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  • sabato 21 aprile 2018

Vestager contro tutti

La commissaria europea alla concorrenza ha iniziato una battaglia legale con le aziende di tecnologia più potenti al mondo, ma non è chiaro se riuscirà a portarla avanti

(JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Le autorità governative statunitensi vengono spesso accusate di avere un occhio di riguardo per le aziende più grandi e ricche, soprattutto quelle che riescono a ritagliarsi una posizione di monopolio. L’opinione pubblica se n’è accorta anche in occasione dell’audizione del CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, davanti al Congresso. Facebook ha da molti anni una parte rilevante nella vita degli americani, ma è stata la prima volta che Zuckerberg ha avuto a che fare di persona con un organo politico di questo peso.

In Europa le cose funzionano in modo diverso. C’entrano una tradizione economica differente – meno incline a tollerare i monopoli – ma anche l’approccio tenuto negli ultimi anni dalla commissaria europea alla concorrenza, la politica danese cinquantenne Margrethe Vestager. Fra il 2016 e i primi mesi del 2018 il dipartimento della Commissione guidato da Vestager, che può contare su 900 dipendenti, ha comminato multe milionarie a Apple, Facebook, Google e Amazon, cioè le quattro aziende di tecnologia più ricche e potenti al mondo. Le ragioni sono diverse, ma si possono ricondurre alla posizione dominante che ciascuna di queste aziende mantiene nel proprio settore.

Le accuse della Commissione sono note: gli esperti di tecnologia più intransigenti ne parlano da anni. Nessun governo, però, aveva mai deciso di andare fino in fondo e inimicarsi aziende di quel calibro. A rendere ancora più notevole questa storia è che gli sforzi dell’Unione Europea non sono coordinati dai capi di stato dei paesi più potenti, ma da una commissaria espressa da un piccolo paese dell’Unione, e che appartiene a un partito arrivato settimo alle ultime elezioni politiche.

(PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

Nonostante si stia concentrando sulle multinazionali, Vestager non è affatto una radicale. All’università ha studiato Economia e subito dopo è entrata nel Partito Social-Liberale Danese, un partito liberale di centrosinistra, pro Europa e a favore di una totale integrazione dei migranti (tanto che in Danimarca è soprannominato con un po’ di disprezzo “il partito del latte macchiato”). Vestager è anche un’affezionata utente dei prodotti Apple, e il Guardian ha raccontato che quando in una recente intervista aveva parlato della prima ricerca che fece su Google, «il suo viso si era illuminato».

Nonostante il suo partito non abbia mai superato il 10 per cento alle elezioni politiche, Vestager ha spesso ricoperto importanti cariche negli ultimi governi di centrosinistra, e fra il 1998 e il 2014 è stata ministro dell’Istruzione, poi dell’Economia, e quindi vice-primo ministro. Ad aiutarla è stata soprattutto la sua fama di politica tosta e intransigente, che secondo alcuni è stata persino di ispirazione per la serie tv Borgen, una specie di West Wing ambientata in Danimarca e andata in onda anche in Italia.

La popolarità di Vestager è comunque piuttosto trasversale. Nei momenti morti del suo lavoro o in aeroporto è stata vista lavorare a maglia, e tre anni fa ha dispensato qualche consiglio di cucina in un’intervista al New York Times. Ma Vestager è anche soprannominata “la regina di Twitter” per l’uso poco ingessato che ne fa da molti anni. Un recente sondaggio ha mostrato che il 67 per cento dei danesi contattati vorrebbe che Vestager mantenesse il suo posto da commissaria alla concorrenza anche nella prossima legislatura europea.

Anche Vestager ha comprato il libro-parodia di John Oliver sui conigli di cui si era parlato molto qualche settimana fa.

Vestager non si vede come una paladina della lotta alle multinazionali ma come una garante del libero mercato: «Useremo ogni strumento nella cassetta degli attrezzi per livellare il campo di gioco», ha spiegato nel 2015 a un incontro con alcuni funzionari americani.

Spesso “livellare il campo di gioco” significa comminare multe milionarie alle aziende sospettate di aver creato un monopolio, e provare a scoraggiarle a farlo di nuovo. Nel 2017 la Commissione Europea ha multato Google per 2,4 miliardi di euro, accusandolo di mostrare nelle sue pagine dei risultati solo i link verso siti per gli acquisti online che pagano per essere messi in evidenza, senza dare spazio ai loro concorrenti. Stando ai dati raccolti dalla Commissione, Google ha ottenuto vantaggi dalla propria posizione dominante e ha provato a monetizzarli. «Fanno cose grandiose e innovative», ha spiegato Vestager al Guardian, «ma si comportano anche come una vecchia agenzia pubblicitaria. Se usi i loro prodotti, ti becchi anche il loro browser [Chrome] e il loro algoritmo. La gente usa solo quelli, e i concorrenti [dei rivenditori online associati a Google] non riescono mai a mettere in mostra la loro merce. E siccome il mercato non gira, nessuno investe per innovare, e così via».

Le aziende di tecnologia della Silicon Valley pensano invece che Vestager si stia comportando da protezionista. Tutte le aziende colpite dalle mega-multe sono statunitensi e finora avevano incontrato ben poche resistenze da parte delle autorità europee (il predecessore di Vestager, il socialista spagnolo Joaquín Almunia, aveva cercato di patteggiare una multa più morbida con Google).

Tim Cook, il CEO di Apple, è stato uno dei pochi a negoziare con Vestager. Nel gennaio del 2016 prese un aereo e fu ricevuto nel suo ufficio di Bruxelles. Secondo una fonte del Wall Street Journal la discussione fu abbastanza animata, e «Cook interruppe più volte Vestager per provare a spiegare che Apple produce la maggior parte dei suoi profitti negli Stati Uniti e non in Irlanda», dove è situata la sua sede europea e dove Apple paga circa lo 0,005 per cento di tasse grazie a un accordo col governo locale. Sette mesi dopo la Commissione Europea ha ordinato a Apple di pagare 13 miliardi di euro di tasse arretrate (Apple ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione, così come Google). Cook ha definito la sentenza «una stronzata di natura politica».

Nella sua intervista col Guardian, Vestager non ha nascosto che la sua battaglia contro Apple abbia una vena populista: «La gente non sopporta che si evadano le tasse, e il Consiglio Europeo sapeva di avere la possibilità di intervenire. Il ragionamento è stato questo: proviamo a fare qualcosa di diverso con le regole che già abbiamo. Qualcosa che non preveda una nuova legge, ma un nuovo approccio che dia voce alla rabbia della gente». Da quando ha iniziato ad avere a che fare con le aziende di tecnologia, inoltre, Vestager è diventata molto più sensibile alla sua privacy: qualche mese fa ha raccontatoPolitico di preferire gli SMS a WhatsApp, e di usare spesso motori di ricerca alternativi a Google, come Bing e DuckDuckGo.

Vestager sa bene che le battaglie legali con Apple e Google sono appena iniziate. «La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si esprimerà su alcuni di questi casi nella prossima legislatura, e voglio esserne responsabile», ha detto di recente al quotidiano francese L’Opinion. Non è ancora chiaro se ci riuscirà: rimanere commissario europeo per due legislature di fila è una cosa molto irrituale. Nel 2015, un anno dopo la nomina di Vestager a commissario europeo, il governo della Danimarca è passato dal centrosinistra al centrodestra. A fine febbraio il primo ministro Lars Løkke Rasmussen ha ricordato che secondo la prassi politica locale il commissario europeo della Danimarca – a ciascun paese dell’Unione ne spetta uno solo – viene espresso dalla maggioranza parlamentare.

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