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  • venerdì 25 gennaio 2019

Ci si può vestire di latex agli Oscar?

Sì, stando agli abiti di alta moda presentati a Parigi, che rivedrete indossati dalle celebrità alle serate di gala dei prossimi mesi

Una modella per Balmain, Parigi, 23 gennaio 2019 (AP Photo/Thibault Camus)

Si è conclusa la Settimana della haute couture di Parigi, dove dal 21 al 24 gennaio le aziende di alta moda hanno presentato le loro collezioni per la primavera/estate 2019. La haute couture è considerata l’origine della moda, con abiti sartoriali, stampe ricercate e tessuti pregiati che richiedono centinaia di ore di realizzazione. Per essere considerata tale, un’azienda di haute couture deve rispettare i parametri stabiliti del ministero francese dell’Industria e dalla Federazione francese della moda: deve avere un laboratorio a Parigi con non meno di venti dipendenti a tempo pieno; presentare due collezioni l’anno, sempre a Parigi, per un totale di 50 vestiti; e confezionare abiti su misura che le clienti possano provare personalmente. Le sfilate di alta moda sono un momento interessante anche per chi non segue la moda: un po’ per la magnificenza degli abiti, un po’ perché spesso è tra questi che vengono scelti quelli indossati alla cerimonia degli Oscar, nei festival e nelle serate di gala che si terranno nei prossimi mesi.

«Quando nacque, l’alta moda era fatta per le donne bianche. Per me ha a che fare con il sogno, la fantasia e l’espressione dell’individualità, e questo significa diversità. Non c’entra con un messaggio politico che metti su una T-shirt e nemmeno con lo streetwear o lo sportwear; parla del tuo modo di guardare al mondo». È così che Pierpaolo Piccioli, il direttore creativo di Valentino, ha spiegato la sua collezione, presentata nell’ultimo giorno di sfilate. È stata una delle più ammirate e apprezzate – Vogue l’ha definita il culmine della rassegna – con abiti voluminosi e sorprendenti, ricami, paillettes, pizzi, fiori d’organza. Alla bellezza si è accompagnata la scelta di far sfilare 45 modelle nere su un totale di 65, una rarità nel mondo prevalentemente bianco della moda, e di farla chiudere da Naomi Campbell, che mancava dalle passerelle da dieci anni. «In quanto stilista, ho una voce. Spero sia forte. Ho intenzione di usarla», ha detto Piccioli.

Anche Viktor & Rolf hanno deciso di mandare un messaggio forte e chiaro, cucendo sugli abiti slogan enormi e popolari sui social network come “I am not shy, I don’t like you” (“Non sono timida, è che non mi piaci”) o “Sorry I’m late, I didn’t want to come” (“Scusa ho fatto tardi, non volevo venire”).

Secondo Vanessa Friedman del New York Times la sfilata della stagione è stata quella di Olivier Rousteing, direttore creativo di Balmain, azienda che aveva rinunciato all’alta moda dal 2002, quando se ne andò lo stilista Oscar de la Renta. Rousteing ha scavato negli archivi del marchio e ha tirato fuori perle avvolte alle gambe e alle spalle delle modelle, frange ricamate con Swarovski (per tutta la collezione è stato usato più di un milione di cristalli), spigoli che spuntano da enormi fiocchi rosa.

Oltre ai classici abiti da cerimonia, con gonne vaporose e immense, tra pizzi e tulle, come quelli di Giambattista Valli ed Elie Saab, si sono viste anche collezioni un po’ più originali. Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Christian Dior, si è ispirata per la sua collezione al mondo del circo, vestendo le modelle da Pierrot; Karl Lagerfeld – che non è apparso in passerella ma si è fatto sostituire dal suo braccio destro Virginie Viard – ha reinventato un mondo settecentesco in una villa mediterranea, proponendo come vestito da sposa un costume da bagno di paillettes argentate, con lo strascico applicato alla cuffietta; Armani Privé (la linea di alta moda di Giorgio Armani), ha reso omaggio a Il conformista, film del 1970 di Bernardo Bertolucci, morto lo scorso novembre.

Iris van Herpen, «probabilmente la stilista più inventiva d’oggi», scrive sempre Vanessa Friedman, ha creato una collezione stampata in 3D, tagliata con il laser e disegnata con un equilibrio tra creatività e algoritmi. John Galliano, direttore creativo di Maison Margiela, «ha trattato i modelli e le modelle come qualcosa di interscambiabile, mettendoli nel mezzo di un caos apparecchiato in una stanza ricoperta di graffiti», ha scritto Friedman, tra stampe generate da un computer, fili metallici, piume, tweed, tutto decostruito, tagliato e riassemblato.

Per finire, si è parlato molto della collezione di Clare Waight Keller per Givenchy, fatta di smoking dai tagli rigorosi, architettonici e austeri ma dallo spirito eccentrico per la presenza di leggings di latex, definiti subito “kinky” dalla stampa. Oltre al latex, Vogue ha segnalato la novità di un enorme fiocco con zainetto, che potrebbe diventare la nuova borsa di successo della haute couture.