per assicurarsi le prestazioni di quell’atleta, garantisce un surplus che si può iscrivere subito nel conto economico. Se quel calciatore è poi cresciuto nel vivaio oppure è stato tesserato già da due o tre anni, e quindi la spesa per il suo cartellino è già stata in gran parte ammortizzata, i soldi ricevuti vanno tutti o quasi accreditati ai ricavi, con la conseguenza di poter ribaltare un bilancio in rosso e, per i presidenti, di non dover mettere mano al portafoglio. Ricorrere al calciomercato per far quadrare i conti, dunque, non è atipico o commendevole. Anzi, per le società di provincia (sempre di Serie A) il vivaio in cui forgiare nuove leve può rappresentare un business redditizio e una mission aziendale.

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