La commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager al festival politico Folkemødet, sull'isola di Bornholm, in Danimarca, l'11 giugno 2015 (NILS MEILVANG/AFP/Getty Images)
  • Mondo
  • martedì 26 Giugno 2018

In Danimarca c’è un festival in cui chiunque può parlare con il primo ministro

E anche con imprenditori, dirigenti d'azienda, ambasciatori: si chiama Folkemødet e si tiene ogni anno a giugno su una piccola isola del Baltico

La commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager al festival politico Folkemødet, sull'isola di Bornholm, in Danimarca, l'11 giugno 2015 (NILS MEILVANG/AFP/Getty Images)

Dal 2011 ogni anno a giugno migliaia di danesi si incontrano su un’isola del mar Baltico – molto più vicina alla Svezia che alla Danimarca – per parlare di politica tra loro e con i politici più importanti del paese, compresi i membri del governo e il primo ministro, e con capi di grandi aziende e ambasciatori stranieri. Succede al festival di politica Folkemødet (letteralmente “incontro con il popolo”), che quest’anno è stato dal 14 al 17 giugno e a cui hanno partecipato 110mila persone. Ci sono stati incontri, dibattiti e anche piccole manifestazioni, tutti basati sull’idea che cittadini e politici possano confrontarsi direttamente senza la mediazione di giornali, televisioni e social network e in modo educato e civile. Il tutto è molto informale.

L’isola che ospita il Folkemødet si chiama Bornholm, è grande quattro volte l’isola d’Elba e ha 40mila abitanti, poco meno di Biella. Tutti gli eventi sono gratuiti e si possono raggiungere a piedi una volta arrivati ad Allinge, la cittadina sede del festival, e tutti i partiti politici partecipanti hanno la possibilità di tenere un comizio. Oltre agli incontri con politici e amministratori delegati, ci sono concerti, spettacoli comici e laboratori di attività artigianali, ma il centro di tutto sono i dibattiti e gli incontri in cui chiunque può chiedere qualcosa a qualcuno di importante. L’idea del Folkemødet è stata presa da un analogo evento svedese, la settimana di Almedalen, che si svolge all’inizio di luglio dal 1968.

Gli incontri e i dibattiti si tengono all’aperto e in tensostrutture in cui chi parla è molto vicino a chi ascolta e tutti sono vestiti in modo informale, con jeans, magliette e scarpe da ginnastica. A volte i capi dei partiti servono da mangiare nelle tende dove si prepara il cibo. I cittadini possono suggerire ai propri rappresentanti e ad altre persone con ruoli importanti le proprie proposte per provare a risolvere un problema. È una specie di grande festa dell’unità, ma in cui ci sono molte più interazioni tra speaker e pubblico, e senza uno specifico partito a organizzare eventi e discussioni.

Nel 2011, alla prima edizione, parteciparono 10mila persone: negli anni il Folkemødet è cresciuto moltissimo e all’edizione da poco conclusa ci sono stati tremila eventi per cui ogni spazio disponibile ad Allinge, non solo su terra ma anche sulle imbarcazioni attraccate al porto della cittadina, è stato sfruttato.

Tra le persone che hanno partecipato quest’anno c’erano il capo della branca danese di Amnesty International, quello del principale sindacato degli insegnanti e un ex attore pornografico, che ha partecipato a un dibattito su un potenziale limite d’età per la circoncisione insieme a un rabbino e a un deputato musulmano. Un altro evento era dedicato alla possibilità di usare dei robot per aiutare (o sostituire) i giudici: parlavano un giudice, un avvocato e un rappresentante di IBM. A un altro incontro c’era anche l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, che ha presentato il suo progetto politico europeo DIEM 25, la lista transnazionale con cui vuole partecipare alle elezioni europee del 2019.

Uno degli eventi del festival era un incontro in cui l’amministratore delegato della Danske Bank, Thomas Borgen, doveva rispondere a qualunque domanda del pubblico: una cosa che non capita spesso, per non dire mai. Dato che di recente i giornali danesi si sono occupati della Danske Bank per un caso di riciclaggio di denaro di origine russa a proposito del quale la banca non ha contattato le autorità subito dopo averlo scoperto, le domande fatte a Borgen sono state particolarmente dure. Il New York Times, che ha dedicato un articolo al Folkemødet, ha riportato alcune di queste domande: «Ha imparato qualcosa sull’umiltà dalla crisi finanziaria? Perché la sua banca non segue le linee guida etiche che si è data? Lei è la persona migliore per questo lavoro?». Un cliente della banca ha chiesto conto a Borgen del riciclaggio di denaro in modo educato ma insistente: «È difficile capire perché vi sia servito così tanto tempo per reagire. Ci può spiegare perché?». Borgen ha ammesso che la banca avrebbe dovuto fare meglio.

Una regola non scritta della manifestazione è che le domande possono anche essere dure, ma l’atmosfera generale deve essere piacevole e non devono esserci insulti come sui social network.

Secondo un sondaggio di Radius, la società che raccoglie dati sul Folkemødet, l’82 per cento dei partecipanti all’edizione del 2017 ha detto di aver imparato delle cose al festival sulle questioni politiche; il 62 per cento ha detto che partecipare agli incontri lo ha ispirato a impegnarsi più attivamente in politica.

All’edizione di quest’anno del Folkemødet i temi di cui si è parlato di più sono stati la sanità, la democrazia e i giovani. Si è parlato molto poco invece di immigrazione, una delle cose a proposito di cui si parla di più della Danimarca a livello internazionale e su cui si sono giocate le elezioni politiche del paese negli ultimi vent’anni. Asbjorn Haugstrup, il capo di Radius, ha spiegato al New York Times che è andata così perché al Folkemødet «si beve birra artigianale con le persone con cui non si è d’accordo» e «il dibattito sugli stranieri è un tema troppo conflittuale per questo contesto». In giro per il festival comunque si vedevano attivisti musulmani in giro con magliette con la scritta «Chiedi a un musulmano» per favorire lo scambio culturale con i danesi di origine danese.

Un attivista che al Folkemødet ha partecipato a una manifestazione di protesta contro la recente legge che vieta di indossare burqa e niqab negli spazi pubblici ha descritto il festival come un evento «che non potrebbe essere organizzato in nessun altro paese al mondo».