L’estrema destra si sta prendendo anche la Svezia

I Democratici Svedesi, diretti discendenti dei partiti neonazisti, rischiano di diventare il primo partito alle elezioni di settembre

Jimmie Akesson, leader dei Democratici Svedesi. (Johan Jeppsson/IBL via ZUMA Press)

Dal 1917 i Socialdemocratici sono il primo partito in Svezia: hanno sempre ottenuto più voti degli altri partiti, e hanno governato il paese per gran parte degli ultimi 60 anni, con una significativa interruzione tra il 2006 e il 2014, quando al governo andò il Partito Moderato, la principale forza di centrodestra che tradizionalmente è il secondo partito del paese. Questo equilibrio sembra destinato a cambiare alle elezioni politiche che si terranno il prossimo settembre: e come in molti altri paesi europei, a scombussolare le cose sono i populisti di destra.

Se in Italia la destra sovranista e anti-immigrazione è rappresentata dalla Lega, in Germania da Alternative für Deutschland e in Francia dal Front National, in Svezia ha preso il nome di Sverigedemokraterna (SD), cioè Democratici Svedesi. Se nella maggior parte dei paesi europei i legami tra i partiti populisti di destra e i movimenti fascisti e neonazisti sono obliqui o più o meno mascherati, i Democratici Svedesi nacquero nel 1988 come diretta espressione di vari movimenti e partiti dichiaratamente neonazisti. Basarono fin da subito la propria propaganda politica sulla difesa della presunta uniformità etnica svedese e sull’ostilità alla religione musulmana, con toni apertamente razzisti. Per anni sono stati ostracizzati e marginalizzati dai partiti istituzionali svedesi, e con successo: ma le mutate condizioni politiche e soprattutto sociali del paese, uno di quelli che in Europa ha subito più conseguenze dalla crisi migratoria degli ultimi anni, hanno fatto la fortuna politica dei Democratici Svedesi.

I sondaggi per le prossime elezioni segnalano un drastico calo nei consensi per i Socialdemocratici, dati tra il 22 per cento e il 25 per cento: nel 2014 avevano preso il 31 per cento, mentre per gran parte della seconda metà del Novecento viaggiarono sul 45 per cento, superando due volte il 50 per cento. Il Partito Moderato, che nel 2014 – dopo otto anni di governo che lo avevano logorato in termini di consenso – aveva superato di poco il 23 per cento, è stimato oggi intorno al 20 per cento. I Democratici Svedesi, che nel 2010 non arrivarono al 6 per cento e nel 2014 raddoppiarono sfiorando il 13 per cento, sono dati dai sondaggi al 20 per cento. La possibilità che superino il centrodestra è concreta e anzi prevista da alcuni esperti: ma c’è chi pensa che possano addirittura conquistare il primo posto.

Nonostante l’aumento nei sondaggi, il rischio che i Democratici Svedesi arrivino al governo sembra molto basso, visto che dovrebbero formare un governo di minoranza con l’appoggio di altri partiti, che sembra escluso. Da tempo però il leader del partito Jimmie Åkesson sta provando a renderlo sempre più istituzionale. All’inizio, tra gli slogan del partito c’era “mantenere la Svezia svedese”: Åkesson ha progressivamente allontanato i membri più estremisti del partito, anche se continuano a esserci periodicamente casi di dichiarazioni razziste e violente dei suoi esponenti: lo scorso novembre un politico locale si dovette dimettere dopo aver detto che i musulmani non erano interamente umani. Ancora più recentemente, un parlamentare ha detto che gli ebrei e i sami (cioè i lapponi) non sono davvero svedesi.

Oggi tra le principali proposte dei Democratici Svedesi c’è la sospensione totale delle concessioni di asilo politico. In futuro, il partito vorrebbe accettare rifugiati solo dai paesi confinanti. I tagli al budget sull’immigrazione, dice Åkesson, potrebbero essere usati per tagliare le tasse e aumentare le spese per il welfare. Oltre alle proposte sull’immigrazione, il programma dei Democratici Svedesi prevede un referendum per uscire dall’Unione Europea, che in molti hanno già soprannominato “Swexit”.

Le ragioni dietro alla crescita della destra populista in Svezia sono simili a quelle di altri paesi, e hanno a che fare soprattutto con l’immigrazione. La Svezia è il paese che accoglie più rifugiati in proporzione al numero di abitanti in Europa, e i consensi dei Democratici Svedesi sono cresciuti parallelamente all’intensificarsi della crisi migratoria cominciata nel 2015: quell’anno 163mila migranti arrivarono in Svezia, un paese da dieci milioni di abitanti. Negli ultimi quattro anni, i rifugiati arrivati in Svezia sono stati circa 350mila.

Il caso della Svezia, all’estero, è stato uno dei più raccontati e sfruttati politicamente, in un senso o nell’altro. Chi è favorevole a un approccio aperto e tollerante nei confronti dell’immigrazione celebra la multiculturalità del paese, chi invece è contro l’integrazione cita i problemi del paese con le gang criminali. È un problema effettivamente esistente, molto cavalcato dai Democratici Svedesi e che ha costretto anche i partiti tradizionali a irrigidire le proprie posizioni sui migranti. Sparatorie e attacchi esplosivi sono aumentati negli ultimi mesi, ma la criminalità nel paese continua a essere molto bassa e in certi casi a diminuire, e non è così scontato che il problema delle gang sia collegato alla crisi migratoria degli ultimi anni.

Similmente a quanto accade in altri paesi, compresa l’Italia, la narrazione mediatica della criminalità ha creato un problema che non è confermato dai dati. Il capo della polizia svedese ha spiegatoPolitico che il numero di omicidi nel paese è pressoché costante, e rimane intorno ai 100 all’anno, e non ci sono cosiddette “no-go zones”, cioè zone delle città di cui le forze dell’ordine hanno perso il controllo, come invece è stato raccontato all’estero. I sondaggi mostrano che la paura degli elettori per la criminalità è aumentata, nonostante gli omicidi siano rimasti stabili: 113 nel 2017, 106 nel 2016 e 112 nel 2015. Si stima che oltre un terzo degli omicidi avvenga in relazione alla violenza tra le gang, in guerra tra loro e con la polizia per il traffico di droga o per lo sfruttamento della prostituzione. Ma secondo diversi studi, i responsabili di queste violenze sono figli di immigrati, che hanno sempre vissuto in Svezia, e che quindi non sono arrivati nei flussi più recenti.

Ciononostante, i Democratici Svedesi accusano i Socialdemocratici di aver tenuto un atteggiamento troppo morbido sull’immigrazione: questo, ha spiegato al New Statesman Nicholas Aylott, docente di scienze politiche all’Università di Södertörn, ha costretto i partiti tradizionali a provare a rincorrere l’estrema destra su questi temi. Ma non è stato uno spostamento uniforme e totale: a maggio, i Socialdemocratici hanno approvato una legge, sostenuta anche da alcuni parlamentari liberali e conservatori, che concede a 9mila minori che erano entrati nel paese non accompagnati nel 2015 di fare una seconda richiesta di asilo.

La crescita di consensi dei Democratici Svedesi racconta molte cose anche sul Partito Moderato, che è sempre stato tradizionalmente il partito dell’ordine e della sicurezza, ma che si è fatto sottrarre queste prerogative dalla più efficace propaganda xenofoba dell’estrema destra e che ha subito un’emorragia di consensi dopo i suoi otto anni al governo, nei quali – in coalizione con altri tre partiti – ha approvato molte riforme che hanno cambiato l’economia e il welfare del paese in senso liberista.

Dal punto di vista dell’economia, in realtà, in Svezia le cose non vanno male: sotto la guida del primo ministro socialdemocratico Stefan Löfven, l’economia cresce stabilmente e la disoccupazione è ai minimi da prima della crisi finanziaria. Anders Ygeman, dirigente dei Socialdemocratici, ha spiegato a Politico: «Gli elettori dicono: “l’economia va bene e probabilmente sarà lo stesso sia coi conservatori sia con i Socialdemocratici, ma cosa succede con l’integrazione e la criminalità? Da quando sono queste le domande che dominano l’agenda, abbiamo avuto i nostri grandi cali di consenso».

Ygeman ha ricordato che il suo partito ha promesso 10mila poliziotti in più e che il collegamento tra criminalità e immigrazione è più complesso di come lo pongono i populisti: «È ovvio che ci sono più problemi nelle aree più povere, e che le persone più povere sono anche quelle con un passato di immigrazione. Quindi certo, puoi accettare la narrazione semplicistica della destra e dare la colpa della violenza ai migranti». Sono posizioni condivise anche dal capo della polizia svedese Anders Thornberg, che ha sottolineato che la polizia è a corto di personale e che a causare la violenza tra gang è la povertà e non l’etnia. Il vero problema, secondo Ygeman, sono le diseguaglianze sociali create dagli anni di governo di centrodestra, che ha alla fine idee simili ai Democratici Svedesi: «Stipendi più bassi, licenziamenti più facili e grandi tagli sulle tasse dei più ricchi».

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