14 canzoni per i 70 anni di Robert Plant

Nato a West Bromwich nel 1948, è stato uno dei quattro leggendari membri dei Led Zeppelin

Robert Plant durante un concerto all'Alive Festival di Oeiras, fuori Lisbona, nel 2016 (PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

Il 26 dicembre del 1968, all’Auditorium Arena di Denver, in Colorado, era in programma un concerto dei Vanilla Fudge, una popolare band di rock psichedelico che aveva già pubblicato tre dischi. Dieci giorni prima di quel concerto un agente dei Led Zeppelin, una band inglese formatasi da poco, chiamò l’organizzatore per convincerlo a far suonare anche loro prima dell’altro gruppo spalla, gli Spirit. Dopo un primo rifiuto, l’organizzatore e l’agente trattarono sui soldi e alla fine i Led Zeppelin furono coinvolti. Quando dal palco vennero annunciati «ci fu una modesta quantità di applausi, quelli che si fanno per educazione. Poi, Robert Plant, il frontman, iniziò a cantare e tutti rimasero di sasso. Francamente, non so come fecero gli Spirit a suonare dopo di loro. Non ci voleva un genio per capire che gli Zeppelin avrebbero spaccato tutto. Gesù, la gente andò fuori di testa».

Fu il primo concerto dei Led Zeppelin negli Stati Uniti: negli anni successivi la band inglese divenne leggendaria e tra le più famose del mondo, con Plant come frontman per tutti i suoi dodici anni di attività, fino al 1980, anno in cui i Led Zeppelin si sciolsero dopo la morte di uno di loro, il batterista John Bonham.

Oggi, nel giorno del settantesimo compleanno di Plant, che dopo i Led Zeppelin ha fatto tante altre cose, vale la pena riascoltare le quattordici canzoni migliori della sua band, quelle che il peraltro direttore del Post Luca Sofri aveva scelto per il suo libro Playlist, la musica è cambiata.

Led Zeppelin (1968 -1980; Londra, Inghilterra)

Passano come i papà dell’hard rock (e i Deep Purple le mamme), ma è un’immagine assai riduttiva: nessuno dei loro emuli ha mai saputo fare canzoni altrettanto immediate e ascoltabili (e altrettanto varie e complesse). Erano quattro, leggendari, e avevano preso il nome da una battuta di Keith Moon degli Who a proposito del progetto di una superband («bella idea, precipiterà come un dirigibile di piombo», “a lead zeppelin”). Tutto il repertorio mitico del rock degli anni Settanta – groupies, aerei privati, concerti massacranti, droga, risse, alberghi distrutti – erano loro, i Led Zeppelin. Si sono riuniti per una tournée nel 2008, con il figlio di John Bonham al suo posto.

Babe, I’m gonna leave you
(Led Zeppelin I, 1969)

Il primo disco dei Led Zeppelin, nel 1969, suggerì al rock che si poteva tenere un piede nella staffa delle ballate acustiche e uno in quella del fracasso virtuosistico, contemporaneamente: qui, in un’esecuzione lunga e teatrale della parte dell’uomo che non ce la fa a restare fermo in questo posto. “Babe I’m gonna leave you” era un pezzo folk scritto da Annie Bredon, e già cantato da Joan Baez. I Led Zeppelin lo spacciarono a lungo come “tradizionale” prima di riconoscere all’autrice ciò che era suo.

Thank you

(II, 1969)

I Led Zeppelin hanno sempre attinto molto ai canoni classici, sia per la musica che per i testi: “se il sole non splendesse più, ti amerei lo stesso”. “Thank you” fu scritta da Robert Plant per sua moglie. L’organo finale ritorna in una postilla di una manciata di secondi, dopo una lunga pausa. Ne fece poi una cover Tori Amos.

Tangerine
(III, 1970)

“Tangerine” risaliva ai tempi in cui Jimmy Page stava con gli Yardbirds, la band a cui appartennero anche Jeff Beck ed Eric Clapton, e da cui poi nacquero i Led Zeppelin.

Stairway to heaven
(IV, 1971)

Prima che i miti divenissero dinosauri, “Stairway to heaven” vinceva tutte le classifiche per la più grande canzone rock della storia. Una specie di idolo adorato, che condensava formidabilmente la passione dei fans per un bel baccano rock e la loro vena sentimentale. Allora c’era sempre quello che sapeva suonare la prima parte di “Stairway to heaven”, e di solito giravano in due: lui, e quello che sapeva rollare le canne (nel film Wayne’s world ci si scherza su, allestendo un divieto di suonare “Stairway to heaven” in un negozio di strumenti musicali). La canzone è divisa in due: una ballata che ora suona persino troppo sdolcinata, e poi uno spettacolo sensazionale di chitarre elettriche e batteria, di potenza eterna. Il titolo era una citazione biblica, ma altri riferimenti del tema spirituale sono più paganamente celtici (oltre a cose di occultismo, che hanno dato luogo a grandi speculazioni sui messaggi satanici registrati all’incontrario, le solite cose). L’attacco era stato copiato da “Taurus” degli Spirit, che avevano suonato in tournée con i Led Zeppelin.

The song remains the same
(Houses of the holy, 1973)

Jimmy Page che si diverte come un matto, in uno schitarramento leggendario. Robert Plant canta che a momenti pare Peter Gabriel ai primi tempi, grazie a un ritocco durante la produzione. “The song remains the same” divenne il titolo di un famoso film-concerto dei Led Zeppelin, ripreso al Madison Square Garden nel 1973.

The rain song

(Houses of the holy, 1973)

Una leggenda vuole che George Harrison avesse detto a Jimmy Page che i Led Zeppelin erano una grande band ma avrebbero dovuto scrivere qualche ballata romantica in più. E loro fecero “The rain song”, meravigliosa: che in effetti ha persino momenti beatlesiani, troppa grazia. Ma dura sette minuti e la sua parte più forte è quella centrale, strumentale e ipnotica.

Over the hills and far away
(Houses of the holy, 1973)

Il procedimento è ancora quello di “Stairway to heaven”. Una prima parte dolce e acustica con un grande giro di chitarra, e poi bùm!, e che bùm! E John Paul Jones che fa una grande cosa di basso. Poco tempo dopo, la voce di Plant non avrebbe più saputo raggiungere questi acuti e le esecuzioni dal vivo le avrebbero preso le misure.

D’yer mak’er
(Houses of the holy, 1973)

Un fantastico trastullo reggae, in cui John Bonham picchia sulla batteria tutto il tempo, che chissà come hanno fatto poi a spegnerlo. Il titolo viene dalla trascrizione di un intraducibile gioco di parole (si pronuncia come “jamaica”) alla base di una vecchia barzelletta.

Kashmir

(Physical graffiti, 1975)

Capolavoro ansiogeno e teatrale, tutto in salita con influenze orientali varie, e che Robert Plant ha definito la più efficace spiegazione della sua band. Quando Puff Daddy ne fece una specie di cover per la colonna sonora di Godzilla fu l’unica volta in cui i Led Zeppelin frequentarono una notorietà moderna, mentre il resto del loro repertorio è totalmente trascurato dal giro contemporaneo: per le loro canzoni nessuna cover, nessuno spot, nessuna ripresa in un film, nessun campionamento.

Ten years gone

(Physical graffiti, 1975)

Esibizione chitarristica che a momenti ricorda “Band on the run” dei Wings: i dieci anni di cui si parla sono quelli passati da quando la ragazza di Robert Plant gli disse “o me o la musica”. Lui scelse come si sa, ma la sogna ancora; lei va’ a sapere come si è sistemata.

Down by the seaside
(Physical graffiti, 1975)

I Led Zeppelin che si divertono a fare i Beach Boys (per la precisione, la canzone è tutta una citazione di “Down by the river” di Neil Young). Poi a un certo punto si stufano, e mettono a ferro a fuoco la spiaggia: pare di vedere i surfers in braghette che corrono a cercare rifugio dietro le sdraio. Roba di pochi secondi, come le trombe d’aria che portano via gli ombrelloni, poi torna la pace.

Fool in the rain
(In through the out door, 1979)

Papa-papà parara, papa papà parà… Al loro ultimo disco ( John Bonham morirà soffocato dopo un abuso di alcool, l’anno seguente), i Led Zeppelin ormai facevano altro: pianoforte e addirittura impazzimenti carioca con i fischietti e tutto. Anche se a un certo punto gli scappava sempre la mano su chitarre e batteria.

All my love
(In through the out door, 1979)

I Led Zeppelin che fanno una canzone: con le strofe, il refrain, un suono buono per le radio, tutto quanto. Roba di tastiere, John Paul Jones in primo piano. Dedicata al figlio di Robert Plant, che era morto a cinque anni per un’infezione respiratoria.

I’m gonna crawl
(In through the out door, 1979)

Pezzone soul che concludeva l’ultimo disco della band. Anche il titolo, il testo (“I get down on my knees”) e come Plant la canta, sono tutte fedeli e sapienti citazioni del repertorio soul. Certo, poi Jimmy Page non è che lo si potesse ammanettare.