Sono finiti i tempi dei sondaggi clandestini?

Con più di dieci anni di ritardo, l'Agcom ha annunciato che punirà anche chi diffonde "simulazioni" che cercano di aggirare il divieto di pubblicazione

Nei pochi giorni che mancano alle elezioni non sentiremo più parlare di “voci dal conclave”, di “corse di cavalli clandestine”, dello stallone “Fan Idole” o del “Cardinale fiorentino”: in altre parole non ci saranno più i sondaggi clandestini, quelli che negli ultimi anni hanno aggirato il divieto di pubblicazione dei sondaggi nel periodo elettorale fingendo di parlare di corse di cavalli o di elezioni papali. Con più dieci anni di ritardo su quando hanno cominciato a circolare online, cioè dal 2006, giovedì l’Agcom – l’autorità delle telecomunicazioni – ha diffuso un comunicato in cui annuncia che saranno punite anche le “simulazioni” che hanno lo scopo di aggirare la legge sulla par condicio. YouTrend, uno dei principali siti a diffondere “sondaggi clandestini” ha commentato così la notizia.

L’Agcom ha il potere di controllare e sanzionare le diffusione irregolare di sondaggi, comminando multe dai 25 ai 250 mila euro. Insieme a YouTrend anche siti come Right Nation in passato hanno diffuso surrettiziamente i risultati dei sondaggi nel periodo di divieto. La legge che in Italia vieta la pubblicazione dei sondaggi nei 15 giorni prima delle elezioni – la legge 28 del 2000, cioè la più importante di quelle sulla par condicio – non ha praticamente eguali in Europa e nel resto del mondo occidentale. Qualcosa di simile esiste in Francia, ma vale soltanto per le 24 ore precedenti al voto e per la pubblicazione degli exit poll nel giorno del voto. La legge italiana è più simile a quella del Mozambico, una democrazia fragile e giovanissima, dove i sondaggi sono vietati per tutto il periodo della campagna elettorale.

La motivazione che sta dietro a questo divieto è il timore che la diffusione dei sondaggi possa in qualche modo manipolare l’opinione pubblica e alterare i risultati del voto. Esperti e scienziati politici sono concordi nel dire che i sondaggi hanno la capacità di influenzare le scelte degli elettori, ma non è chiaro se vietare la diffusione dei sondaggi sia il modo migliore per limitarla. Durante il divieto di circolazione i sondaggi continuano a essere realizzati e a circolare tra le persone che si occupano di politica. Gli stessi istituti di sondaggio continuano a farli, non solo perché ricevono le commissioni da partiti e singoli politici, ma anche perché la precisione dei loro modelli statistici deriva anche dal raffronto di dati raccolti con continuità con i risultati reali che usciranno dal voto. In altre parole, i risultati dei sondaggi in questo periodo “girano” comunque tra gli addetti ai lavori, anche se non compaiono direttamente nei telegiornali e sui quotidiani.

E proprio per questo il loro effetto continua a manifestarsi nel modo in cui i media raccontano la campagna elettorale. Un partito in crescita continuerà a essere raccontato come in crescita anche nei quindici giorni precedenti il giorno delle elezioni, perché i giornalisti di solito sono tra coloro che hanno accesso ai sondaggi anche nel periodo di divieto. La differenza principale è che se un giornale o un politico racconta la “rimonta” di un partito in questo periodo, non ci saranno più dati per confermare o smentire questo racconto. Per questa ragione la legge è stata spesso criticata: il suo principale risultato è che le rilevazioni statistiche continuano a circolare ma in forme impossibili da verificare: se non sono veri sondaggi nessuno è tenuto a dire come sono stati fatti (anzi, non può proprio farlo). Non si può quindi sapere qual è il campione statistico, il margine di errore e così via. Per esempio, nessuno impedisce di dire a un leader il cui partito era dato in difficoltà: «Abbiamo recuperato la distanza con i nostri avversari», anche se i sondaggi che non si possono pubblicare dicono l’esatto contrario.

Per anni, da prima delle ultime elezioni politiche nel 2013, una serie di siti internet hanno sfidato apertamente questo divieto pubblicando i sondaggi elettorali sotto forma di scherzosi racconti di gare di cavalli o di conclavi religiosi. Per quanto le informazioni pubblicate non fossero verificabili dagli utenti comuni, non erano numeri a caso. L’autore del sondaggio mascherato, cioè la società che lo aveva realizzato, era quasi sempre piuttosto facile da indovinare e questo permetteva, a chi aveva accesso a queste informazioni, di risalire alla correttezza del loro contenuto.