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  • giovedì 15 novembre 2018

Cosa sarà del ponte Morandi

Il "decreto Genova" è stato approvato ma ci sono ancora molte cose da chiarire su demolizione e ricostruzione: l'obiettivo è la prima metà del 2020

Il moncone di ponente del ponte Morandi, Genova, 5 novembre 2018 (ANSA/LUCA ZENNARO)

Il cosiddetto “decreto Genova“, il decreto legge approvato dal governo anche per intervenire dopo il crollo del ponte Morandi dello scorso 14 agosto, è diventato legge: dopo la Camera, anche il Senato ha dato l’approvazione con 167 sì, 49 no e 53 astenuti. Il decreto renderà effettive le misure previste per gli sfollati e le imprese colpite e permetterà al sindaco di Genova Marco Bucci, che è stato nominato commissario per la ricostruzione, di far partire il processo per la demolizione e poi per la ricostruzione di quello che resta del ponte.

Prima di avviare il cantiere è necessario però anche chiarire un altro passaggio, che ha a che fare con il dissequestro del ponte stesso: l’autorità giudiziaria ha infatti sequestrato le parti di ponte non crollate. A fine settembre, su questo punto, c’era stato uno scambio a distanza tra il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e il procuratore di Genova Francesco Cozzi. Toninelli aveva detto in aula che i «lavori per la ricostruzione del ponte», pur volendo, non sarebbero potuti partire subito, quel giorno, «se non pregiudicando gli esiti dell’indagine penale»: serviva insomma il dissequestro dell’area, aveva detto.

Cozzi aveva però ricordato che non erano state presentate «né istanze di dissequestro e men che meno piani di demolizione» e che la Procura non stava ostacolando il lavoro del governo. Ieri, mercoledì 14 novembre, il procuratore ha ribadito la volontà di collaborare e ha detto che il «provvedimento di dissequestro è pronto». Cozzi ha anche spiegato che «il sequestro viene mantenuto unicamente per esigenze giudiziarie» e che «nel momento in cui il commissario ci presenterà un piano per la demolizione, verrà fatto valutare dai periti e dai consulenti tecnici del pubblico ministero e di parte, che potranno dare indicazioni per fare sì che la demolizione avvenga compatibilmente con l’acquisizione di parti che servono per l’accertamento delle cause del crollo. Se non fosse possibile attivare queste salvaguardie per l’accertamento probatorio, sarà dissequestrato ugualmente e demolito».

Il Ponte Morandi, Genova, 18 ottobre 2018 (ANSA/SIMONE ARVEDA)

Qualche giorno fa il sindaco e commissario Bucci ha ribadito che i lavori partiranno non appena il ponte sarà dissequestrato, dicendo che c’è anche la possibilità «di fare dissequestrare prima la parte ovest e iniziare a demolirla e poi procedere con la parte est, quella sopra le case». Bucci ha anche dato alcune indicazioni sui tempi e sui modi di esecuzione dei lavori. Ha detto che entro fine novembre sarà presentato il progetto per la demolizione e la ricostruzione e che la demolizione dei “monconi” del ponte Morandi, cioè di quanto resta del viadotto, comincerà il 15 dicembre. Ha spiegato che i lavori «inizieranno dal lato ovest, quello di Cornigliano, quello sopra le attività industriali» e che almeno per questa porzione sarà possibile evitare l’uso di esplosivo: «La modalità non prevede cariche, mentre per la parte su via Porro le cose sono più complicate».

I progetti per la demolizione ci sono già. Sempre Bucci ha spiegato che «le aziende hanno già presentato i progetti», ma che non è ancora stata fatta una scelta. La modalità con cui sarà scelto il progetto sarà quella dell’affidamento diretto, senza gara pubblica: «Per decidere chi eseguirà i lavori, la struttura commissariale seguirà la strada della negoziazione diretta, senza pubblicazione». Bucci ha aggiunto che decideranno i “tecnici”, ma che secondo lui si potrà «procedere tra demolizione e ricostruzione in parallelo, iniziando a ricostruire la parte ovest mentre si demolisce quella est». Giorni fa, dopo un viaggio di Bucci in Cina, era circolata l’ipotesi che nei lavori di ricostruzione potessero essere coinvolte della aziende cinesi. Ma erano subito intervenuti il governo (il sottosegretario alle Infrastrutture Edoardo Rixi aveva detto di essere contrario), e anche i sindacati degli edili di Genova e della Liguria: «Il commissario alla ricostruzione Marco Bucci deve garantire la priorità ai lavoratori del territorio nella realizzazione di Ponte Morandi, un’opera che può portare centinaia di posti di lavoro. Non abbiamo bisogno dei colossi cinesi per ricostruirlo, il nostro tessuto economico è in grado di procedere con grande professionalità».

Il trasporto, composto di due camion scortato da due auto della Guardia di Finanza, con i reperti ritenuti importanti per le indagini sul crollo di ponte Morandi, Genova, 5 novembre 2018 (ANSA/LUCA ZENNARO)

Un’altra questione che resta da chiarire è quella del ruolo che avrà Autostrade per l’Italia (Aspi), anche dal punto di vista economico: quel che resta del ponte Morandi è ancora in concessione ad Autostrade, concessione che non è stata revocata – malgrado i proclami del governo addirittura il giorno dopo il crollo – e su cui il decreto non dà indicazioni. Autostrade vorrebbe poter ricostruire il ponte e ha presentato un progetto spiegando di essere in grado di realizzarlo in 9 mesi. Il governo aveva detto fin da subito di essere contrario all’affido dei lavori ad Autostrade, parlando anche del ritiro della concessione. Per ora, però, non sono stati fatti gesti concreti in questa direzione. Se si arrivasse al ritiro della concessione, Autostrade potrebbe però non pagare i lavori. Per ora il governo ha stanziato 360 milioni di euro su dieci anni: 72 per la demolizione, il resto per la realizzazione.

Per la demolizione e la ricostruzione, il sindaco-commissario ha detto che la migliore delle ipotesi prevede un tempo di 12 mesi o al massimo 15: questo significherebbe che il nuovo viadotto si avrebbe «entro la prima metà del 2020». Nelle scorse settimane Bucci aveva invece ipotizzato che la nuova struttura sarebbe stata pronta nella prima parte del 2019.

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