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  • martedì 21 agosto 2018

I venezuelani che nessuno vuole più

Diversi paesi dell'America Latina stanno adottando politiche più restrittive per limitare l'arrivo dei migranti venezuelani, che da mesi stanno lasciando in massa il loro paese

Due migranti venezuelani in strada a Pacaraima, nello stato brasiliano di Roraima (MAURO PIMENTEL/AFP/Getty Images)

Negli ultimi mesi centinaia di migliaia di venezuelani hanno lasciato il loro paese, superando il confine con il Brasile e la Colombia, per scappare dalla gravissima crisi che ha provocato il collasso dell’economia venezuelana e che ha lasciato il Venezuela senza medicine e beni di prima necessità. Molti migranti hanno proseguito verso l’Ecuador, il Perù, il Cile, l’Argentina e l’Uruguay, anche a seconda delle politiche migratorie adottate dai vari stati. Nelle ultime settimane, però, gli enormi flussi migratori hanno convinto i governi di alcuni paesi latinoamericani a rendere più restrittive le proprie politiche di accoglienza e hanno fatto emergere tensioni e violenze contro i migranti venezuelani.

Gli episodi di violenza più gravi si sono verificati nella cittadina di Pacaraima, nello stato brasiliano di Roraima, al confine con il Venezuela e principale punto di accesso dei cittadini venezuelani in Brasile. Sabato scorso gli abitanti di Pacaraima hanno attaccato due campi profughi di venezuelani in città, appiccando alcuni incendi. L’attacco è iniziato dopo che la sera prima un abitante di Pacaraima era stato ferito in un’aggressione per la quale erano stati accusati dei venezuelani del campo. Molti migranti hanno poi lasciato i campi e sono tornati in Venezuela.

Nonostante la richiesta fatta dello stato di Roraima alla Corte Suprema brasiliana di bloccare temporaneamente l’entrata di migranti dal Venezuela, sembra che per il momento le cose non cambieranno. Il ministro brasiliano per la Sicurezza, Sergio Etchegoyen, ha detto che chiudere il confine sarebbe «impensabile, perché è illegale», ma ha comunque ordinato un dispiegamento di soldati alla frontiera tra i due paesi, per evitare nuovi episodi di violenza. Il governo sta anche cercando di attuare un piano per favorire il trasferimento di molti venezuelani che si trovano ancora nello stato di Roraima verso altre città del Brasile, per esempio San Paolo, che si trova a 3.500 chilometri di distanza. Per il momento, però, il piano va molto a rilento e il governo ha trasferito meno di un migliaio di persone.

Anche in altri paesi la situazione per i venezuelani si è complicata. L’Ecuador – dove dall’inizio della crisi è transitato un milione di venezuelani, di cui 250mila rimasti nel paese – ha deciso di introdurre l’obbligo di presentare il passaporto per poter entrare nel territorio nazionale. Finora il passaporto non era necessario, anche perché i venezuelani che lo possiedono sono pochi, viste le difficoltà burocratiche a ottenerne uno anche a causa della mancanza di materiali per la produzione. Il risultato è stato che sabato scorso l’affluenza di venezuelani che entrano in Ecuador dalla Colombia si è ridotta di parecchio: molti venezuelani stanno aspettando agli uffici immigrazione dell’Ecuador sul ponte internazionale di Rumichaca, il principale passaggio tra i due paesi, sperando che qualcosa possa cambiare.

I governi di altri paesi latinoamericani hanno preso decisioni simili. Il Perù comincerà ad applicare sabato prossimo le stesse restrizioni dell’Ecuador, richiedendo il passaporto a tutti i venezuelani. Il Cile ha cominciato a richiedere una serie di documenti difficilmente reperibili per i venezuelani, data anche la grave crisi che sta attraversando tutto l’apparato amministrativo del Venezuela: per esempio un certificato che attesti eventuali precedenti penali e che può essere rilasciato dagli uffici diplomatici in Cile dietro il pagamento di 50 dollari americani, e il passaporto valido per i successivi 18 mesi dall’entrata nel paese.

In Venezuela intanto la crisi economica non accenna a migliorare. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che l’inflazione raggiungerà il milione per cento su base annua entro dicembre: secondo un recente studio realizzato dall’Assemblea nazionale, il Parlamento controllato dalle opposizioni e praticamente svuotato di ogni potere dal presidente Nicolás Maduro, in Venezuela i prezzi dei beni raddoppiano mediamente ogni 26 giorni. Lunedì, inoltre, è entrata in circolazione la nuova moneta, il bolívar soberano, che ha cinque zeri in meno rispetto al bolívar fuerte, la valuta usata fino a due giorni fa ma rimasta praticamente senza valore. Il governo spera che con il bolívar soberano verrà risolto il problema dell’inflazione, ma molti esperti hanno espresso forti dubbi che questa strategia possa funzionare.

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