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  • mercoledì 14 marzo 2018

Perché “Il cacciatore” è una serie tv e non una fiction

Va in onda su Rai Due, i primi episodi sono già su RaiPlay, parla di mafia

Stasera su Rai Due andranno in onda i primi due episodi di Il cacciatore, una serie tv diversa dalle solite serie tv della Rai. Il cacciatore è composta da 12 episodi e andrà in onda per sei settimane. Come successo con altre serie Rai degli ultimi mesi, i primi due si possono già vedere online su RaiPlay dall’11 marzo. La serie è ambientata in Sicilia negli anni Novanta, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, ed è liberamente ispirata al libro Cacciatore di mafiosi, scritto dal magistrato Alfonso Sabella e pubblicato nel 2008 da Mondadori. Il protagonista della serie è Francesco Montanari, attore di cinema, tv e teatro, noto a molti per essere stato “Il Libanese” nella serie tv Romanzo criminale.

Perché è diversa dalle altre serie Rai?
Il cacciatore si prende diverse libertà dalla storia vera che racconta, innanzitutto; inoltre il ritmo, le inquadrature e l’approccio alla storia tendono verso le migliori serie crime straniere: Montanari ha detto che Narcos di Netflix è stata presa a modello.

Il montaggio ha un ritmo più dinamico di molte altre serie o fiction italiane; il ritmo è anche dato da una colonna sonora piuttosto presente (nel primo episodio si sente tanta Ivana Spagna, ma non solo) e dal modo in cui sono presentati certi personaggi, con grandi caratteri, soprannomi ed elementi che fanno pensare ai fumetti.

Un fattore comune di molte serie e fiction italiane è quello che nella serie tv Boris era lo “smarmellamento“, una fotografia pigra e banale, fatta per illuminare tutto e tanto. In Il cacciatore – in cui sei episodi sono stati diretti da Davide Marengo, regista della terza stagione di Boris – la fotografia è molto più ricercata del solito. Il cacciatore è anche l’unica serie italiana tra le dieci scelte per il concorso di Canneseries, la prima edizione del Festival di Cannes delle serie tv.

Montanari non è Sabella
Il protagonista interpretato da Montanari non si chiama Alfonso Sabella: si chiama Saverio Barone ed è un personaggio di fantasia con una vita privata diversa da quella di Sabella. In generale quasi tutti i “buoni” della serie hanno nomi di finzione; i “cattivi”, i mafiosi, hanno invece i loro veri nomi: e i cattivi più noti sono Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. A parte certi personaggi e qualche libertà narrativa, soprattutto sulla loro vita privata e sulle dinamiche di certe indagini, i fatti di cronaca raccontati nella serie sono veri.

Saverio Barone
La serie inizia con alcune immagini d’archivio sulle stragi di mafia dei primi anni Novanta. Poi arriva Barone, che dice che in quegli anni «lo Stato era in guerra». Barone è cresciuto insieme ad alcuni cacciatori di un villaggio siciliano (e ci sono diversi flashback di quel periodo), poi è diventato prima avvocato e in seguito magistrato. All’inizio della serie è un pubblico ministero nella procura di Termini Imerese: non è ben chiaro se per senso di giustizia o voglia di far carriera, ma denuncia il suo capo perché lo ha scoperto colluso con la mafia. Anziché prendere il posto del suo capo, però, gli viene proposto di fare parte del pool antimafia di Palermo, nonostante abbia pochissima esperienza nell’indagare sulla mafia.

È il 1993: l’antimafia deve riprendersi dagli attentati e dalle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre la mafia, in particolare la famiglia dei corleonesi, deve riorganizzarsi dopo il maxiprocesso. Il più noto evento dei primi episodi riguarda il sequestro, da parte di Brusca e Bagarella, di Giuseppe Di Matteo, dodicenne figlio di un mafioso pentito: nei primi due episodi non si vede ancora, ma è molto noto cosa successe poi.

I buoni e i cattivi
Barone non è presentato come il classico personaggio perfetto e senza macchia. È colto – cita Dante in palermitano – e appare onesto, ma nei primi episodi sembra tutto tranne che un eroe. Anche i suoi colleghi del pool antimafia non sono mitizzati: li si vede giocare a calcio-balilla sul tetto dell’edificio in cui lavorano e all’inizio trattano piuttosto male Barone: lo chiamano caganidu, “l’ultimo arrivato”, l’ultimo uccello del nido. Barone a un certo punto sospetta anche che i colleghi vogliano ucciderlo e a Giada, la donna con cui ha una relazione a distanza, dice «forse domani muoio».

I cattivi sono mafiosi pluriomicidi, non li si fa passare per buoni. Però anche loro non sono lo stereotipo del personaggio cattivo senza sfumature. Bagarella viene mostrato come un boss con remore di vario tipo e viene dato molto spazio al suo rapporto con la moglie; il suo autista è un ragazzo appena uscito dal carcere (“dal collegio” dice lui) che lavora per la mafia, e lo sa, ma vuole averci il minimo a che fare.

Montanari e Sabella
Parlando di Il cacciatore a Repubblica, Montanari ha detto: «La differenza tra una fiction e una serie è una: la fiction lavora sugli stereotipi, la serie sull’umanità. Noi raccontiamo personaggi fallibili». Intervistato dalla Stampa ha detto:

I fatti di cronaca sono veri ma il filone della vita privata e anche la modalità d’esecuzione nelle indagini sono totalmente inventati. È importante dirlo. Perché andando più avanti nella serie il magistrato per ottenere risultati si mantiene in equilibrio sottilissimo tra legalità e illegalità.

La mafia, qui, è il macrocontesto per raccontare dei percorsi umani che vanno a toccare delle profondità di marciume enormi.

Sabella ha detto di aver scritto il suo libro per «sporcare quel falso senso di etica e di onore mafioso raccontato da romanzi come Il Padrino», perché «la mafia non è etica, è disprezzo, orrore e morte». Ha poi aggiunto:

Erano anni in cui lo stato era in ginocchio e sulla Repubblica era calata una notte profonda. Persino il capo del pool antimafia pensava che non ci sarebbe stato niente da fare, che non li avremmo mai trovati. E invece li abbiamo presi tutti, uno per uno.

Sempre sui RaiPlay si possono vedere diverse interviste fatte negli anni da Sabella, per esempio ad Annozero.

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