Gli scimpanzé sono persone?

Un'organizzazione animalista cerca di dimostrarlo da anni per rendere possibile la liberazione di due primati: il confronto da legale è diventato filosofico e molto affascinante

(NELSON ALMEIDA/AFP/Getty Images)
(NELSON ALMEIDA/AFP/Getty Images)

Kiko e Tommy sono due scimpanzé di 26 anni che vivono nello stato di New York: il primo si trova in uno zoo per primati privato a Niagara Falls, il secondo in una gabbia di cemento e acciaio dietro a un concessionario di roulotte e camper a Gloversville. Da anni sono al centro di una battaglia legale per la loro liberazione avviata da Nonhuman Rights Project (NhRP), un’organizzazione senza scopo di lucro che ritiene che Kiko e Tommy siano tenuti isolati in gabbie non adatte e vuole ottenere la modifica dello status legale di alcuni animali, in modo che non siano considerati proprietà, ma persone.

Il cambiamento renderebbe più semplice la liberazione degli animali tenuti in cattività come Kiko e Tommy, ma porta con sé grandi implicazioni morali, etiche e filosofiche, che negli anni hanno stimolato un ampio dibattito tra naturalisti, esperti di diritto e giuristi. La vicenda dei due scimpanzé è iniziata circa cinque anni fa ed è tornata di stretta attualità in questi giorni, in seguito alla pubblicazione di un articolo nella sezione del New York Times aperta alle opinioni e agli editorialisti.

Jeff Sebo, direttore di un programma di studio sugli animali presso la New York University, ha scritto nel suo editoriale di essere tra i firmatari di una consulenza legale volontaria presentata presso la Corte di Appello di New York, a favore del riconoscimento dello “status di persona” per Kiko e Tommy. Sebo ha scritto il suo articolo con la collaborazione di altri filosofi, che hanno sottoscritto il documento, con l’obiettivo di aiutare i giudici a farsi un’idea più chiara e ampia sul caso, prima di decidere se riconsiderarlo.

Semplificando, le attuali leggi degli Stati Uniti distinguono sostanzialmente tra due entità giuridiche: “persone” e “cose”, senza la possibilità di avere definizioni intermedie. Una persona ha dei diritti, compreso quello dell’habeas corpus, che tutela dall’essere reclusi senza una giusta motivazione legale. Una cosa non ha questo diritto. Kiko e Tommy per la legge sono sostanzialmente “cose”, di proprietà di qualcun altro, e privi di diritto. Eppure sono tra gli animali più simili a noi e si comportano come una persona: sanno riconoscersi allo specchio, hanno un sistema di linguaggio dei segni per comunicare, collaborano per ottenere i loro obiettivi e instaurano rapporti di amicizia complessi e articolati. Fanno cose da persone, ma la maggior parte di noi pensa che non lo siano. Sebo e NhRP vorrebbero cambiare questa percezione, offrendo qualche opportunità e diritto in più agli animali come Kiko e Tommy.

Sebo spiega che la scarsa comprensione del problema e le confusioni che spesso si generano derivano dai termini che siamo abituati a utilizzare: tendiamo a usare “persona” e “essere umano” in modo intercambiabile, quindi ci sembra poco plausibile parlare di “status di persona non umana”. Il fatto è che “umano” e “persona” non sono equivalenti. “Umano” si riferisce a un concetto biologico che fa riferimento a una particolare specie, la nostra, Homo sapiens. “Persona” fa invece riferimento a un concetto morale e legale per identificare un individuo che può possedere diritti morali e legali.

Ma se allora i due termini non sono intercambiabili, come mai molti pensano che solo gli umani possano essere persone?

Le risposte a una domanda così difficile sono molte e articolate e intrattengono da tempo i filosofi, ma possono essere comunque ricondotte a due grandi filoni. Il primo dice che solo gli umani possono essere persone perché è la stessa umanità la base dello status di persona. Sebo pensa però che questa risposta sia poco plausibile, perché non c’è di per sé nulla di speciale in ogni singola specie. Le specie non sono altro che categorie tassonomiche, cioè una catalogazione decisa in modo arbitrario per una suddivisione in categorie. Le specie sono estremamente variabili, alcune sono molto simili tra loro e altre si modificano enormemente nel corso del tempo.

Scrive Sebo:

«Quando pensiamo alla base del nostro stesso status di persona, non pensiamo a come siamo stati catalogati in un manuale di biologia. Piuttosto, pensiamo alle caratteristiche delle nostre vite come le esperienze, le emozioni, la percezione che abbiamo di noi stessi e i legami di affetto e dipendenza gli uni dagli altri. Quando si tratta di decidere se uno debba essere trattato come una persona o come una cosa, questo tipo di caratteristiche è ciò che conta, non la loro base genetica e la loro storia evolutiva. E questo è il motivo per cui possiamo tutti sapere di avere dei diritti senza dover controllare i nostri geni».

Il secondo filone ritiene che solo gli umani possano essere considerati persone perché sono gli unici ad avere particolari abilità, come il linguaggio e la capacità di formulare ragionamenti astratti e articolati. Gli scimpanzé hanno solo in parte queste capacità, ma non sono comunque comparabili a quelle di un essere umano. L’obiezione a questa visione è che la stessa limitazione di capacità vale per noi esseri umani in varie circostanze: quando siamo appena nati, quando diventiamo molto vecchi o ancora quando soffriamo di malattie e condizioni che impediscono un pieno sviluppo delle nostre capacità cognitive. In tali circostanze un essere umano può avere enormi limitazioni nei doveri da rispettare o nei diritti da esercitare.

Sebo invita a immaginare di accettare una visione più comprensiva dello status di persona, quella per cui noi umani siamo persone perché abbiamo caratteristiche come la coscienza di ciò che ci accade, la capacità di provare emozioni, affetti e di comprendere di essere dipendenti gli uni dagli altri. Questa visione può essere applicata anche ad alcuni “non umani” come per esempio Kiko e Tommy. Come scimpanzé, loro sono coscienti, provano emozioni, hanno una loro intelligenza e sono sociali. Ne consegue che contano come persone e che dovrebbero quindi accedere agli stessi diritti riservati agli umani.

Il problema è che accettando l’idea di “status di persona non umana” si devono affrontare molte altre implicazioni. Kiko e Tommy, per esempio, oltre ad avere il diritto di essere liberi, dovrebbero poter accedere al diritto di proprietà? E, seguendo questa linea, verrebbe poi da chiedersi se debbano avere altri diritti come quello di espressione e di associazione, o quello di essere rappresentati politicamente e di partecipare alla vita civile. Un’ulteriore complicazione è legata al determinare quali non umani possano avere diritti e quali no. Se li estendessimo a Kiko e Tommy e agli altri scimpanzé, dovremmo poi fare lo stesso con i gorilla, i bonobo o con cani e gatti? E, spingendo ancora più in là il ragionamento, dovremmo usare lo stesso approccio anche con le intelligenze artificiali?

La necessità di darsi un limite, di decidere che alcuni possano accedere allo status di persona non umana e altri no, implica riflessioni e scelte molto difficili da fare. Sebo scrive però che questo non dovrebbe scoraggiarci, ma semmai stimolarci:

«Ci sono due cose da tenere a mente. La prima è che il fatto che una domanda sia inquietante non può giustificare la scelta di evitarla. Non dovremmo ignorare un’ingiustizia perché ci fa paura ciò che significherebbe riconoscerla. La seconda è che il fatto che una domanda sia ragionevole non può diventare una scusa per rafforzare il nostro convincimento sulla risposta già esistente. Alcuni limiti devono essere rivalutati o eliminati. La storia delle difficoltà dei diritti umani è una prova sufficiente (per non parlare delle attuali difficoltà sul piano dei diritti umani)».

Il riconoscimento dello “stato di persona non umana” per Kiko e Tommy significherebbe la loro liberazione e la possibilità di trasferirli, dalle loro attuali gabbie, in una riserva per scimpanzé dove possano vivere tutelati e in compagnia di altri animali. Una decisione di questo tipo avrebbe però implicazioni enormi dal punto di vista giuridico e finora quelli di NhRP non sono riusciti a far valere la loro posizione. Nel caso di Kiko, i giudici hanno deciso nel 2015 che la loro petizione non poteva essere accettata, nello stesso anno i legali di NhRP hanno presentato una richiesta per appellarsi presso la Corte d’Appello di New York per i casi di Kiko e Tommy. Entrambe le richieste sono state negate, portando NhRP a presentare una nuova richiesta.