La NASA ha un nuovo capo, infine

E per la prima volta è un politico e non uno scienziato: il Repubblicano Jim Bridenstine – la cui nomina è stata molto travagliata – guiderà l'agenzia spaziale più importante al mondo

Jim Bridenstine, durante l'audizione al Senato dello scorso novembre (Chip Somodevilla/Getty Images)
Jim Bridenstine, durante l'audizione al Senato dello scorso novembre (Chip Somodevilla/Getty Images)

Dopo il periodo più lungo della sua storia senza un capo fisso, la NASA ha infine un nuovo amministratore a tempo pieno. Giovedì il Senato degli Stati Uniti ha confermato la nomina del Repubblicano Jim Bridenstine, scelto dal presidente Donald Trump: è il primo politico nella storia a dirigere la più grande e importante agenzia spaziale del mondo, i cui predecessori erano stati per lo più scienziati e ingegneri. Bridenstine ha davanti a sé un mandato piuttosto corto, circa due anni e mezzo, considerato che il Senato ha impiegato così tanto tempo a confermarlo, facendo passare oltre 15 mesi dalla sua nomina. Un tempo scettico sul riscaldamento globale e contrario al riconoscimento di alcuni diritti alle persone LGBTQ, Bridenstine non è ben visto non solo dai Democratici ma anche da alcuni suoi compagni di partito tra i Repubblicani, che avrebbero preferito la scelta di un tecnico per un incarico di questo tipo e così importante.

Bridenstine ha ottenuto 50 voti a favore e 49 contrari: è stato quindi confermato per un solo voto. L’esito della votazione è stato incerto fino alla fine, perché il senatore Repubblicano Jeff Flake (Arizona) ha mantenuto molte riserve facendo intendere che avrebbe potuto votare contro. Alla fine Flake si è però persuaso e ha votato a favore, rendendo possibile la nomina definitiva.

Quarantadue anni e con un passato da pilota militare, Bridenstine si è occupato di Spazio promuovendo incentivi e nuove politiche mentre era deputato alla Camera per lo stato dell’Oklahoma. Tra le sue proposte, ha portato avanti un progetto per rendere più semplice la raccolta dei dati atmosferici da parte dei satelliti privati, in modo da elaborare modelli di previsione più accurati per i tornado che ciclicamente interessano l’Oklahoma, causando morti e grandi danni. È stato anche promotore di una proposta di legge per riformare l’industria spaziale statunitense, iniziativa che però non ha avuto molto seguito.

Già quando era stato indicato da Trump, Bridenstine era stato criticato per alcune sue posizioni ritenute antiscientifiche. Nel 2013, per esempio, sostenne che la temperatura media globale – uno degli indicatori del cambiamento climatico – non stesse più aumentando da una decina di anni. L’affermazione era completamente priva di fondamento, come dimostrano i dati progressivi sulle temperature medie raccolte in primo luogo proprio dalla NASA. Nel corso della sua udienza di conferma, Bridenstine aveva cercato di aggiustare il tiro dicendo di essere convinto che le attività umane abbiano contribuito al riscaldamento globale, ma non aveva dato una risposta molto accurata o in linea con quanto verificato negli ultimi anni da chi si occupa dell’andamento del clima. In compenso Bridenstine ha detto che sul tema del riscaldamento globale lascerà autonomia ai ricercatori della NASA, chiedendo loro consigli sulle politiche da adottare.

Sempre nel 2013 Bridenstine fu uno dei critici più convinti della decisione della Corte Suprema che rese costituzionali i matrimoni tra le persone dello stesso sesso negli Stati Uniti. Le sue posizioni avevano attirato diverse critiche allora, riemerse in questi mesi e riprese dai senatori Democratici, contrari alla sua nomina. In questi giorni il Daily Beast ha inoltre pubblicato un’inchiesta che accusa Bridenstine di avere gestito un’organizzazione senza scopo di lucro per ottenere diretti benefici finanziari. Avrebbe gestito fondi dirottandoli verso una propria azienda per sostenerla e trarne qualche vantaggio.

Queste e altre diffidenze condivise da senatori Democratici e parte dei Repubblicani hanno reso molto lenta la conferma di Bridenstine a capo della NASA. L’annuncio della nomina era stato effettuato dall’amministrazione Trump il primo settembre del 2017, ma solo a novembre una sottocommissione del Senato aveva iniziato a occuparsi della sua conferma. Le cose erano però andate per le lunghe, rendendo necessaria una nuova nomina da parte della Casa Bianca a inizio 2018, perché erano intanto scaduti i tempi della prima sessione del Senato.

A novembre erano emerse le prime difficoltà per Bridenstine, con perplessità e critiche da parte dei senatori della Florida, stato dove l’industria spaziale conta molto economicamente per la presenza del Kennedy Space Center e delle altre sedi della NASA. All’epoca il Democratico Bill Nelson criticò la decisione di Trump duramente: “La NASA è uno dei pochi ultimi rifugi dallo scontro politico. Ha bisogno di un leader che ci unisca, non che ci divida. Con rispetto, deputato Bridenstine, non penso che lei possa essere quel leader”. Anche il Repubblicano Marco Rubio criticò la scelta di Trump di nominare un politico a capo della NASA, ma ha cambiato idea nelle ultime settimane, soprattutto quando si è fatto più concreto il rischio di rinviare ancora una decisione.

L’accelerazione che ha portato alla conferma di Bridenstine non è infatti dovuta al Senato o all’amministrazione Trump, ma a chi in questi mesi ha amministrato pro tempore la NASA: Robert Lightfoot, succeduto a Charles F. Bolden Jr., scelto da Barack Obama e rimasto in carica dal 2009 al gennaio 2017, quando si è insediato Donald Trump. Dopo mesi di attesa, lo scorso marzo Lightfoot ha deciso di rompere lo stallo annunciando che si sarebbe dimesso a fine aprile, per il bene dell’agenzia ancora senza un capo permanente. L’annuncio delle dimissioni ha indotto il Congresso a darsi da fare per confermare la scelta di Trump prima della fine del mese.

I 15 mesi che sono stati necessari per nominare un nuovo amministratore sono un record nella storia della NASA: quello precedente era di sei mesi. Bridenstine avrà il compito di rendere concreti gli indirizzi (a dire il vero pochi e confusi) indicati dall’amministrazione Trump per le imprese spaziali. Trump ha annunciato di volere tornare sulla Luna e di volere cambiare il modo in cui è gestita l’industria spaziale, incentivando i privati a investire di più soprattutto per le missioni a scopo commerciale come la gestione di satelliti e altre strumentazioni nelle orbite più basse intorno alla Terra. Trump ha anche ipotizzato di abbandonare l’impegno del governo nella gestione della propria parte della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), delegandola ai privati, ma anche in questo caso non ha dato ulteriori dettagli. La ISS è gestita da un consorzio di nazioni piuttosto esteso e con molti vincoli per ogni partecipante, quindi sembra improbabile un cambiamento così radicale, per lo meno nei pochi anni rimasti a disposizione di Bridenstine prima della fine del mandato di Trump.