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  • mercoledì 5 settembre 2018

Cosa c’è nel libro di Bob Woodward sulla Casa Bianca di Trump

Lo ha scritto il famoso giornalista del caso Watergate, ed è pieno di aneddoti al limite dell'incredibile sul primo anno e mezzo di presidenza

Donald Trump parla con il chief of staff della Casa Bianca John Kelly nello Studio Ovale. (AP Photo/Susan Walsh)

Un nuovo libro sta facendo discutere negli Stati Uniti e sta agitando la politica americana: l’ha scritto Bob Woodward, il famoso e rispettato giornalista del Washington Post che negli anni Settanta indagò sul caso Watergate insieme a Carl Bernstein, e racconta il primo anno e mezzo dell’amministrazione di Donald Trump con una serie di aneddoti e storie al limite dell’incredibile. Il libro si chiama Fear e deve ancora uscire, ma il Washington Post ha pubblicato alcuni dei passaggi più notevoli, che descrivono una Casa Bianca alla deriva e uno staff presidenziale impegnato quotidianamente a contenere l’impulsività di Trump, descritto da molti ex dipendenti della sua amministrazione come poco interessato agli affari esteri e inconsapevole di come funzioni un governo.

Woodward descrive una serie di macchinazioni quotidiane dello staff di Trump per evitare disastri e crisi internazionali, e che sono descritte come una sorta di «colpo di stato amministrativo»: si parla di collaboratori che disobbediscono a ordini particolarmente assurdi o pericolosi, o rubano i documenti dalla scrivania di Trump per evitare che li legga o non farglieli firmare, per capirci.

Woodward ha scritto il libro basandosi su centinaia di ore di interviste con fonti di prima mano, soprattutto ex funzionari e consiglieri della Casa Bianca che hanno assistito direttamente agli aneddoti raccontati, e consultando diari personali e documenti riservati. Il Washington Post ha pubblicato l’audio di una telefonata avvenuta lo scorso 14 agosto tra Woodward e Trump, che si è lamentato di non aver potuto replicare alle accuse contenute nel libro. Nella telefonata, Woodward spiega al presidente di aver chiesto a sei diverse persone vicine a lui di fissare un appuntamento, senza riuscirci. Dopo le anticipazioni pubblicate dal Washington Post, Trump ha immediatamente negato le accuse del libro, e lo stesso hanno fatto diversi membri dell’amministrazione protagonisti delle storie.

La testimonianza sull’inchiesta sulla Russia
Una delle storie anticipate dal Washington Post riguarda l’indagine sulla Russia condotta dal procuratore speciale Robert Mueller. Trump ha sempre rifiutato di testimoniare (potrebbe essere costretto da un mandato di comparizione) ma Woodward racconta che è stato il capo dei suoi avvocati John Dowd – che si è dimesso lo scorso marzo – a convincerlo a rifiutare, convinto che Trump avrebbe commesso il reato di falsa testimonianza se sottoposto a un interrogatorio.

Per convincere Trump a non farsi interrogare, Dowd simulò una deposizione, facendogli domande incalzanti e portandolo a contraddirsi. Trump si infuriò e all’inizio sembrò convinto di non farsi interrogare, salvo poi decidere di nuovo di voler testimoniare. Woodward racconta anche che Dowd raccontò a Mueller com’era andata la preparazione alla deposizione, spiegandogli che non voleva che Trump testimoniasse per paura che la trascrizione uscisse sui giornali e portasse le potenze straniere a prendere meno sul serio il presidente. «John, capisco», gli disse Mueller, secondo Woodward. «Non testimoni. O fa così, o finisce in una tuta arancione», disse alla fine Dowd a Trump alludendo all’uniforme dei detenuti. Trump ciononostante si impuntò: «Sarei un buon testimone». Dowd disse a Trump che non era così, aggiungendo: «Ho paura di non poterla aiutare più di così», e si dimise il giorno successivo.

Woodward descrive l’inchiesta sulla Russia come un tasto molto dolente per Trump, e un motivo di imbarazzo. In una telefonata ufficiale, il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi gli disse: «Sono preoccupato per quest’indagine, Donald. Continuerai a esserci?». Fu come “un calcio nelle palle”, disse Trump ai suoi collaboratori.

I documenti rubati
Ma Woodward racconta di altri ex collaboratori di Trump che hanno lasciato la Casa Bianca per esasperazione dopo aver tentato a lungo di contenere il comportamento di Trump. Uno di questi è Gary Cohn, ex capo consigliere economico di Trump, che a sua volta se ne andò lo scorso marzo. Cohn, un ex finanziere di Wall Street, provò a lungo a limitare l’isolazionismo economico di Trump, anche adottando soluzioni estreme: in un caso, tolse dalla scrivania del presidente un documento che voleva firmare per ritirare gli Stati Uniti da un importante accordo economico con la Corea del Sud. Spiegò a un suo assistente che lo aveva fatto per proteggere la sicurezza nazionale, e che Trump non se n’era accorto.

In un’altra occasione, lo staff di Trump dovette preparare un documento per ritirarsi dal NAFTA, l’importante accordo commerciale con Canada e Messico. Ma i suoi consiglieri erano preoccupati che potesse avere gravi conseguenze diplomatiche ed economiche, quindi Cohn disse: «Posso fermarlo. Tolgo il foglio dalla sua scrivania». E lo fece. Gli Stati Uniti sono tuttora dentro al NAFTA.

Donald Trump con l’ex consigliere economico Gary Cohn (a destra) e il consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster (secondo da destra) nello Studio Ovale. (Alex Wong/Getty Images)

Il rapporto con i militari
Woodward ha raccolto anche i racconti e le lamentele degli ufficiali dell’esercito al lavoro alla Casa Bianca, che nell’amministrazione Trump sono notoriamente ignorati e maltrattati come non era mai successo in passato. Woodward racconta di una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dello scorso gennaio, in cui Trump chiese perché gli Stati Uniti mantenessero una presenza militare così massiccia nella penisola coreana, e perché portassero avanti l’operazione di intelligence che consente di rilevare in pochi secondi i lanci missilistici nordcoreani. «Lo stiamo facendo per prevenire la Terza guerra mondiale», gli rispose disarmato il segretario per la Difesa John Mattis. Dopo la riunione, prosegue Woodward, Mattis era preoccupato e esasperato, e disse ai suoi collaboratori che Trump si era comportato come – e aveva le capacità di comprensione di – «un bambino di 11 o 12 anni».

Da sinistra: il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster, il chief of staff della Casa Bianca John Kelly, Donald Trump e il segretario della Difesa Jim Mattis. (Andrew Harrer-Pool/Getty Images)

Un aspetto che emerge dai racconti di Woodward sembra essere il fatto che diversi membri dell’amministrazione vivano il loro lavoro come un sacrificio per il bene del paese. «I segretari della Difesa non scelgono sempre il presidente per cui lavorano», avrebbe detto Mattis ad alcuni amici secondo il resoconto di Woodward. Il libro riporta anche uno sfogo di John Kelly, capo dello staff della Casa Bianca ed ex rispettato generale dei Marine, che avrebbe detto di Trump durante una riunione ristretta: «È un idiota. È inutile provare a convincerlo di qualsiasi cosa. È andato fuori dai binari. Siamo nella Città dei matti. Non so nemmeno perché siamo qui. È il peggiore lavoro che abbia mai avuto». Kelly ha minacciato più volte di licenziarsi, secondo i giornali americani, ma è sempre rimasto alla Casa Bianca. Dopo le anticipazioni sul libro di Woodward, Kelly ha smentito di aver dato dell’idiota a Trump.

Durante una cena con diverse persone, tra cui Mattis e il capo delle forze armate statunitensi Joseph F. Dunford Jr., Trump si mise a insultare il senatore Repubblicano John McCain, considerato negli Stati Uniti un eroe di guerra e morto lo scorso 25 agosto. Trump lo descrisse come un codardo, accusandolo di aver sfruttato il fatto di essere figlio di un importante generale per essere liberato in anticipo quando fu fatto prigioniero in Vietnam. «No signor presidente, credo che abbiate invertito le cose», gli rispose Mattis, spiegando che McCain fece esattamente il contrario, rifiutando di ottenere un trattamento privilegiato e rimanendo prigioniero più di cinque anni. «Oh, okay» rispose Trump.

Dopo il bombardamento chimico del regime siriano nella provincia di Idlib dell’aprile del 2017, Trump chiamò Mattis per dirgli che voleva assassinare Assad. «Uccidiamolo cazzo. Andiamo lì, uccidiamone molti». Mattis disse a Trump che se ne sarebbe occupato, ma una volta messo giù il telefono disse ai suoi collaboratori: «Saremo molto più cauti di così». Alla fine lo convinse a ripiegare sui bombardamenti mirati che ebbero effettivamente luogo. Mattis ha smentito tutti i virgolettati che gli sono attribuiti nel libro.

Nel periodo di massima tensione con la Corea del Nord, quando Trump definì Kim Jong-un «piccolo Rocket Man» all’ONU, i consiglieri militari erano preoccupati che Trump potesse provocare il dittatore nordcoreano. Trump disse a Rob Porter, avvocato che lavorò nello staff di Trump fino allo scorso febbraio e una delle principali fonti del libro, che «È tutta una questione di leader contro leader. Uomo contro uomo. Io contro Kim».

I maltrattamenti allo staff
Non è un segreto che Trump non nasconda il suo disprezzo per alcuni suoi collaboratori, e anche per figure di prima importanza nell’amministrazione. Un caso famoso è quello di Jeff Sessions, il segretario della Giustizia che delegò la supervisione sull’inchiesta sulla Russia per non cadere in un conflitto di interessi, provocando l’ira di Trump, che continua a insultarlo e criticarlo su Twitter ogni settimana. Il presidente, scrive Woodward, lo definì un “traditore”, dandogli del “ritardato mentale” e imitandone l’accento meridionale, insinuando che in Alabama non potrebbe essere nemmeno un avvocato di campagna.

Trump aveva un pessimo rapporto anche con Reince Priebus, ex capo dello staff della Casa Bianca. Una volta, scrive Woodward, disse a Porter di ignorare Priebus, nonostante rispondesse direttamente a lui come tutto lo staff della Casa Bianca. Trump paragonò Priebus «a un piccolo ratto, che scorrazza soltanto in giro». Trump, racconta Woodward, prendeva spesso in giro anche H.R. McMaster, ex consigliere per la sicurezza nazionale, imitandone il modo di respirare e accusandolo di vestirsi con completi scadenti, come «un rappresentante di birre».

«Non era più una presidenza»
Porter ha detto a Woodward che quella in cui lavorava «Non era più una presidenza. Non era più una Casa Bianca. Era solo un uomo, che era se stesso». Dopo la protesta di Charlottesville, in cui un neonazista investì e uccise una manifestante, Trump fece il famoso e criticato discorso in cui condannava «entrambe le parti» per le violenze. I suoi consiglieri lo convinsero a fare un nuovo discorso per condannare esplicitamente il suprematismo bianco, ma subito dopo averlo pronunciato disse al suo staff: «È il peggiore errore che abbia mai fatto. Il peggior discorso che ho mai fatto».

Il capo dello staff della Casa Bianca John Kelly con Ivanka Trump e Jared Kushner. (AP Photo/Evan Vucci)

A essere particolarmente scosso dal comportamento di Trump fu Cohn, che è ebreo, che infatti subito dopo presentò una prima lettera di dimissioni, salvo essere convinto da Trump a rimanere. Anche Kelly confidò a Cohn di essersi infuriato per il comportamento di Trump su Charlottesville: «Avrei preso quella lettera di dimissioni e gliel’avrei messa nel culo sei volte», disse secondo Woodward a Cohn.

I familiari
Nel libro di Woodward i familiari di Trump alla Casa Bianca – principalmente la figlia Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner, entrambi con un ruolo ufficiale di consiglieri del presidente – hanno un ruolo marginale. Si racconta però di un episodio in cui l’ex consigliere di Trump Stephen Bannon si infuriò con Ivanka intimandole di fare riferimento a Priebus, il capo dello staff, e non direttamente a suo padre: «Sei una cazzo di dipendente! Entri qui come se comandassi tu, ma non è così! Sei una dipendente!». «Non sono una dipendente, non lo sarò mai. Sono la First Daughter!», gli rispose Ivanka Trump.

Conseguenze
Secondo Politico, la posizione già traballante di Kelly potrebbe subire il colpo decisivo dal libro di Woodward. Si sa che Trump era già arrabbiato con Kelly per una vicenda legata al funerale di McCain. Secondo diverse fonti, infatti, Kelly aveva comunicato lo scorso luglio che avrebbe mantenuto il suo incarico fino alla fine del mandato di Trump, per mettere a tacere le continue voci che ipotizzavano le sue dimissioni, ma il suo annuncio venne accolto con scetticismo nella Casa Bianca. Secondo un ex funzionario dell’amministrazione contattato da Politico «ora possiamo contare i granelli di sabbia rimasti nella clessidra».

Trump ha detto in un’intervista al Daily Caller che è soltanto «un altro brutto libro», aggiungendo che Woodward ha avuto problemi di credibilità, e che avrebbe preferito poter replicare. Politico dice invece che Woodward è un giornalista che Trump rispetta personalmente, tanto da averlo difeso quando fu criticato dall’amministrazione Obama per altri retroscena.

Con ogni probabilità non ci saranno conseguenze nei rapporti tra Trump e l’opinione pubblica, che è ormai abituata ad assistere a scene particolarmente caotiche alla Casa Bianca e tra Trump e i suoi collaboratori, ma potrebbero esserci conseguenze all’interno della Casa Bianca, visti i giudizi e gli aneddoti che contiene il libro. Woodward è considerato un giornalista serio, e gli standard giornalistici delle grandi testate e case editrici statunitensi richiedono spesso appunti e registrazioni anche quando poi le fonti delle informazioni non vengono rivelate: è difficile naturalmente dire quanto ci sia di vero e quanto no nel libro di Woodward, ma il caso di Jeff Sessions, la nota impulsività di Trump, le frequentissime dimissioni dei suoi collaboratori e la loro litigiosità in pubblico contribuiscono a rendere quanto meno credibili, verosimili, i racconti come quelli contenuti nel libro di Woodward.

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