«Salvini è una Chiara Ferragni che non ce l’ha fatta»

E altre accuse contro l'approccio online dei due partiti di governo contenute nel nuovo libro di Matteo Renzi

Esce oggi per l’editore Marsilio un libro scritto dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi che si intitola Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani: tra queste idee Renzi cita la proposta di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso di internet da parte della Lega e del M5S, «quando eserciti di troll e profili falsi aggrediscono non solo le pagine dei principali leader, ma anche di chi, manifestando la propria adesione con un like al commento del politico preso di mira, diventa immediatamente obiettivo dell’attacco successivo». L’accusa è esposta in questa anticipazione del libro.

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La storia, poi – o più probabilmente la cronaca –, saprà dire che cosa c’è dietro la macchina creata da Matteo Salvini con il suo fido scudiero Luca Morisi, e soprattutto il tempo chiarirà se per costruire questo poderoso impianto di diffusione di notizie da parte della Lega e del suo leader siano stati utilizzati almeno parte di quei 49 milioni di euro che, incomprensibilmente, il Carroccio ha sottratto agli italiani e dei quali la magistratura ha disposto la restituzione. Auguriamo lunga vita a Salvini e ai suoi, visto che l’accordo siglato con i magistrati prevede il rimborso in comode rate, da qui a ottant’anni. Auspichiamo che entro quella data sia fatta chiarezza sull’uso di quel denaro per un eventuale impiego nella Bestia. Credo si tratti di una notizia di rilevante interesse nazionale sapere se per la trasformazione di Matteo Salvini in social influencer abbiano pagato «prima gli italiani».

Se domani emergessero evidenze per le quali quella che sembra una spontanea relazione tra «il capitano» Salvini e la sua gente, relazione che si nutre di foto di cibo postate a ogni piè sospinto, fette di pane e nutella, polenta e pizzoccheri della Valtellina, non fosse in realtà una costruzione spontanea ma il frutto di un lavoro di anni magari pagato dal contribuente italiano, quale reazione potrebbe avere un seguace del capitano non sufficientemente indottrinato? E le aziende che lavorano con la Bestia hanno relazioni o rapporti di natura economica con il mondo della sanità nelle Regioni governate dalla Lega?

Hanno trasformato Salvini in un influencer al punto che posta anche la marca dei prodotti che mangia. Tecnicamente niente da eccepire, lavoro fatto a regola d’arte. Ma preferisco Chiara Ferragni, che ha rivoluzionato la moda e lo ha fatto senza spendere un centesimo di soldi pubblici. Salvini che diffonde le foto delle sue cene è un’aspirante webstar, è una Chiara Ferragni che non ce l’ha fatta.

Sebbene abbia tratti diversi da quella della Lega, non meno interessante e opaca è la piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle. Nessuno ha spiegato nel dettaglio quanto pervasivo sia tale strumento di controllo come, nei rispettivi libri, Jacopo Iacoboni (L’Esperimento. Inchiesta sul Movimento 5 Stelle), e due fuoriusciti, Nicola Biondo e Marco Canestrari (Supernova. Com’è stato ucciso il MoVimento 5 Stelle).

Siamo al paradosso per cui coloro che si preoccupavano della deriva autoritaria riguardo a chi voleva cambiare i poteri delle Regioni, tacciono davanti a una piattaforma che teorizza il superamento del parlamento. Mi hanno accusato di essere una specie di golpista perché volevo cancellare il Cnel, ma noto che i maggiori costituzionalisti che attaccavano la mia riforma non battono ciglio quando di fatto si dichiara conclusa l’era della democrazia rappresentativa.

Io non voglio sostenere che la democrazia italiana sia a rischio, perché mi sembra un eccesso di allarmismo tipico di chi tutte le volte grida: «Al lupo! Al lupo!» e poi rischia di non riconoscere le vere minacce. Si è utilizzato lo spauracchio della deriva autoritaria per un referendum che cercava soltanto di semplificare il sistema e rendere più stabili i governi. Ma se guardiamo alla politica degli ultimi dieci anni, anche leader di primo piano hanno evocato continuamente colpi di Stato con un linguaggio e dei toni eccessivi per chi crede nelle istituzioni.

Sostenere, come fanno ancora alcuni dirigenti di Forza Italia, che negli ultimi sette anni vi siano stati almeno cinque colpi di Stato, significa non avere contezza della realtà e della solidità del sistema costituzionale italiano, vuol dire inquinare i pozzi del dibattito democratico, in definitiva, non riconoscere l’avversario considerandolo un usurpatore. Significa non giocare secondo le regole della democrazia.

Pertanto non mi si sentirà mai parlare di attacco alla democrazia, ma mi limiterò a chiedere che si istituisca una commissione su questi temi, perché penso che le istituzioni parlamentari debbano controllare ogni tipo di attività politica istituzionale.

Se è vero, infatti, che il problema va ben oltre i confini del nostro paese, è anche innegabile che la montagna di fake news che domina i social in Italia ha bisogno di una verifica appropriata.

Ci sono strutture sulle quali qualcuno, prima o poi, dovrà fare chiarezza – la magistratura o una commissione parlamentare, che naturalmente la maggioranza grillino-leghista si guarda bene dall’istituire –, per analizzare quel meccanismo ormai rodato che abbiamo visto all’opera in tutti i più recenti passaggi chiave per il paese, quando eserciti di troll e profili falsi aggrediscono non solo le pagine dei principali leader, ma anche di chi, manifestando la propria adesione con un like al commento del politico preso di mira, diventa immediatamente obiettivo dell’attacco successivo. Ci sono dei procedimenti civili che potrebbero aiutare: presso il tribunale di Genova è in corso una causa intentata dai nostri avvocati per capire chi è il responsabile delle menzogne scritte sul blog di Beppe Grillo quando mi accusava di avere le mani sporche di petrolio e di sangue, per esempio.

Ma una commissione parlamentare di inchiesta potrebbe essere lo strumento più adatto a stabilire la verità dei fatti.

© Marsilio