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  • martedì 13 novembre 2018

Il successo dei Democratici alle elezioni di midterm è stato sottovalutato?

Sembra sempre più di sì, man mano che procede lo spoglio dei voti e i risultati diventano più completi

(BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)

I media americani e internazionali hanno sottovalutato il successo ottenuto dai Democratici alle ultime elezioni di metà mandato negli Stati Uniti? È la tesi di Brian Stelter, importante giornalista di CNN, che durante la sua trasmissione Reliable Sources ha argomentato questa ipotesi spiegando perché la copertura mediatica delle elezioni potrebbe aver dato interpretazioni troppo frettolose dei risultati.

Lo scorso martedì i media di tutto il mondo hanno seguito in tempo reale il procedere dello spoglio elettorale, e hanno comprensibilmente dato giudizi e interpretazioni sui risultati a partire dalla mattina di mercoledì: perché era in quel momento che i lettori e gli spettatori di tutto il mondo volevano sapere com’era andata, chi aveva vinto e chi aveva perso. E l’analisi più condivisa è stata: i Democratici hanno vinto, ma non hanno stravinto; i Repubblicani hanno tenuto botta e anzi – grazie a condizioni di partenza particolarmente favorevoli – hanno fatto meglio di quanto ci si aspetti normalmente dal partito del presidente in carica alle elezioni di metà mandato. Ma secondo Stelter, quella che era l’interpretazione corretta mercoledì mattina non vale più oggi, una settimana dopo.

Fino a qualche anno fa, l’analisi del voto occupava la settimana successiva alle elezioni. Oggi, un po’ per i tempi imposti da internet e dalle tv di notizie, un po’ per lo stile di Donald Trump, le elezioni di metà mandato sono state una storia di un paio di giorni, sostituite in fretta dalla conferenza stampa degli insulti a Jim Acosta di CNN e dal licenziamento del procuratore generale Jeff Sessions. Ma da quando il mondo ha smesso di interessarsi ai risultati delle elezioni, quei risultati sono un po’ cambiati.

Negli Stati Uniti, nonostante l’affluenza sia molto bassa, votano decine di milioni di persone, in seggi sparsi per un territorio vastissimo: è normale quindi che lo scrutinio dei voti si prolunghi per giorni, anche perché è molto diffuso il voto per posta, le cui schede in certi stati si possono spedire fino al giorno delle elezioni (e quindi ci mettono un po’ ad arrivare e poi essere scrutinate). È per questo che le elezioni per il Senato dell’Arizona sono state decise soltanto lunedì: e le ha vinte la candidata del Partito Democratico Kyrsten Sinema, che rappresenterà uno stato che non aveva un senatore Democratico dal 1995. È una indubbia sconfitta dei Repubblicani, che sostanzialmente compensa la molto celebrata vittoria in Indiana, dove il partito di Trump ha sottratto un seggio ai Democratici.

Attualmente, quindi, i Repubblicani hanno 51 seggi certi al Senato, gli stessi che avevano prima delle elezioni. Ce ne sono ancora due da assegnare: il primo è quello delle elezioni speciali in Mississippi, dove si terrà un ballottaggio il 27 novembre; il secondo è quello della Florida, dove è in corso un riconteggio. Se è estremamente probabile che il primo andrà ai Repubblicani, al momento in Florida il Democratico Bill Nelson ha soli 13mila voti in meno rispetto al Repubblicano Rick Scott, su un totale di oltre 8 milioni di voti: il riconteggio potrebbe ribaltare il risultato, che era stato presentato come un grande successo dei Repubblicani la notte delle elezioni.

Alla Camera, invece, i risultati delle elezioni erano già stati annunciati come una netta vittoria dei Democratici. Ma anche lì, man mano che procede lo spoglio, le dimensioni del successo – e le dimensioni della famosa “Blue Wave”, l’ondata di voti Democratici – stanno aumentando. I Democratici contano già su 227 seggi sicuri, 34 in più dei 193 precedenti alle elezioni. Ce ne sono ancora 10 da assegnare: in quattro sono in vantaggio i Democratici, in sei i Repubblicani. Anche se d’ora in poi andasse tutto storto per i Democratici – ed è implausibile – avrebbero 19 seggi di vantaggio sui Repubblicani, e nove in più della maggioranza.

Nel 2006, dopo le elezioni a metà del suo secondo mandato, George W. Bush disse che erano state «un colpo». I Repubblicani avevano perso 32 seggi alla Camera e sei al Senato, perdendo la maggioranza in entrambe le camere. Trump, la sera stessa delle elezioni, le ha invece descritte come un «incredibile successo», sfruttando il risalto mediatico dato alle elezioni al Senato e per i governatori in Texas, Georgia, Indiana e Ohio, dove i Repubblicani hanno ottenuto importanti vittorie. Ma la situazione dei Democratici da allora è soltanto migliorata: sia che ci sia un ultimo colpo di scena in Florida, sia che il seggio sia assegnato a Scott, il risultato delle elezioni di metà mandato difficilmente può essere descritto come una vittoria dei Repubblicani, e forse nemmeno come una prova di resistenza.

Il partito di Trump ha nettamente perso il voto popolare, con un distacco di oltre 7 punti percentuali alla Camera (per la quale si votava in tutto il territorio nazionale, e quindi più esemplificativa). È stato il sistema elettorale del Senato, che assegna lo stesso numero di senatori alla California (che ha 40 milioni di abitanti) e al Montana (che ne ha 1 milione) a dare la parziale vittoria ai Repubblicani. Il mantenimento del Senato da parte dei Repubblicani, in sostanza, non esclude la possibilità di una “Blue Wave”: un fenomeno che anche considerando gli ultimi dati non sembra essersi verificato, ma che perlomeno sembra un po’ più vicino di quanto ipotizzato inizialmente.

Oltre ai risultati a livello federale, poi, i Democratici hanno vinto le elezioni per i governatori in sette stati precedentemente governati dai Repubblicani, tre dei quali – Wisconsin, Michigan e Illinois – fanno parte della famosa “Rust Belt”, gli stati del Midwest storicamente Democratici che votarono in buona parte per Trump alle ultime presidenziali. Questo ha dato loro un vantaggio importante nell’ottica del ridisegno dei confini dei collegi elettorali, che spesso può essere determinante per un’elezione legislativa, e che negli ultimi anni è stato di monopolio dei Repubblicani. Altri risultati incoraggianti sono stati il fatto di non aver perso nemmeno un’elezione nei collegi della Camera in cui i deputati uscenti erano Democratici, e l’aver eletto molti candidati appartenenti a minoranze, una qualità su cui il partito sta costruendo una nuova identità nettamente contrapposta all’attuale Partito Repubblicano di Trump.

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