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  • martedì 22 maggio 2018

L’ISIS si sta trasformando

Con la sconfitta in Siria e in Iraq, stanno diventando sempre più importanti i gruppi affiliati in Asia e in Africa

Tre poliziotti indonesiani a Giacarta (Oscar Siagian/Getty Images)

Da diverso tempo si sente parlare meno dello Stato Islamico (o ISIS): i territori del Califfato in Siria e in Iraq sono passati sotto il controllo delle forze irachene e siriane, la propaganda su Internet non è più così frequente e ricercata, e quasi tutti i leader storici del gruppo sono stati uccisi dagli attacchi aerei mirati statunitensi. Le sconfitte subite negli ultimi due anni hanno di fatto segnato la fine del “Califfato islamico” in quanto stato-governato, ma non la fine dello Stato Islamico nel suo complesso, che ha cominciato a cambiare forma. L’ISIS è tornato a essere quello che era prima, cioè un gruppo di guerriglia, e allo stesso tempo ha cambiato la sua struttura, diventando sempre più attivo nelle “periferie” e sempre meno importante nel suo “centro”. È così che si spiega la crescita dei gruppi affiliati allo Stato Islamico in posti e continenti diversi: in Indonesia, in Afghanistan e in Africa occidentale, tra gli altri.

L’aumento dell’importanza delle periferie dell’ISIS a scapito del centro è un processo che non si è realizzato da un giorno all’altro, ma nel corso di diversi mesi. La scorsa estate, per esempio, un gruppo affiliato allo Stato Islamico aveva preso il controllo di una città intera nelle Filippine, a migliaia di chilometri da Siria e Iraq. Già allora si era cominciato a parlare del rischio di una “colonizzazione” dell’Asia da parte dello Stato Islamico, soprattutto nei paesi a maggioranza musulmana, come l’Indonesia. Secondo l’analista Rohan Gunaratna, capo di un centro specializzato in sicurezza e terrorismo all’Università Nanyang di Singapore, «lo Stato Islamico è entrato in una fase di espansione globale, molto simile a quella di al Qaida alla fine del 2001». Vale la pena però specificare una cosa: questa trasformazione dello Stato Islamico riguarda per lo più la sua struttura e non significa la fine degli attentati terroristici in Europa, che sono sempre più compiuti dai cosiddetti “lupi solitari”, cioè da attentatori ispirati dalla propaganda del gruppo.

I gruppi affiliati allo Stato Islamico e che agiscono nella “periferia” si stanno muovendo in maniera piuttosto autonoma, sfruttando le debolezze dei rispettivi paesi e la persistenza della propaganda radicale online, e senza un coordinamento centrale comune.

In Afghanistan, ha scritto il giornalista del Wall Street Journal Yaroslav Trofimov, l’ISIS è riuscito a crescere grazie all’instabilità provocata dalla più che decennale guerra tra talebani e governo centrale. La “provincia del Khorasan” – così si chiama il gruppo affiliato allo Stato islamico – si è reso responsabile negli ultimi mesi di attacchi particolarmente violenti, soprattutto contro la comunità sciita, e si è scontrato in diverse occasioni con i talebani.

Il rapporto tra talebani e ISIS è interessante. Rahmatullah Nabil, che fino al 2015 lavorò come capo dell’intelligence nazionale afghana, ha detto al Wall Street Journal: «Le tradizioni afghane sono contro alcune delle tattiche che l’ISIS ha usato in Siria e in Iraq. In certe aree del paese c’è genuina inimicizia tra i talebani e la provincia del Khorasan», ma gli stessi talebani hanno spesso usato la presenza dell’ISIS in Afghanistan a proprio vantaggio: «A volte la creazione di una situazione tesa tra talebani e provincia del Khorasan al confine nord ha più che altro avuto ragioni tattiche. I talebani e i loro alleati hanno cercato di persuadere i paesi dell’Asia centrale, l’Iran o anche la Russia a dare loro appoggio con l’argomento di essere la forza che fermerà la diffusione della provincia del Khorasan».

Un altro paese asiatico dove lo Stato Islamico si è mostrato molto attivo è l’Indonesia, dove una settimana fa ci sono stati tre attentati nel giro di 24 ore nei quali sono state uccise più di dieci persone. Sidney Jones, analista ed esperta di terrorismo nel sudest asiatico, ha spiegato come in Indonesia non ci sia un solo gruppo affiliato all’ISIS, ma diversi, che agiscono in maniera indipendente uno dall’altro: «Questa mancanza di una struttura organizzata alle spalle rende più difficile sradicare l’ideologia dell’ISIS, perché alcuni gruppi potrebbero aderirvi anche dopo che altri l’hanno abbandonata». L’aspetto più preoccupante dell’attività dell’ISIS in Indonesia, ha scritto Jones, è però un altro: sembra che nessuno dei terroristi coinvolti negli attacchi dell’ultima settimana abbia mai messo piede in Siria e in Iraq. Questo significa due cose: che i simpatizzanti dell’ISIS in Indonesia non hanno per lo più avuto esperienza diretta della delusione provata da molti foreign fighters per la «discriminazione, ipocrisia e corruzione» vissuti durante la fase calante del Califfato; e che, nonostante la fine dello Stato Islamico come stato, l’ideologia dell’ISIS rimane attraente per molti islamisti estremisti in giro per il mondo.

Di recente sono emerse molte preoccupazioni anche per la presenza dello Stato Islamico in Africa occidentale, nella zona tra Niger, Mali e Burkina Faso. Qui il gruppo affiliato si chiama “Provincia del Grande Sahara” e si è reso responsabile tra le altre cose dell’attacco in Niger dello scorso ottobre, nel quale furono uccisi quattro soldati americani e cinque nigerini. Secondo il sito specializzato Long War Journal, la Provincia del Grande Sahara ha assorbito diversi gruppi radicali che erano presenti nella zona e sta attraendo anche jihadisti di al Qaida. In quest’area del Sahara, lo Stato Islamico potrebbe trovare terreno fertile per il suo sviluppo, visto la difficoltà dei governi della zona a controllare il territorio e viste le attività criminali molto diffuse, tra cui il traffico di esseri umani.

Secondo diversi analisti, il processo di “decentramento” dello Stato Islamico non dovrebbe essere sottovalutato, soprattutto in quei paesi che sono attraversati da crisi politiche e instabilità dovute a conflitti di vario tipo. Questo non significa che la fine del Califfato non sia una buona notizia per la lotta contro il terrorismo, ma solo che non implica necessariamente la fine di quell’ideologia radicale ed estrema che è stata alla base dei temporanei successi dello Stato Islamico in Iraq e in Siria.

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