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  • domenica 2 dicembre 2018

I migranti regolari espulsi dai centri di accoglienza per via del decreto sicurezza

Per un'interpretazione restrittiva della legge voluta da Salvini, centinaia di persone con un regolare permesso di soggiorno sono state costrette a lasciare le strutture dove vivevano

(ANSA/ UFFICIO STAMPA/ OXFAM)

Negli ultimi giorni in tutta Italia si stanno registrando decine di casi di migranti con regolare permesso di soggiorno cacciati dai centri di accoglienza di cui erano ospiti, per un’interpretazione restrittiva del decreto sicurezza approvato in via definitiva qualche giorno fa dal Parlamento.

Il punto principale del decreto è la cancellazione dei permessi di soggiorno umanitari, una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo (insieme allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria). La protezione umanitaria, come spesso veniva chiamata, durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Spesso era richiesta da persone in evidente condizione di vulnerabilità, che per qualche ragione spesso molto contingente non rientravano nei criteri stringenti per ottenere lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria. Negli ultimi anni è stata la forma di protezione più diffusa in Italia ed è prevista e utilizzata in diversi altri paesi europei.

Da qualche settimana, le commissioni territoriali – cioè gli organi che decidono sulle richieste di protezione – non possono più emettere permessi di soggiorno umanitari. Alle circa 39mila persone a cui è stato garantito fra 2017 e 2018 verrà quasi certamente consegnato un decreto di espulsione, a meno che nel frattempo siano riusciti a ottenere un lavoro regolare e quindi a ottenere un permesso di soggiorno “vero” (eventualità assai remota). Di conseguenza, nei giorni scorsi il Ministero dell’Interno ha dato mandato di cessare i percorsi di accoglienza che riguardano le persone che possiedono il permesso di soggiorno umanitario e sono ospiti delle strutture statali, cioè i CARA (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) e i CAS (Centro di accoglienza straordinario). L’idea è che non ha senso continuare a spendere dei soldi per persone che a breve dovrebbero essere espulse dal territorio italiano.

Il problema è che queste persone non verranno espulse – quasi nessuno viene espulso, in Italia: da anni mancano le risorse e gli accordi internazionali per farlo – ma diventeranno semplicemente irregolari, cosa che comporterà due problemi. Da un lato il percorso di integrazione compiuto finora verrà vanificato, visto che nessuno di loro sarà più in grado di trovare un lavoro; dall’altro diventeranno un problema di ordine pubblico per le amministrazioni locali, visto che quasi sicuramente finiranno per strada (rischiando di alimentare timori e tensioni da parte della popolazione locale).

Negli ultimi giorni sono trapelate le indicazioni ricevute dai centri di accoglienza un po’ in tutta Italia da parte delle prefetture locali, che a loro volta quasi certamente le hanno ricevute dal Ministero dell’Interno. A Potenza, in Basilicata, la prefettura ha stabilito che i «titolari di protezione umanitaria» dovranno «essere invitati a lasciare codeste strutture», cioè i CAS della provincia.

Anche a Crotone, in Calabria, la prefettura ha emanato un provvedimento simile. Due giorni fa sono iniziate le espulsione di circa 200 persone in possesso del permesso di soggiorno umanitario che vivevano nel CARA di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), il più grande d’Italia. Le prime 24 persone sono state espulse dal centro venerdì 30 novembre: fra di loro, scrive Il Giornale, c’era «una famigliola con una bimba di appena cinque mesi, nata a Crotone nel maggio scorso, una donna incinta, tre donne vittime di tratta, due ragazzi con problemi psichiatrici, accompagnati fuori dal cancello dagli uomini delle forze dell’ordine e lasciati all’ingresso con i loro bagagli».

Avvenire segnala che circa 50 persone sono state espulse dal CARA di Mineo, in provincia di Catania, mentre decine di altre sono state lasciate fuori dai CAS in provincia di Caserta. Repubblica ha raccolto la storia di Yasmine, una donna nigeriana di 25 anni arrivata dalla Libia con una bambina piccola, che vive in un CAS della Basilicata dopo essere riuscita a uscire da un giro di prostituzione. Anche lei è stata inclusa nella lista di persone che dovranno lasciare il centro: «Come faccio? Dove vado con la bambina? Non ho nessuno, ho paura che mi ritrovino e mi facciano del male o che uccidano la mia famiglia in Nigeria», ha raccontato. Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali di Milano, ha stimato che per effetto del decreto sicurezza nei prossimi mesi a Milano ci saranno 900 senzatetto in più.

Le persone ospiti dei CAS e dei CARA non saranno le uniche interessate dal decreto sicurezza. Fra le misure previste c’è anche un ridimensionamento degli SPAR, il circuito più virtuoso dei centri di accoglienza, che saranno riservati solo alle persone che avranno già ottenuto una forma di protezione (oggi sono aperti anche ai richiedenti asilo). Sembra che il decreto non sia retroattivo: di conseguenza i richiedenti asilo e i titolari di una protezione umanitaria che al momento vivono in uno SPRAR rimarranno ospiti fino alla fine del progetto individuale, che può durare uno o due anni.

A meno che venga modificato, però, il decreto causerà probabilmente altri problemi fra il 2019 e il 2020: il Corriere della Sera stima per esempio che fra le 844 persone ospiti dei centri SPRAR di Bologna, 394 sono richiedenti asilo – che quindi verranno lasciati fuori, se la loro richiesta non avrà ricevuto risposta – e circa 120 hanno un permesso di soggiorno umanitario.

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