Il Festival di Cannes è fuori dal tempo?

Non ci sono film di Netflix, non si possono fare selfie e molti film e registi sono sconosciuti: va bene così o è un problema?

(Gareth Cattermole/Getty Images)

Quando si parla del Festival di Cannes si dice che sia il più importante festival di cinema al mondo. Lo è, effettivamente, da diversi decenni: per i nomi di registi, attori e attrici che partecipano, per l’interesse mediatico che genera e per la sua rilevanza nel mercato cinematografico. Ma c’è chi ritiene che da qualche tempo Cannes stia perdendo un po’ d’importanza e che in particolare quest’anno (la 71ª edizione finirà il 19 maggio) si sia palesato come fuori dal tempo, arretrato, ancorato a un mondo che esisterà sempre meno. Perché ha scelto di non far partecipare i film di Netflix, per esempio; perché ha vigorosamente vietato i selfie; perché ha preso una decisione contro le recensioni-lampo su Twitter; perché non sembra particolarmente interessato a promuovere le donne del cinema e perché, soprattutto, sembra aver perso rilevanza sia mediatica che commerciale.

Constance Jamet di Le Figaro ha scritto che il Festival di Cannes sta inciampando nel nuovo millennio; Brent Lang e Elsa Keslassy hanno scritto su Variety, la più importante rivista di cinema al mondo, che «ci sono nubi scure sull’edizione di quest’anno del Festival, perché una tempesta perfetta di nuove tecnologie, nuove tendenze del mercato del cinema e disastri comunicativi auto-inflitti stanno facendo dubitare delle sue prospettive a lungo termine». Lang e Keslassy hanno scritto che i tempi stanno cambiando e Cannes «sembra cocciutamente volersi opporre al cambiamento»; secondo loro quindi Cannes deve scegliere se «evolvere o svanire».

Netflix
Quest’anno a Cannes non c’è alcun film di Netflix, né in concorso né fuori. L’organizzazione del Festival, anche per via di alcune regole sulla programmazione dei film in Francia, ha impedito a Netflix di portare film in concorso; Netflix di conseguenza ha deciso di non portarne proprio nessuno, nemmeno fuori concorso. La sensazione generale è che Thierry Fremaux, il delegato generale del Festival di Cannes, abbia quasi cercato lo scontro, evitando le possibili mediazioni. È un fatto quantomeno strano che quello che è ancora il più grande festival di cinema al mondo non abbia nemmeno un film del più importante servizio di streaming di film al mondo, che da qualche anno è anche un importante produttore di film.

Fremaux ha detto, in un discorso in cui parlava di Netflix, che «il cinema è poesia e le serie tv sono un prodotto industriale», mostrando un punto di vista particolarmente miope e disinformato. Il Guardian ha definito “faida” e “guerra fredda” quella tra Netflix e Cannes. Ted Sarandos, il responsabile dei contenuti di Netflix ha detto: «Non è una coincidenza che Thierry [Fremaux] abbia anche vietato i selfie. Non so quale altro tipo di progresso dei media gli piacerebbe vietare».

I selfie
Già nel 2015 il Festival scoraggiò fortemente i selfie sul tappeto rosso e ai suoi eventi principali, e Fremaux disse che erano «una pratica ridicola – estremamente ridicola – e grottesca». Quest’anno il divieto di selfie è diventato esplicito e deciso: Chris Gardner ha scritto su Hollywood Reporter che Fremaux ne ha fatto «una sua missione personale» e che alla prima serata del Festival si è attivamente adoperato per far rispettare la regola. Tra le informazioni fatte avere ai giornalisti presenti a Cannes c’era anche un foglietto sul divieto, che spiegava che ai trasgressori sarebbe stata impedita la partecipazione ai successivi eventi.

Fremaux ha detto che il divieto ha a che fare con problemi pratici (i selfie fanno perdere tempo) ma ha anche aggiunto: «Si viene a Cannes per guardare, non per farsi guardare».

Le anteprime annullate
È una questione un po’ tecnica, ma è importante se messa insieme ai due punti precedenti. Gli anni scorsi i giornalisti vedevano l’anteprima dei film al mattino; diverse ore prima di quella serale, di gala, con gli attori in abiti eleganti. Quelle proiezioni sono state annullate. Qualcuno l’ha vista come una decisione presa per ridurre un po’ il potere dei critici (che in certi casi stroncavano il film nel pomeriggio, prima ancora dell’anteprima di gala), qualcuno l’ha vista come una decisione contro le recensioni rapide e sintetiche, su Twitter.

Fremaux ha detto: «Noi la stampa la amiamo. Io spero anzi che questo provvedimento darà maggior importanza alla parola scritta, quella di un approfondimento rispetto a quella di un tweet».

Le donne
Il Festival di quest’anno ha ricevuto critiche anche per quella che secondo alcuni è una scarsa attenzione alle rivendicazioni del movimento #metoo e alle poche cose fatte per rendere maggiore e migliore la presenza delle donne nel cinema e nel Festival. Il Festival, che qualche anno fa fu molto criticato per aver invitato le donne a andare sul tappeto rosso con i tacchi, quest’anno è stato criticato perché solo 3 dei 18 film in concorso sono diretti da donne. Variety ha anche fatto notare come, a differenza di altri festival (come il Tribeca o il Sundance), Cannes non abbia cambiato le sue regole contro gli abusi e le molestie sessuali.

Fremaux ha fatto notare che la presidente di giuria quest’anno è Cate Blanchett, una donna, e che il problema è che ci sono poche registe in generale: «Il numero di autrici nell’industria del cinema è del 7 per cento del totale. A Cannes invece abbiamo di solito tra il 20 e il 23 per cento di registe donne».

Il 12 maggio 82 donne del cinema hanno manifestato a Cannes chiedendo una maggior presenza di donne nel cinema. Erano 82 perché dal 1946 a oggi a Cannes sono passati in concorso 82 film diretti da donne, contro 1.645 diretti da uomini. La protesta è stata organizzata da un’associazione francese e non dal Festival.

I soldi che girano
Oltre ogni altra cosa, il Festival di Cannes ha lo scopo di promuovere il cinema e chi lo fa. Più che il ritorno economico del Festival in sé (su cui comunque non ci sono dati a sufficienza) è importante capire quanti soldi riesca a muovere il Festival nel mondo del cinema. Ecco: secondo Variety, ne muove sempre meno. Come ha scritto Best Movie, quella di quest’anno è un’edizione in cui «quasi la metà dei nomi è sconosciuta anche ai critici più navigati», e le grandi case di produzione di Hollywood sembrano sempre meno interessate a Cannes.

Su Variety, Lang e Keslassy hanno fatto l’esempio di Solo: A Star Wars Story che sarà presentato domani, martedì 15 maggio, fuori concorso a Cannes. È un film che fa girare molti soldi, con tanti attori famosi; il problema è che la sua vera anteprima è già stata fatta a Los Angeles, perché Disney – che l’ha prodotto – ha considerato Cannes non abbastanza importante per la vera anteprima. Il Festival di Cannes tende a dire «sei tu a dover volere venire qui», senza fare troppi sforzi per convincere qualcuno a farlo davvero. Secondo Variety, Cannes ha perso attrattiva sui grandi film e si sta arroccando su quelli d’autore, piccoli, di nicchia, per un pubblico in genere molto ristretto.

Nel tempo, Cannes è diventato così importante anche per il suo Marché du Film, un mercato del cinema in cui i distributori comprano diritti dei film. Lang e Keslassy hanno scritto che un tempo c’erano accesissime aste per assicurarsi i film migliori e che quest’anno è invece tutto molto meno vivace: in sostanza è sempre meno rilevante per i soldi e le tendenze del cinema mondiale.

In breve: per motivi vari, quest’anno sembrano esserci pochi nomi grossi a Cannes. Non è dato sapere se sia una scelta di Fremaux a favore di un certo cinema o una scelta obbligata fatta dopo aver ricevuto diversi rifiuti su film “per il grande pubblico”. Fremaux ha detto: «È una selezione che riflette la voglia di essere più audaci. Aprirci al futuro. Aprire di più le porte. E poi c’è un problema con gli americani, che certi film li fanno pensando agli Oscar, per i quali un passaggio a Cannes a volte è considerato troppo anticipato». A chi gli ha fatto notare la scarsità di grandi nomi, Fremaux ha detto poco prima dell’inizio del Festival: «Di star ce ne saranno, ma noi scegliamo i film pensando all’estetica, non certo al tappeto rosso».

Quindi
È presto per dire che ne sarà del Festival di Cannes. Ma è certo che il Festival ha fatto alcune scelte che rafforzano certe sue peculiarità. Lang e Keslassy sono tra quelli che considerano perdenti queste scelte e hanno anche scritto che «il più grande vincitore, dopo tutte queste controversie, potrebbe essere il Festival di Venezia». Perché è a settembre (più vicino agli Oscar), perché negli ultimi anni ha mostrato più interesse al cinema americano (non solo d’autore) e perché il suo direttore, Alberto Barbera, ha idee diverse da Fremaux e disse, circa un anno fa:

«Il mercato sta cambiando molto rapidamente, anche troppo, senza che ci sia il tempo di fissare delle regole. Questo senza contare che ci sono diversi interessi e obiettivi in ballo: quelli degli esercenti, dei distributori, di chi i film li vende, dei produttori e dei filmmaker. Tuttavia il ruolo di un festival è un altro ancora, separato da questi. Dovrebbe essere una piattaforma per il cinema di qualità, selezionandolo, facendolo emergere e supportandolo, senza badare alla maniera in cui viene visto».

Barbera ha anche detto, intervistato da Repubblica, che il Festival di Venezia continuerà ad accettare film di Netflix (anche perché in Italia ci sono regole diverse da quelle francesi sul passaggio dei film dai cinema allo streaming), che il divieto dei selfie è «una posizione di principio, più che qualcosa di applicabile in concreto» e che a Venezia continueranno a essere ammessi, anche se «non sono belli a vedersi».

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