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  • mercoledì 15 agosto 2018

Cinque risposte sul disastro di Genova

Cosa sappiamo e cosa non sappiamo: dalle causa del crollo del ponte Morandi a chi aveva la responsabilità di mantenerlo in piedi

Ciò che resta del ponte Morandi, il 14 agosto 2018 (PIERO CRUCIATTI/AFP/Getty Images)

Nel crollo del ponte Morandi di Genova sono morte almeno 39 e i soccorsi sono ancora in corso nella giornata di oggi. Il disastro, uno dei più gravi di questo tipo tra quelli avvenuti in Italia negli ultimi anni, ha subito provocato polemiche tra le forze politiche, ma le informazioni che abbiamo sulle cause del crollo e le responsabilità del disastro sono ancora poche e frammentarie. Abbiamo raccolto quello che sappiamo sul crollo del viadotto, che era stato costruito alla fine degli anni Sessanta a Nord della città di Genova e dei cui problemi si parlava da molto tempo.

Perché il ponte è caduto?
Non lo sappiamo e probabilmente rimarrà una questione discussa ancora a lungo, almeno fino a quando non saranno completati studi ed esami sulla struttura crollata. Alcune ipotesi, però, circolate soprattutto nelle prime ore dopo il disastro, sono già state escluse. Ad esempio, diversi ingegneri hanno escluso che il ponte possa essere crollato per la forte pioggia che cadeva ieri mattina o a causa di un fulmine (quest’ultima è un’ipotesi fatta anche da alcuni dirigenti della società che gestiva il ponte in seguito ad alcune testimonianze che avevano riferito di un forte flash vicino al ponte poco prima del crollo).

Chi doveva vigilare sulla sicurezza del ponte?
La responsabilità per quel tratto di autostrada è della società Autostrade per l’Italia (ASPI), controllata dal gruppo Atlantia, a sua volta controllato dalla famiglia Benetton. La società gestisce in concessione dallo stato circa 3.000 chilometri di autostrade, su una rete autostradale che ne ha in totale poco meno di 7 mila. Nei tratti autostradali in concessione spetta ai privati la verifica delle condizioni di sicurezza e gli interventi di manutenzione. I responsabili del tratto della A10 su cui si trovava il Ponte Morandi hanno detto di aver effettuato tutti i controlli obbligatori per legge e di aver eseguito tutti i lavori di manutenzione necessari.

Diversi ministri del governo, tra cui quello ai Trasporti Danilo Toninelli, hanno annunciato che le concessioni in mano ad Autostrade per l’Italia saranno ritirate e che la società sarà multata. Si tratta però di due decisioni che il governo non può prendere in maniera unilaterale: a multare la società deve essere la magistratura, mentre il ritiro delle concessioni prevede una procedura complessa ed estremamente costosa.

Cos’è la “Gronda” e cosa c’entra?
La “Gronda di Genova” è il nome che è stato dato un progetto che ha lo scopo di rendere più agevole il traffico autostradale che da nord e da ovest della città di Genova si muove verso est. Fino a ieri, gran parte del traffico su questa direttrice era costretto ad attraversare il ponte Morandi, l’unica via a grande scorrimento che va verso ovest. L’unica altra alternativa è la Via Aurelia che attraversa il centro della città. Della “Gronda” si parla da circa 20 anni, un periodo nel quale il progetto ha avuto innumerevoli incarnazioni che hanno incontrato alterne fortune presso gli amministratori locali e nazionali e presso l’opinione pubblica.


Una mappa del percorso della Gronda, in lilla, con il Ponte Morandi evidenziato in rosso

Nel 2009 cinque progetti di tracciato per la Gronda sono stati sottoposti a un dibattito pubblico con la cittadinanza e, al termine della consultazione, è iniziato il complesso e lungo progetto di autorizzazione, contestato da un piccolo gruppo di attivisti, i “Nogronda”, sostenuti anche da alcuni consiglieri locali del Movimento 5 Stelle. Il progetto uscito dalla consultazione del 2009 prevedeva lo scavo di numerose gallerie e la costruzione di nuovi viadotti. Il Ponte Morandi avrebbe dovuto ricevere soltanto interventi di manutenzione e “miglioramento” (in parte già iniziati), ma sarebbe rimasto in piedi, diventando però uno dei modi di raggiugere la Riviera di Ponente e non più sostanzialmente l’unico. I lavori, però, sarebbero comunque terminati nel 2029, se avessero rispettato i tempi previsti.

Il ponte era pericoloso?
È la questione su cui si concentreranno le indagini nei prossimi giorni. Autostrade per l’Italia sostiene di no e afferma che il crollo era imprevedibile, una tesi sostenuta anche dal direttore dell’Istituto di tecnologia delle costruzioni del Consiglio nazionale delle ricerche CNR-ITC, Antonio Occhiuzzi. Altri invece sostengono che il ponte fosse da tempo pericoloso e andasse chiuso. Antonio Brencich, docente di Ingegneria dell’università di Genova, in passato è stato uno dei principali critici del ponte e anche in questi giorni ha concesso molte interviste per spiegare che, secondo lui, il ponte era stato costruito male, con tecniche e materiali sbagliati, che richiedevano una manutenzione costante e in ogni caso non sufficiente a garantirne la tenuta.

Esiste un pericolo per altri ponti?
Stando ai dati dei crolli di ponti e viadotti in Italia – dieci negli ultimi cinque anni – sembrerebbe di sì, anche se la questione è abbastanza complessa. Gli esperti sono generalmente d’accordo che negli ultimi anni i soldi investiti nella manutenzione dei ponti e viadotti non siano stati sufficienti – anche perché spesso le spese di manutenzione superavano le stime di spesa per la costruzione di nuove strutture, più moderne e più sicure – ma hanno opinioni diverse sulla tenuta del calcestruzzo armato, il materiale usato per la costruzione dei ponti in Italia.

Secondo Antonio Occhiuzzi, direttore dell’Istituto di tecnologia delle costruzioni (Itc) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), sarebbero decine di migliaia i ponti italiani che hanno superato la durata di vita per la quale sono stati progettati. Brencich, il docente di Ingegneria dell’università di Genova da anni critico del ponte Morandi, ritiene invece che il cemento armato può durare secoli e ha detto a Linkiesta che «ci sono ponti in cemento armato che non hanno subito alcune modifiche dopo cent’anni». Il problema sarebbe nel modo in cui i ponti sono progettati e nella qualità dei materiali usati. Non ci sono dati certi su quanti ponti e viadotti siano oggi a rischio crollo in Italia, solo qualche stima. Oggi, per esempio, il Corriere ha scritto che «il 60% di viadotti in cemento di oltre 50 anni» sarebbe in pericolo.

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