Un altro modo di leggere le classifiche dei libri

Caterina Bonvicini spiega sull'Espresso che contano le posizioni di mezzo, e i libri che magari vendono poco ma a lungo

Libri alla fiera di Francoforte, 19 ottobre 2016 (Hannelore Foerster/Getty Images)

Un modo facile per capire se un libro ha successo è cercarlo tra le classifiche di vendita pubblicate ogni settimana, di solito la domenica, su riviste e inserti culturali. Aiutano a farsi un’idea di cosa si stia vendendo e leggendo di più in quel momento, e contribuiscono a far conoscere e quindi vendere un libro. Come spiega la giornalista e scrittrice Caterina Bonvicini sull’ultimo numero dell’Espresso, però, il modo di leggere le classifiche sta cambiando: le prime posizioni danno un’idea limitata del mercato letterario, che negli ultimi anni si è trasformato molto grazie alle vendite online e all’amplificarsi della disponibilità di catalogo.

Editori e agenti letterari tengono d’occhio soprattutto le posizioni di mezzo, in cerca di titoli che magari vendono poco sul momento ma continuano a farlo, i cosiddetti longseller, non finendo nella top ten ma conquistando lentamente migliaia di copie vendute. Bonvicini ricorda che la misura del successo di ogni libro è diversa, e può essere sia commerciale che letteraria; così come sono diversi e in evoluzione i modi per ottenerlo e per raggiungere il pubblico che potrebbe garantirlo: social network, pubblicità sui giornali e visibilità negli spazi espositivi delle librerie, che però costano caro.

Le classifiche? Ambite o demonizzate. Autori che le controllano ossessivamente o che le ignorano sprezzanti. Editori sensibili, sempre. Ma quanto sappiamo di quel mondo? Poco, in realtà. È un universo più complesso di quel che sembra. E più sfuggente. «Le classifiche di oggi pesano il 40 per cento in meno di cinque anni fa. Perché i best seller vendono meno e il catalogo vende di più», spiega Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato del gruppo Gems. «È una conseguenza dello sviluppo dell’ e-com che rende tutto disponibile. Siamo davanti a una mutazione genetica: il consumatore che prima sceglieva fra 5000 titoli, oggi sceglie fra un milione. Si è dimezzata la vendita nei supermercati, che facevano il 50 per cento su un best seller e adesso fanno il 25 per cento. Ma è stata compensata dalla vendita on line. I primi 10 titoli dell’ anno vendono il 40 per cento in meno, i primi 100 il 30 per cento in meno, i primi 1000 il 10 per cento in meno. Però tutti gli altri vendono un pochino di più». Tendiamo a pensare alle classifiche così come ci vengono proposte dai giornali (Robinson e La Lettura si affidano a Gfk e Tuttolibri a Nielsen). Quindi a concentrarci solo sui primi 20. Invece, gli editori si servono di uno strumento più profondo, più serio di qualunque spasmodico desiderio e di ogni demonizzazione, cioè di uno strumento asettico, professionale. Tanto che spesso rizzano le antenne studiando le posizioni medie o basse, che noi nemmeno vediamo. «Un indicatore molto interessante è quello che succede in mezzo, non in cima», dice Carlo Carabba, responsabile editoriale della narrativa italiana Mondadori. «Se un esordiente, su cui non c’ è stato strepito, vende 200 o 250 copie a settimana, mi dico: però, che bella tenuta nel tempo». E Paolo Repetti, direttore Einaudi Stile Libero, racconta: «Le classifiche sono uno strumento utile soprattutto nelle parti basse. Io vado sempre a vedere fra il tremillesimo e il cinquemillesimo posto. Quando abbiamo preso De Giovanni era pubblicato da Fandango e io trovavo due o tre libri suoi nelle parti basse, ma sempre, tutte le settimane. Facevano 50 copie al mese però lui era fisso lì. Era come se la brace fosse un po’ accesa. Aveva una potenzialità di vendita inespressa».

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