L’economia turca è nei guai

La sua moneta ha perso il 30 per cento del valore dall'inizio dell'anno e ora la crisi rischia di coinvolgere anche l'Europa

(AP Photo/Lefteris Pitarakis)

La lira turca, la moneta della Turchia, ha perso nel giro di 24 ore il 12 per cento del suo valore contro il dollaro. Si tratta di un crollo molto grave, arrivato nel corso di un anno già parecchio difficile: da gennaio ad oggi, la lira ha perso il 30 per cento del suo valore, causando difficoltà ai consumatori, che devono fronteggiare prezzi in costante crescita a causa di importazioni sempre più costose, e alle imprese, che devono ripagare i loro debiti in valute estere con una moneta che vale sempre meno.

Proprio quest’ultimo aspetto sta iniziando a preoccupare i regolatori europei, scrive il Financial Times. Alcune importanti banche, come la spagnola BBVA, l’italiana UniCredit e la francese BNP Paribas, hanno prestato molto denaro alla Turchia e rischiano di subire forti perdite se i loro debitori inizieranno a non essere più in grado di restituire il denaro ricevuto in prestito. Secondo il quotidiano, il 40 per cento del patrimonio del settore bancario turco è costituito da titoli di debito denominati in valuta estera, i cui interessi devono quindi essere ripagati in monete rispetto alle quali la lira turca vale sempre meno.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che lo scorso giugno è stato eletto per la seconda volta presidente della Repubblica, ha incolpato gli speculatori e i nemici internazionali della Turchia per la recente crisi. Nel corso di un comizio Erdoğan si è rivolto ai suoi sostenitori dicendo «Se loro hanno i dollari, noi abbiamo dalla nostra la gente, la giustizia e Dio».

La crisi della lira turca è dovuta soprattutto alle decisioni di Erdoğan, che hanno aumentato moltissimo la quantità di moneta in circolazione nel paese, facendo quindi perdere valore alla moneta stessa (detto brutalmente: per la regola della domanda e dell’offerta). Da una parte Erdoğan è contrario al rialzo dei tassi di interesse, lo strumento principale con cui le banche centrali posso cercare di limitare la quantità di denaro in circolazione e così aumentarne il valore. Dall’altra, durante la campagna elettorale per le presidenziali, Erdoğan aveva promesso maggiore spesa pubblica e altri investimenti statali, misure che a loro volta hanno prodotto ulteriore circolazione di moneta.

Nel contempo, Erdoğan ha involontariamente alimentato la sfiducia degli investitori nel paese. Ad esempio, lo scorso luglio ha scelto suo genero, Berat Albayrak, come nuovo ministro dell’Economia. Albayrak non ha particolari esperienze economiche e non è conosciuto dagli investitori internazionali. Anzi, nel corso della campagna elettorale aveva sostenuto che il crollo nel valore della lira fosse dovuto a un complotto internazionale. L’annuncio della sua nomina aveva causato un immediato e ulteriore calo della lira. Charles Robertson, capo economista della società Renaissance Capital, specializzata nei mercati emergenti, ha detto al Financial Times: «I mercati hanno oramai perso fiducia nel triumvirato formato da Erdoğan, suo genero e la banca centrale turca».

Il presidente turco è anche riuscito a causare una crisi intenazionale con il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Le autorità del paese hanno infatti arrestato un predicatore evangelico americano e lo hanno accusato di terrorismo e di complicità con gli autori del tentanto colpo di stato del 2016 (accuse che gli avvocati del predicatore e il governo degli Stati Uniti respingono e definiscono assurde). Nonostante gli Stati Uniti abbiano offerto condizioni molto vantaggiose in cambio della liberazione dell’uomo, Erdoğan ha alzato ulteriomente la posta e alla fine ha abbandonato le trattative. In risposta, il governo americano ha sanzionato due ministri del governo turco, facendo temere una escalation diplomatica che danneggerebbe ulteriormente la fiducia internazionale nell’economia turca.

Secondo gli esperti, la soluzione alla crisi turca passa per una serie di scelte a breve termine dolorose, ma che avranno effetti positivi a lungo termine. La banca centrale dovrebbe alzare immediatamente i tassi di interesse e il governo turco dovrebbe accettare la recessione che questo provocherebbe, riducendo gli stimoli fiscali che rischiano di rendere inefficace il rialzo dei tassi di interesse. Erdoğan dovrebbe ricucire i rapporti con gli Stati Uniti e inserire nel governo nuovi nomi che possano ridare fiducia agli investitori. Per alcuni, la posizione del presidente turco, al potere oramai da 15 anni, è così salda che potrebbe senza difficoltà tornare sui suoi passi e attuare almeno una parte di queste misure senza perdere credibilità. Per altri, Erdoğan è oramai incapace di ammettere di aver sbagliato e ha finito con il credere alle bizzarre teorie del complotto internazionale che il suo stesso entourage ha fabbricato, senza curarsi delle conseguenze che questo potrebbe avere per il paese.

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