La ricerca di un vaccino per la malattia X

Come i ricercatori si preparano a trovare una soluzione per una malattia che ancora non conosciamo, ma che potrebbe causare una grande epidemia

Un operatore sanitario visita un bambino durante un’epidemia di Ebola a Monrovia, Liberia, nel 2014 (John Moore/Getty Images)

Circa un anno fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblicò un rapporto nel quale indicava le malattie che potrebbero causare grandi epidemie, invitando la comunità scientifica a concentrare le ricerche nello sviluppo di nuovi vaccini e farmaci per tenerle sotto controllo, in caso di una loro rapida diffusione. Oltre a diverse malattie già note come Ebola e la febbre emorragica Congo-Crimea (CCHF), nel rapporto era elencata anche una “malattia X”, definita come: “La consapevolezza che una grave epidemia internazionale potrebbe essere causata da un patogeno che attualmente non è noto per causare malattie negli esseri umani”. L’indicazione generica fu ripresa dalla maggior parte dei media, spesso con titoli allarmistici e che tradivano il senso del rapporto dell’OMS, teso semplicemente a non escludere nessuna possibilità dalle valutazioni sul rischio legate alle grandi epidemie.

Ancora prima del rapporto dell’OMS – che era comunque un aggiornamento di una precedente iniziativa – diversi centri di ricerca erano già al lavoro per trovare nuove soluzioni per produrre rapidamente vaccini nel caso di un’epidemia dovuta a virus noti o a una “malattia X”. I progressi sulle malattie contagiose sono ormai tangibili, il caso del vaccino per Ebola lo sta dimostrando, mentre le cose sono ancora un po’ complicate per la messa a punto di sistemi più generici, da poter adattare facilmente e rapidamente all’emergere di una malattia causata da un virus sconosciuto, o che fino alle sue mutazioni più recenti si era rivelato innocuo per gli esseri umani.

Tra le iniziative più promettenti in questo ambito della ricerca, l’ultimo numero dell’Economist cita il caso della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) di Oslo. La coalizione è finanziata dai governi della Norvegia e dell’India, e riceve contributi da altre organizzazioni pubbliche e private come la Bill & Melinda Gates Foundation e il World Economic Forum. Esiste dalla fine del 2017 e in poco più di un anno ha raccolto fondi per 740 milioni di dollari, per lo più investiti in attività di ricerca e sviluppo di vaccini di nuova generazione.

CEPI ha speso circa 250 milioni di dollari per intensificare le ricerche sui vaccini contro: il virus della febbre di Lassa (un tipo di febbre emorragica endemico dell’Africa occidentale), la sindrome respiratoria mediorientale da Coronavirus (MERS) e il virus Nipah, diffuso in Malesia e con epidemie che hanno interessato parti di Singapore, del Bangladesh e dell’India.

Le ricerche su un vaccino per la “malattia X” sono invece più complicate, ma questo non sta scoraggiando CEPI che ha destinato svariate decine di milioni di dollari per i lavori di ricerca. L’obiettivo è realizzare una sorta di vaccino generico, che possa essere poi facilmente adattato per uno specifico tipo di virus, quando questo viene identificato. Attualmente sono in media necessari tra i due e i tre anni per isolare un virus, capire come funziona e realizzare un vaccino per rendere immuni le persone dai suoi effetti. Nel caso di un’epidemia su larga scala, attendere tre anni sarebbe poco proponibile, da qui la necessità di trovare soluzioni alternative e più rapide.

CEPI ha investito parte dei propri fondi in un progetto di ricerca in corso presso l’Imperial College di Londra, dove un gruppo di ricercatori sta cercando di realizzare vaccini con RNA che si “autoamplifica”. Per farsi un’idea di come funzionano, occorre fare un passo indietro e un breve ripasso sui vaccini tradizionali. Questi prevedono di inserire nel nostro organismo, di solito tramite iniezione, pezzi di proteine provenienti dalla superficie esterna del virus o interi virus, che sono però stati indeboliti/inattivati per evitare che facciano sviluppare la malattia vera e propria. In questo modo, il nostro sistema immunitario può farsi un’idea del nemico e trovare una soluzione per contrastarlo, serbandone poi memoria in caso di futuri contagi.

Un effetto simile può essere ottenuto iniettando non pezzetti o virus indeboliti interi, ma solamente i geni che contengono le istruzioni per produrre le proteine che il virus sfrutta per legarsi alle cellule del nostro organismo e farci ammalare. Queste istruzioni sono contenute nell’RNA, una molecola simile al DNA, che è quindi ciò che viene materialmente iniettato. Avendo le istruzioni, l’organismo può ricostruire le proteine, imparare a contrastarle e serbarne memoria. I ricercatori ritengono che sfruttando questo meccanismo si possano realizzare vaccini più rapidamente, ma soprattutto con la possibilità di essere ad ampio spettro e più versatili. Un approccio simile è seguito da tempo per la ricerca di un vaccino universale contro l’influenza, ancora oggi una delle malattie più mortali che ci siano.

CEPI sta inoltre finanziando una ricerca sul “molecular clamp” (letteralmente “morsetto molecolare”), in corso presso l’University of Queensland in Australia. Semplificando molto, l’idea in questo caso è di riprodurre con la maggiore accuratezza possibile le proteine che ricoprono la superficie dei virus, e che questi sfruttano per farsi strada nelle cellule fino a colonizzarle. Queste proteine sono molto instabili e cambiano facilmente forma, consentendo ai virus di ingannare il sistema immunitario. I ricercatori stanno quindi cercando di rendere più stabili queste proteine, in modo da fornire informazioni più chiare al sistema immunitario per riconoscere un virus.

Non è ancora chiaro quale dei due sistemi possa prevalere, e non è escluso che possano funzionare entrambi. La strada è promettente perché, invece di anni, queste nuove soluzioni potrebbero consentire di arrivare a un vaccino in pochi mesi. Il sistema di produzione dei vaccini sarebbe inoltre semplificato perché non richiederebbe l’utilizzo di virus veri e propri, che hanno loro tempi di sviluppo, ma la sintesi in laboratorio delle molecole necessarie con un ulteriore risparmio di tempo, prezioso nel caso di una grande epidemia da una “malattia X” appena scoperta.

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