• Moda
  • giovedì 8 marzo 2018

Qualcuno può fare suole rosse oltre a Louboutin?

C'è una causa in corso con una società olandese che ci ha provato, ma in passato ce ne sono state altre: c'è chi ha dato ragione a Louboutin e chi no

(Frederick M. Brown/Getty Images)

La suola rossa associata alle scarpe Louboutin può essere un’esclusiva dello stilista Christian Louboutin? Cioè: un colore associato a una forma può essere di proprietà di qualcuno? Se ne è parlato nelle ultime settimane, dopo una controversia tra Louboutin e una società olandese e che è arrivata davanti alla Corte di giustizia europea.

Quando si vede una scarpa con suola rossa e tacchi a spillo si capisce subito che è una Louboutin, uno dei più famosi marchi di scarpe di lusso al mondo. Nel 2012 società Van Haren, che nei Paesi Bassi vende calzature al dettaglio, aveva messo in commercio scarpe da donna con il tacco alto e con la suola verniciata di rosso. Christian Louboutin e la sua società avevano allora fatto causa alla Van Haren per dimostrare che era colpevole di contraffazione. Secondo la società olandese, però, la direttiva dell’Unione Europea sui marchi prevede diversi motivi per l’impedimento di quella registrazione e in particolare per quanto riguardava «i segni costituiti esclusivamente dalla forma che dà un valore sostanziale al prodotto». Un tribunale dell’Aia aveva deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia europea, che non ha ancora emesso una sentenza.

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Nelle sue conclusioni generali l’avvocato generale Maciej Szpunar, chiamato a pronunciarsi sul caso alla Corte di giustizia europea, ha già dato una prima indicazione: «Un marchio che combina colore e forma può essere negato o annullato per i motivi previsti dal diritto dell’Unione sui marchi»: si può quindi impedire a un marchio di registrare «un segno costituito dalla forma del prodotto che rivendica la tutela per un colore specifico», un colore relativo a una forma che in questo caso è quella di una suola di scarpa e non una forma particolarmente ricercata.

I colori si possono registrare e si parla infatti di marchi di colore. Ci sono alcune differenze legislative tra Italia, Europa e Stati Uniti, ma il concetto generale è che una società può chiedere di registrare il colore che fa parte del suo logo o della sua scritta, o che è parte rilevante dei suoi prodotti. Per esempio Tiffany’s, società che esiste dal 1837, ha il suo numero Pantone, che è il 1837. Il marchio è stato registrato però solo nel 1998 e il colore si chiama Tiffany Blue.

Il colore è una parte importante nell’identità e nella riconoscibilità di una marca: basti pensare all’arancione Hermès, al giallo Fendi, al marrone Vuitton, al beige Burberry o al bianco e nero di Chanel. I colori si moltiplicano poi sugli imballaggi, sulle scatole, sui sacchetti, negli arredamenti dei negozi e così via. E spesso hanno una storia: negli anni Quaranta, ad esempio, il nipote del fondatore della maison francese Hermès dovette fare i conti con una carenza di scatole marroni durante la seconda guerra mondiale, che fino ad allora erano state usate per confezionare i prodotti. Si riuscirono a reperire solo dei cartoni color arancione, più positivo e dinamico, che da quel momento venne associato all’identità dell’azienda. Altri marchi usano invece una combinazione di colori, come il rosso e il bianco della Coca-Cola o il blu e il bianco della Nivea. E chi li imita non esita a utilizzare, in modo appena camuffato, proprio quegli stessi codici di colore.

Anche nel mondo dell’arte ci sono casi simili, come quando nel 2016 l’artista inglese di origine indiana Anish Kapoor comprò i diritti esclusivi di un colore che non aveva creato: il vantablack, definito “il nero più nero del mondo”. C’era un precedente nella storia dell’arte, ma le circostanze erano diverse: verso la metà degli anni Cinquanta (e dopo anni di ricerca) l’artista francese Yves Klein creò un particolare blu, l’International Klein Blue, che utilizzò soprattutto dal 1957 e che brevettò nel 1960. La decisione di vendere in esclusiva un colore a Anish Kapoor venne molto criticata e Stuart Semple, artista britannico specializzato nella realizzazione di grandi dipinti su tela e di opere d’arte pubblica di grandi dimensioni, in risposta al “nero più nero” inventò il “rosa più rosa” del mondo decidendo che potevano acquistarlo e usarlo tutti tranne Kapoor (tra i due artisti vi fu anche un divertente scambio su Instagram).

Il caso di Loboutin è però diverso: non si parla infatti di un colore specifico, ma dell’associazione di quel colore a una particolare forma. E in merito ci sono state nel tempo delle sentenze contrastanti. Nel 2012 Louboutin aveva vinto una controversia simile a quella in corso con la società olandese davanti a un tribunale di New York, contro Yves Saint Laurent. In quel caso, il giudice stabilì che la suola rossa quando è applicata a una scarpa di colore diverso identifica e distingue Louboutin ed è perciò un simbolo che può essere protetto da copyright. La suola rossa poteva essere utilizzata, ma su una scarpa tutta rossa. L’anno prima, stavolta in Francia e contro Zara, Louboutin aveva invece perso in appello.

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