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  • Martedì 27 marzo 2018

«The Process»

La storia della squadra NBA che ha volutamente giocato tre stagioni disastrose, e del perché questa strategia ora sta dando dei frutti

di @stefanovizio

Joel Embiid dopo una vittoria di Philadelphia su Boston, il 18 gennaio (Tim Bradbury/Getty Images)
Joel Embiid dopo una vittoria di Philadelphia su Boston, il 18 gennaio (Tim Bradbury/Getty Images)

Domenica sera la squadra di NBA dei Philadelphia Sixers si è qualificata matematicamente ai playoff, la fase finale del campionato a cui accedono le migliori 16 squadre su trenta. I Sixers non raggiungevano quest’obiettivo dal 2012, e a seconda di come andranno le loro rimanenti nove partite di stagione regolare potrebbero addirittura classificarsi come terza squadra dell’Est, davanti ai Cleveland Cavaliers di Lebron James, per ora avanti soltanto di una vittoria, 44 contro 43.

Già così, sarebbe una gran storia di riscatto sportivo. Ma quella dei Sixers degli ultimi cinque anni è una storia molto più grossa, probabilmente una delle più incredibili e anomale nella storia della NBA e dello sport recente: è la storia di quello che è stato chiamato «The Process», il processo. Grazie alle regole della NBA e a un general manager visionario e spericolato, Sam Hinkie, anni fa i Sixers adottarono infatti una strategia che, come l’ha definita Sports Illustrated, era «una di quelle cose di cui la gente parla la sera tardi dopo tre birre, perché in teoria può funzionare, ma nessuno lo fa».

Hinkie decise che per risollevare i Sixers dal declino avrebbe dovuto mettere insieme una squadra scarsissima, per perdere tanto e male per alcuni anni, in modo da assicurarsi tutti i vantaggi attribuiti dalla NBA alle squadre più deboli. E da lì ricostruire. Nel frattempo i tifosi avrebbero dovuto mettersi l’anima in pace e «trust the process», credere nel processo.

Ben Simmons e Joel Embiid protestano con un arbitro durante una partita contro Boston. (AP Photo/Michael Dwyer)

Sam Hinkie e Philadelphia prima del Processo
Quando Hinkie arrivò a Philadelphia nel 2013, era chiaro che la squadra aveva bisogno di iniziare un nuovo ciclo. Dopo i fasti dei primi anni Duemila, in cui la squadra guidata da Allen Iverson arrivò in finale contro i Lakers e fece una serie di grandi stagioni, i Sixers avevano trovato un nuovo leader in Andre Iguodala, che tra il 2008 e il 2012 portò la squadra per quattro anni su cinque ai playoff, pur senza mai superare il secondo turno. Nel 2012 però Iguodala passò ai Denver Nuggets (sarebbe poi finito ai Golden State Warriors, dove avrebbe vinto due titoli NBA): il primo anno senza di lui era stato il peggiore da tempo, seppure non rovinoso. Erano stati licenziati allenatore e general manager – sostituiti con Brett Brown e Hinkie – e non c’erano né veri giocatori su cui puntare né le premesse perché le cose potessero migliorare o risolversi da sole. Hinkie decise quindi di rischiare.

Sam Hinkie durante una conferenza stampa nel giugno del 2013. (AP Photo/Matt Slocum)

Hinkie era stato scelto, in teoria, perché nonostante la sua giovane età (36 anni, pochissimi per un general manager), si era fatto conoscere come un dirigente sportivo bravissimo con dati e numeri. Aveva studiato all’Università di Stanford, aveva già lavorato con le squadre di football dei San Francisco 49ers e degli Houston Texans, e soprattutto con la squadra NBA degli Houston Rockets. Lì era diventato vice presidente esecutivo e braccio destro del general manager Daryl Morey, e aveva azzeccato una serie di acquisti e previsioni che gli avevano fatto guadagnare molto credito nel settore.

Se conoscete la storia del film sul baseball Moneyball, sapete che esistono casi di successo di applicazione di dati, statistiche e metodo scientifico alla gestione di una squadra sportiva, per quanto riguarda cessioni e acquisti di giocatori. Arrivato a Philadelphia, Hinkie fece però qualcosa di molto più semplice e allo stesso tempo spregiudicato.

L’idea
Ogni anno, a giugno, nella NBA si tiene un evento chiamato “draft”, nel quale le 30 squadre, a turno e in un determinato ordine, scelgono i giocatori che arrivano dalle università, dalle high school e dall’estero che vogliono provare a entrare nel più importante campionato di basket del mondo. Avere una delle prime scelte al draft è un vantaggio enorme per una squadra, che può anche cambiare la propria storia per gli anni a venire: i Cleveland Cavaliers avrebbero avuto un destino diverso, e molto probabilmente non avrebbero vinto il proprio primo titolo della storia, se nel 2003 non avessero scelto il 19enne LeBron James con la prima scelta assoluta. Quell’anno, peraltro, al draft c’erano anche Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwyane Wade. Questo per dire che a volte non serve necessariamente la prima scelta: nel 2009 i Golden State Warriors presero con la settima scelta Steph Curry, un playmaker gracile e intorno al quale c’erano un sacco di dubbi, che sarebbe diventato l’uomo alla base dei primi due titoli della squadra in 40 anni.

Per garantire un’alternanza nelle squadre ai vertici, e per impedire concentrazioni di talento che renderebbero squilibrato il campionato, le regole della NBA prevedono che le prime scelte ai draft vadano alle squadre più deboli. Il sistema che le assegna è complicato, ma semplificando: le prime 14 scelte vanno alle squadre che non hanno partecipato ai playoff, e le ultime 16 a quelle che ci sono andate, ordinate dalla peggiore alla migliore per quanto riguarda le vittorie in stagione regolare. Tra le prime 14 l’ordine viene sorteggiato, ma con un sistema che garantisce maggiori possibilità di ottenere la prima scelta alla squadra più scarsa. Da un punto di vista economico per le squadre acquisire giocatori “superstar” dal draft, per via dei tetti agli stipendi, è molto più facile che ingaggiarli quando sono svincolati.

L’idea di Hinkie era semplice, e in qualche misura già esplorata da altre dirigenze sportive, anche se mai in un modo così programmatico: i Sixers dovevano arrivare tra le ultime squadre per un po’ di anni, in modo da ottenere più prime scelte possibili ai futuri draft e prendere i migliori giovani possibili, sperando che tra loro ci fosse stato il prossimo LeBron James, o almeno che formassero un gruppo forte e solido in grado di far tornare al successo la squadra. Liberando molto spazio salariale cedendo i giocatori con i contratti più costosi, poi, i Sixers sarebbero stati avvantaggiati – per motivi e regolamenti complessi della NBA – in quegli scambi che coinvolgono tre squadre. Dato che i giocatori, nei fatti, avrebbero poi giocato per vincere le partite (senza riuscirci nella maggior parte dei casi, per manifesta inferiorità) non c’erano problemi dal punto di vista legale. Ce ne sarebbero stati prevedibilmente molti dal punto di vista etico, e la squadra avrebbe ricevuto estese critiche: ma questo era messo in conto.

Era un’idea rischiosa e apparentemente assurda, per diversi motivi. Uno è che i draft non sono sempre ugualmente ricchi di talento, e ci sono anni più scarsi: Hinkie puntava però a quello del 2014, considerato da molti osservatori potenzialmente uno dei migliori della storia recente. Un altro problema, però, era che non è facile prevedere come crescerà un giovane, e la storia è piena di prime scelte che hanno avuto carriere mediocri o perlomeno molto sotto le aspettative. Andrea Bargnani, prima scelta assoluta nel draft del 2006, ne è un esempio. Non ultimo, per portare avanti una strategia simile ci voleva una gran complicità da parte dei tifosi: sarebbero stati disposti quelli di Philadelphia a sopportare una serie di stagioni tremende, per la promessa di un eventuale futuro migliore?

“Andare male per qualche tempo”
Al draft del 2012 i Sixers scelsero con l’11esima scelta il playmaker Michael Carter-Williams, ma Hinkie cedette o non rinnovò i giocatori che si erano salvati nella stagione precedente e decise di circondarlo di giocatori svincolati, tendenzialmente scarsi, di fatto mettendolo nella condizione impossibile di guidare una squadra di NBA al proprio primo anno. Hinkie cominciò a costruire per il futuro: cedette Jrue Holiday, il migliore giocatore dell’anno precedente, in cambio di un giovane centro che stava recuperando da un grave infortunio e di una scelta al primo giro del draft del 2014 (perché sì, le scelte si possono cedere alle altre squadre).

La squadra arrivò a inizio stagione con una delle rose di giocatori peggiori della storia, ma a sorpresa iniziò benissimo, battendo nella prima partita i Miami Heat campioni in carica. Dopo una serie di vittorie e un po’ di esaltazione collettiva, iniziarono ad arrivare le sconfitte e a gennaio Hinkie proseguì nello smantellamento della squadra. Nella seconda parte della stagione, arrivò una serie di 26 sconfitte consecutive, la peggiore nella storia dei Sixers e della NBA (a parimerito). Finirono con 19 vittorie e 63 sconfitte, penultimi.

A consolare i tifosi c’erano state le prestazioni di Carter-Williams, che era stato nominato Rookie dell’anno e conduceva tutte le classifiche dei giocatori al primo anno. Al draft del 2014 i Sixers ottennero la terza scelta, con la quale scelsero il centro 19enne del Camerun Joel Embiid, che giocava a basket da più o meno quattro anni ma che tutti paragonavano a Hakeem Olajuwon, uno dei più forti di sempre. Con uno scambio presero poi dagli Orlando Magic l’ala croata Dario Šarić, e in un complicato scambio estivo ottennero una scelta al primo giro del draft del 2015.

Le strategie di Hinkie erano evidentemente pensate per il lungo periodo: nei Sixers che si preparavano a iniziare la stagione 2014/2015 non c’erano infatti giocatori con più di tre anni di esperienza. Carter-Williams, poi, era stato operato e avrebbe saltato la prima parte della stagione. Ma a complicare le cose, anche quelle scelte potenzialmente lungimiranti sembrarono da subito discutibili: né Embiid né Šarić erano i giocatori sui quali ci si poteva aspettare di fondare un nuovo ciclo, e in più il primo era reduce da un infortunio che, si capì in fretta, gli avrebbe fatto saltare la stagione. Con queste premesse, a novembre iniziò la stagione dei Sixers, che cominciò con 17 sconfitte consecutive.

Michael Carter-Williams con l’allenatore Brett Brown, durante una partita contro i Denver Nuggets nel febbraio del 2015. (Cal Sport Media via AP Images)

In quella stagione disastrata era arrivata anche l’ala 24enne Robert Covington, che un po’ a fatica riuscì a fornire prestazioni stabili e soddisfacenti ai Sixers. L’unica vera consolazione dei primi mesi della stagione dei Sixers fu però Carter-Williams, che rientrato dall’infortunio aveva ripreso a infilare partite eccezionali per un giocatore così giovane. Come a voler giocare col fuoco, Hinkie decise di cederlo ai Milwaukee Bucks nel febbraio del 2015, in cambio di un’altra scelta al primo giro al draft del 2015. Ad aprile i Sixers avevano concluso la stagione con 18 vittorie e 64 sconfitte, il secondo peggior risultato nella storia della società (in qualche modo i Timberwolves e i Knicks fecero peggio, quell’anno).

«Trust the process»
Due anni del genere misero in crisi la tifoseria dei Sixers. Vedere la propria squadra fare quello che nel gergo americano è chiamato “tanking”, cioè perdere volontariamente, è una delle esperienze sportive più provanti per i tifosi. Le cose poi non sembravano migliorare, e non c’era nemmeno la soddisfazione di veder giocare i giovani, visto che si seppe presto che Embiid avrebbe saltato anche la stagione 2015/2016, la seconda consecutiva.

Anche le altre società non erano per niente contente di cosa stava succedendo a Philadelphia, perché credevano – in parte a ragione – che una squadra così scarsa, e deliberatamente tale, fosse un problema per l’immagine della lega. Le critiche alla strategia di Hinkie, già considerata spregiudicata e discutibile da molti opinionisti e giornalisti, si fecero ancora più intense e dure. Come hanno detto alcuni dirigenti NBA a Bleacher Report, i Sixers andavano troppo male: «alla lega non frega niente se vinci 22 partite. Ma non vogliono che tu ne vinca soltanto 15». E ovviamente, gli incassi dei Sixers in biglietti e in diritti televisivi erano i più bassi della NBA.

Ciononostante un rilevante “zoccolo duro” della tifoseria dei Sixers rimase dalla parte di Hinkie, visto che aveva offerto loro una vera strategia e li aveva avvertiti da subito che ci sarebbe stato da soffrire, sportivamente parlando. Quella situazione disperata era vista da molti come un’alternativa preferibile ad anni di squadre mediocri, basket mediocre e risultati mediocri. Tra loro c’era Michael Levin, conduttore di un popolare podcast sui Sixers, che contribuì a rendere famosa l’espressione «Trust the process», cioè «Credi nel processo», citata dalla guardia Tony Wroten in un’intervista con ESPN intitolata “Il piano di Philadelphia per vincere (sì, davvero)”. Stando a Wroten, era quello che diceva ai giocatori la dirigenza dopo ogni sconfitta.

Un tifoso dei Sixers durante una partita contro Denver, il 25 marzo del 2015. (AP Photo/David Zalubowski)

Embiid, che non aveva ancora giocato una partita di stagione regolare, in un certo senso si prese carico della campagna promozionale della strategia di Hinkie: si soprannominò da solo “The Process”, e cominciò a insistere sulla fede sportiva richiesta ai tifosi in quel momento difficile.

Con la terza scelta del draft 2015, i Sixers presero Jahlil Okafor, un centro sul quale c’erano molte aspettative e che fece alcune buone partite all’inizio di stagione. Stagione che, però, per la squadra andò molto peggio. I Sixers persero le prime 18 partite, stabilendo con quelle della fine della stagione precedente una striscia di 28 sconfitte consecutive, la peggiore nella storia dello sport professionistico americano. A quel punto la proprietà dei Sixers decise che la fiducia in Hinkie era finita: gli affiancarono prima un altro general manager, che per prima cosa cedette due scelte al secondo giro del successivo draft per la guardia Ish Smith. Servì a qualcosa, e i Sixers cominciarono a vincere qualche partita, ma finirono comunque la stagione con 10 vittorie e 72 sconfitte, il secondo record peggiore della propria storia. Hinkie si dimise con una lettera di 13 pagine in cui citò Elon Musk, la scienza cognitiva, il fisico James Clerk Maxwell e l’enorme orologio che sta costruendo Jeff Bezos per farlo durare 10mila anni. Chi lo reputava un matto credette di avere avuto l’ennesima conferma.

Sfighe prima del riscatto
Al draft del 2016, finalmente, i Sixers avevano la prima scelta assoluta: l’ultima volta era successo nel 1996, e avevano preso Allen Iverson. Scelsero Ben Simmons, un giocatore come se ne erano visti pochi nella storia: un playmaker nel corpo di un centro, versatile e potente come pochissimi altri dopo Magic Johnson. Quello che sembrava l’anno in cui le cose avrebbero cominciare a girare per il verso giusto, in cui sarebbe tornato Embiid e sarebbe stato affiancato da uno dei rookie più promettenti degli ultimi anni, si rivelò però l’ennesimo anno sfortunato. Meno di un mese prima dell’inizio del campionato Simmons infatti si ruppe il metatarso, e dovette rimanere fuori per tutta la stagione.

Ma in un anno che sembrava dovesse essere l’ennesima serie di sconfitte intervallate da fortuite vittorie, i Sixers scoprirono di avere l’uomo giusto nel momento giusto. Joel Embiid, uno da cui nessuno si aspettava grandi cose, cominciò a giocare come si era visto poche volte in un centro al primo anno di NBA, e mai in uno che giocava a basket da soli sette anni. Nonostante il ruolo, in cui conta forse più che negli altri l’esperienza, Embiid dominava le partite e dava speranza ai tifosi, che pensando alla stagione successiva potevano contare sul rientro di Simmons. Le vittorie iniziarono ad arrivare e si inserì bene anche Šarić, che fino ad allora aveva continuato a giocare in Turchia. Tutto andò liscio finché a marzo Embiid non si infortunò di nuovo al ginocchio, saltando il resto del campionato. La stagione si concluse comunque con 28 vittorie, quasi tre volte quelle dell’anno prima.

Embiid si è fatto conoscere, oltre che per il suo enorme talento, per delle gran doti da comunicatore, soprattutto su Twitter. Qui, il giorno dopo l’elezione di Donald Trump, suggerì che forse gli Stati Uniti stavano “perdendo apposta”, e che l’unica cosa da fare era “credere nel Processo”.

Redenzione
L’anno scorso, con la prima scelta al draft del 2017, scambiata all’ultimo con i Boston Celtics, i Sixers hanno scelto Markelle Fultz, playmaker di cui si parlava benissimo e da tempo. Con lui, Embiid e Simmons, i Sixers si sono avvicinati alla nuova stagione con un nucleo di giocatori giovani di enorme talento, a cui hanno affiancato J. J. Redick, una guardia esperta di 33 anni arrivata dai Los Angeles Clippers. Seguendo la stessa logica a febbraio sarebbe poi arrivato Marco Belinelli, tra i più forti giocatori italiani di sempre e in NBA da più di dieci anni, e soprattutto vincitore del titolo nel 2014 con i San Antonio Spurs.

Ben Simmons, Joel Embiid e Markelle Fultz durante una sessione fotografica prima dell’inizio della stagione 2017/2018. (Abbie Parr/Getty Images)

Brown, che era stato l’allenatore fin dall’inizio del “Processo”, si è ritrovato a ottobre finalmente la squadra per cui i Sixers hanno sacrificato tre intere stagioni, tra il 2013 e il 2016. Philadelphia è apparsa da subito come una squadra diversa, e per la prima volta da molto tempo competitiva. Embiid ha confermato di essere uno dei centri più dominanti della lega. Simmons da subito ha iniziato a fare delle prestazioni incredibili e a sembrare un giocatore totale, quasi venuto dal futuro: nelle sue prime sei partite ha fatto più di cento punti, preso oltre 50 rimbalzi e fornito più di 40 assist: prima di lui ci era riuscito da rookie solo Oscar Robertson, uno dei più grandi giocatori di sempre.

Covington si è rivelato poi una delle più grandi intuizioni di una storia piena di intuizioni, visto che da giocatore non scelto al draft del 2013 è diventato il terzo più importante della squadra. Allo stesso modo, Redick si è dimostrato tutt’altro che anziano, e ha portato esperienza e solidità alla squadra, oltre che il suo gran apporto nei tiri da tre punti.

Anche Fultz ha iniziato bene, ma dopo sole quattro partite ha iniziato ad avere un problema alla spalla che lo ha tenuto fuori fino alla settimana scorsa. Le precedenti stagioni avevano apparentemente temprato i Sixers, che nonostante l’ennesimo grave infortunio a un loro giocatore chiave hanno tenuto botta nella prima parte di stagione. Ma è soprattutto nelle ultime 40 partite giocate che hanno riscattato i problemi e le sofferenze degli ultimi anni, vincendone 28, facendo peggio soltanto degli Houston Rockets e dei Toronto Raptors, due tra le squadre migliori della NBA.

Simmons si è rivelato un giocatore dotato di un’intelligenza cestistica rara ed è diventato il playmaker principale della squadra, cioè il giocatore che porta in palleggio la palla e gestisce i possessi. Belinelli si è inserito a sua volta molto bene, e come Redick ha portato esperienza alla squadra. Dopo 68 partite di assenza, poi, lunedì è tornato a giocare anche Fultz, che in 15 minuti ha fatto 10 punti, 8 assist e 4 rimbalzi, nella partita vinta contro i Denver Nuggets.

Con la sconfitta dei Miami Heat contro gli Indiana Pacers di domenica sera, i Sixers hanno ottenuto matematicamente l’accesso ai loro primi playoff in sei anni. Vincendo sette delle nove partite che le rimangono raggiungerebbero le 50 vittorie in stagione, cosa che non succedeva dal 2001, quando c’era Iverson. Per ora sono quarti nella classifica dell’Est: in questo modo giocherebbero contro la quinta nel primo turno dei playoff e sarebbe quindi un turno alla loro portata, specialmente se confermassero la crescita degli ultimi mesi. Se dovessero perdere qualche posizione, arrivando per esempio sesti o settimi – dovrebbero perdere la maggior parte delle partite rimanenti – finirebbero invece contro Cleveland, Boston o Toronto, e a quel punto passare il turno sarebbe molto complicato.

In tutto questo, Hinkie non è più con i Sixers a godersi i frutti delle sue intuizioni. Un popolare motto usato dai tifosi della squadra è «Hinkie è morto per i nostri peccati». Oggi insegna management sportivo all’università di Stanford, e fa il finanziatore e il consulente per diverse start-up. Parla poco di come stanno andando i Sixers, ed è evasivo quando gli chiedono se tornerà a lavorare nell’NBA. Nelle ultime settimane in molti si sono chiesti se sia giusto attribuire tutto il successo dei Sixers a lui e alle sue scelte, e che ruolo abbiano invece avuto la fortuna e il caso.

Poche settimane fa, il proprietario dei Dallas Mavericks Mark Cuban è stato multato dalla NBA per 600mila dollari per avere detto che alla sua squadra converrebbe perdere per ottenere piazzamenti migliori ai draft. In molti hanno sottolineato l’ipocrisia della decisione della Lega. Nello sport professionistico americano, infatti, episodi di gestioni sportive che indirizzino le squadre a perdere, per le ragioni più disparate, erano già stati sospettati o verificati anche prima dei Sixers: lo fece per esempio la squadra di hockey dei Pittsburgh Penguins negli anni Ottanta, o quella di baseball degli Houston Astros negli anni Duemila (nel 2017 hanno vinto le World Series).

Con i successi della squadra, in ogni caso, ha iniziato a circolare anche un nuovo progetto per il futuro dei Sixers, che sarebbe in realtà diametralmente opposto al “processo”, in quanto a rischi. Sembra ormai probabile che LeBron James lasci i Cavaliers quest’estate, e tra le possibili destinazioni si è parlato soprattutto dei Los Angeles Lakers. Ma a fine febbraio una società di Philadelphia ha messo degli enormi cartelloni lungo un’autostrada che porta a Cleveland per proporre un’idea diversa. «Completa il processo. Philly vuole LeBron».

(AP Photo/Tony Dejak)