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  • domenica 13 gennaio 2019

Nessuno vuole i “foreign fighters” della Siria

Centinaia di cittadini europei, statunitensi e asiatici andati a combattere con l'ISIS sono detenuti nelle prigioni curde, e oggi di loro non si sa cosa fare

Due ribelli siriani nella provincia di Idlib (ZEIN AL RIFAI/AFP/Getty Images)

Negli ultimi anni migliaia di persone provenienti da tutto il mondo si sono unite ai gruppi e alle milizie che stanno combattendo la guerra in Siria, tra cui lo Stato Islamico (o ISIS). Oggi molti dei cosiddetti “foreign fighters” – così sono chiamati i combattenti stranieri che vanno a fare una guerra in un paese diverso dal loro – si trovano nelle prigioni curde, nel nord e nell’est della Siria, catturati durante gli scontri tra curdi e ISIS: sono in attesa di essere rimpatriati nei rispettivi paesi o di essere sottoposti a un processo in Siria, ma i tempi potrebbero essere molto lunghi, ha raccontato il Wall Street Journal, perché nessuno si vuole fare carico di loro.

I “foreign fighters” che sono detenuti nelle prigioni sotto la supervisione delle Forze democratiche siriane (Sdf), cioè la coalizione di arabi e curdi (soprattutto curdi) appoggiata dagli Stati Uniti che sta combattendo contro l’ISIS, sono circa 800. Sono sotto sorveglianza anche le donne straniere sposate ai miliziani dell’ISIS e i loro figli, oggi tenuti in diversi campi profughi della Siria. Da tempo i curdi tentano di convincere i paesi di provenienza dei “foreign fighters” a riprendersi i loro cittadini, senza però grande successo.

Il problema è che molti paesi del mondo, tra cui diversi stati europei, non vogliono farsi carico del problema. Anzitutto c’è il rischio che i “foreign fighters” rimpatriati diventino una minaccia alla sicurezza nazionale, visto che molti di loro, già radicalizzati, hanno ricevuto un addestramento militare in Siria. Metterli in prigione rischia di causare una serie di altri problemi, soprattutto se si considera che negli ultimi anni le carceri sono diventate uno dei posti più fertili per il fenomeno della radicalizzazione. Per fare un esempio: Anis Amri, l’attentatore che il 19 dicembre 2016 investì la folla a un mercatino di Natale a Berlino, in Germania, si era radicalizzato nelle prigioni della Sicilia, dove si era avvicinato anche allo Stato Islamico. Diversi paesi del mondo, anche europei, hanno inoltre avviato da tempo dei programmi di de-radicalizzazione, che secondo diversi esperti sono gli unici in grado di favorire il reintegro dei soggetti radicalizzati nelle società dei loro paesi di origine: questi programmi, però, sono molto costosi e non danno risultati certi.

C’è poi da considerare la questione dal punto di vista legale. Negli ultimi anni diversi paesi, tra cui l’Italia, hanno adottato nuove leggi antiterrorismo per punire i propri “foreign fighters” che erano andati a combattere in Siria e che le intelligence ritenevano un potenziale pericolo per la sicurezza nazionale. Nonostante le nuove norme abbiano aiutato i governi a tenere sotto controllo i propri cittadini radicalizzati, non sempre le autorità sono riuscite a perseguire in maniera efficace chi aveva commesso crimini in Siria o chi aveva operato per favorire il reclutamento di nuovi miliziani per conto di gruppi jihadisti.

Da parte loro, i curdi hanno detto di non avere le risorse per processare i “foreign fighters”, e hanno aggiunto che la loro permanenza in Siria potrebbe diventare un problema. Abdulkarim Omar, leader curdo che si occupa dei rapporti con i paesi esteri, ha detto: «[I “foreign fighters”] sono detenuti in un’area che non è stabile e ogni vuoto di potere o situazione di caos potrebbe favorire una loro evasione e creare grandi pericoli». Funzionari curdi hanno detto di avere contattato tutti i paesi dei cittadini stranieri detenuti in Siria, ma solo pochi hanno risposto: il Kazakistan, la Russia, il Sudan e l’Indonesia hanno rimpatriato alcune famiglie; una donna statunitense e una irachena sono tornate nei rispettivi paesi; Francia e Regno Unito si sono limitati finora ad aiutare i curdi a sostenere i costi di detenzione dei loro cittadini in Siria, e gli Stati Uniti hanno finanziato parte delle strutture detentive.

La collaborazione dei curdi con i governi occidentali sulla questione dei “foreign fighters” potrebbe cominciare a essere condizionata anche dall’annuncio del governo statunitense di ritirare le proprie truppe dalla Siria (poi la decisione è stata ridimensionata, ma i timori sono rimasti). Non è chiaro cosa succederà ai curdi se dovesse venire meno la protezione statunitense, cioè il principale motivo per cui finora il Kurdistan siriano non ha subìto un attacco su larga scala proveniente dalla Turchia. Di certo c’è che la presenza dei “foreign fighters” nelle prigioni del nord-est della Siria sarà uno dei temi a cui presteranno più attenzione molti paesi del mondo, tra cui parecchi governi europei.

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