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  • lunedì 5 febbraio 2018

Che rapporto c’è fra immigrazione e criminalità

I dati dicono cose interessanti: mentre l'immigrazione aumenta i reati diminuiscono, per esempio, e una relazione esiste ma riguarda un tipo di immigrazione ben preciso

di Luca Misculin – @lmisculin
(JORGE GUERRERO/AFP/Getty Images)

Dopo l’attentato razzista avvenuto sabato a Macerata, compiuto da un 28enne italiano vicino all’estrema destra, in molti hanno difeso o giustificato l’attentatore sostenendo che abbia reagito in maniera esagerata a una minaccia reale: la presunta “immigrazione fuori controllo” che porterebbe allo “scontro sociale”, come ha sostenuto fra gli altri il segretario della Lega, Matteo Salvini.

Salvini non è l’unico nella storia contemporanea ad avere ipotizzato un legame fra immigrazione e criminalità; come lui la pensano anche molti italiani, che secondo uno studio annuale della Commissione Europea sono fra i più preoccupati dall’immigrazione in tutta Europa. Ma se per la maggior parte dei periodi storici non abbiamo dati sufficienti per esprimerci, sull’Italia degli ultimi anni ne abbiamo diversi, analizzati da vari studi e ricerche. Quasi nessuna delle ricerche a disposizione sostiene un legame diretto fra l’aumento dell’immigrazione sperimentato dall’Italia negli ultimi anni e i reati commessi nel nostro paese, e alcune lo smentiscono esplicitamente. I numeri delle denunce e delle presenze in carcere sembrano confermare la tesi dei politici di destra e le paure degli italiani, ma vanno spiegati e contestualizzati.

Prima domanda: più stranieri significa più reati?
La risposta è no, per quanto riguarda l’Italia negli ultimi anni. Prendiamo il periodo fra il 2007 e il 2015. In questo periodo il numero degli stranieri residenti in Italia è passato da circa 3 milioni a poco più di 5. Nel frattempo, tutti i principali indicatori con cui misuriamo la criminalità sono diminuiti. Il numero delle denunce di delitti – cioè dei reati più gravi – è passato da 2,9 milioni a 2,6. Sono diminuiti gli omicidi, che non sono mai stati così pochi dall’unità d’Italia, ma anche le rapine e le violenze sessuali, passate dalle quasi cinquemila alle quattromila del 2015. Il numero dei furti è rimasto sostanzialmente invariato.

In un periodo di tempo quasi sovrapponibile, dal 2004 al 2014, le denunce per reati con autori noti – circa la metà di quelle complessive – a carico degli stranieri sono effettivamente aumentate del 34,3 per cento, secondo i dati messi a disposizione dal ministero dall’Interno. Ma la stima è compatibile, e anzi inferiore, rispetto all’aumento delle denunce nei confronti degli italiani, che nello stesso periodo sono cresciute del 40 per cento a fronte di una leggera diminuzione dei residenti italiani.

La lenta diminuzione della criminalità segue una tendenza in atto in tutta l’Unione Europea, dove fra il 2003 e il 2012 il numero dei reati compiuti in un anno è diminuito del 12 per cento, scendendo sotto la soglia di riferimento dei 25 milioni. Se proprio si volesse stabilire un nesso causale tra immigrazione e reati – sarebbe un’operazione sbagliata, in mancanza di correlazioni reali – bisognerebbe dire che l’aumento degli stranieri si è accompagnato a una diminuzione dei reati.

D’altra parte lo aveva detto nel 2016 lo stesso capo della polizia, Franco Gabrielli: «I numeri parlano chiaro: non c’è stato alcun incremento di reati rispetto all’aumento della presenza di immigrati». La questione però non è chiusa: i dati citati poco fa non ci dicono per esempio quanti stranieri compiono dei reati in proporzione a quelli che abitano in Italia, oppure se siano più o meno propensi alla criminalità rispetto agli italiani.

Gli stranieri nelle carceri italiane
Uno dei dati più citati da chi sostiene che gli stranieri compiano più reati degli italiani è quello della popolazione carceraria. Negli ultimi anni più o meno un terzo delle persone detenute nelle prigioni italiane è stabilmente di origine straniera, soprattutto extracomunitaria. Uno studio del 2016 di Francesco Palazzo, che insegna Diritto penale all’università di Firenze, afferma però di considerarlo un dato fuorviante per analizzare il rapporto fra immigrazione e criminalità.

Palazzo prende in considerazione una serie di dati del 2016, che nel frattempo non sono cambiati più di tanto. Al 30 settembre del 2016 nelle carceri erano ospitate 54.465 persone, 18.462 delle quali erano straniere: il 33,8 per cento del totale. Dato che la percentuale degli stranieri residenti in Italia sulla popolazione complessiva è molto minore – siamo intorno all’8 per cento – si potrebbe dedurne che il tasso di criminalità degli stranieri sia superiore a quello degli italiani.

Palazzo spiega che per sostenere una cosa del genere non possiamo utilizzare questi dati. La maggiore concentrazione di detenuti stranieri si spiega soprattutto col fatto che i condannati stranieri «hanno una maggiore difficoltà ad accedere alle misure alternative al carcere», sia perché non possono permettersi una difesa diversa da quella d’ufficio sia perché a volte non dispongono delle condizioni necessarie per ottenere le misure in questione, come una casa o un lavoro stabile.

I numeri lo dimostrano bene: nella prima metà del 2016 sono stati approvati in tutto 19.128 affidamenti in prova ai servizi sociali, di cui solamente 2.722 a detenuti stranieri (circa il 14 per cento). Nello stesso periodo di tempo, la detenzione domiciliare – cioè la possibilità di scontare l’ultima parte della pena a casa propria – è stata concessa a 14.136 detenuti italiani e solamente a 3.306 stranieri.

Non abbiamo ancora risposto alla domanda di prima: è vero o non è vero che in proporzione gli stranieri commettono più reati degli italiani?

Proviamo a rispondere
Uno dei dati più recenti fra quelli che abbiamo a disposizione riguarda le persone arrestate e denunciate fra l’1 agosto del 2016 e il 31 luglio del 2017, diffusi a settembre dal Sole 24 Ore. In questo periodo, secondo stime del ministero degli Interni, sono state denunciate o arrestate 839.496 persone, fra cui 241.723 stranieri. Sono il 28,8 per cento del totale, a fronte, come abbiamo detto, di una popolazione dell’8 per cento rispetto a quella italiana.

Come fa notare un rapporto dell’ISTAT del 2012, però, una parte degli stranieri che vivono in Italia e che hanno subìto un’incriminazione è finita nei guai perché si trova clandestinamente nel territorio italiano, o perché ha mentito a un pubblico ufficiale sulla propria condizione. L’ISTAT stima che nel 2009 si trovassero in questa condizione 28.813 stranieri che si trovavano in Italia, cioè il 20,6 per cento del totale degli imputati stranieri.

Per quanto riguarda i singoli reati, sappiamo che gli stranieri si sono specializzati in crimini da pene lievi come la rapina o i furti nelle abitazioni – i detenuti italiani in media ottengono delle condanne molto più alte – ma collegate a un maggiore “allarme sociale”, proprio perché riguardano la vita di tutti i giorni. Il report ottenuto dal Sole24Ore sostiene che il 55 per cento dei furti “con destrezza” siano compiuti da stranieri, così come 51,7 per cento dei reati di sfruttamento della prostituzione e il 45 per cento dei furti nelle abitazioni.

Anche escludendo il controverso reato di immigrazione clandestina, secondo alcuni questi numeri sono sufficienti per sostenere che in media gli stranieri compiano più reati rispetto agli italiani. Arriva a questa conclusione, per esempio, uno dei rari studi che sostiene che gli stranieri abbiano una propensione doppia alla criminalità rispetto agli italiani, condotto nel 2016 dall’ufficio studi di Confcommercio. Lo studio prende in considerazione vari fattori, fra cui anche il tipo di scuole frequentate dalle persone coinvolte. Anche questo studio però ammette che la grande maggioranza dei reati attribuibili agli stranieri viene compiuta da una categoria che abbiamo già incontrato: quella degli stranieri irregolari.

I cosiddetti “irregolari”
Vengono definite in questo modo le persone che arrivano in Italia irregolarmente, e che non possiedono un permesso di soggiorno lavorativo né una forma di protezione internazionale. Per lo Stato italiano queste persone non esistono: non pagano le tasse, non possono frequentare le scuole per adulti, trovare un lavoro o accedere a cure sanitarie a meno di quelle urgenti o essenziali. In altre parole sono persone che per sopravvivere devono necessariamente muoversi in un contesto criminale o illegale (per esempio lavorando come braccianti per gli italiani che gestiscono la raccolta della frutta in Puglia o in Calabria, per pochi euro all’ora).

Lo studio di Confcommercio sostiene che il 70 per cento dei reati commessi da stranieri sia attribuibile a persone che si trovano irregolarmente sul territorio italiano. Altri numeri vanno nella stessa direzione: secondo uno studio della Rodolfo Debenedetti Foundation del 2013, per esempio, il 90 per cento degli stranieri che si trovano nelle carceri italiane sono degli irregolari. Nel 2007, secondo un dato del ministero degli Interni citato qui, l’80 per cento degli stranieri arrestati per reati gravi era composto da persone che risiedevano irregolarmente in Italia.

Sono numeri indicativi, ma anche piuttosto grezzi. Sappiamo quanti stranieri irregolari vengono denunciati, arrestati o incriminati, ma non sappiamo quanti siano in totale: la stima più conservativa si aggira sulle 400mila, ma si parla anche di 500mila o 600mila. In sintesi: intuiamo che esista una correlazione non tanto fra l’essere stranieri o immigrati e compiere reati, quanto fra la condizione dell’irregolarità e la propensione a compiere reati, ma non abbiamo dei dati più precisi per definirla meglio.

Possiamo invece fare delle valutazioni più precise sugli stranieri che abitano regolarmente in Italia. Uno studio molto citato condotto nel 2009 dal Centro Studi e Ricerche Idos insieme a Redattore Sociale sostiene per esempio che fra le 550.590 denunce a una persona nota che hanno dato seguito a un’azione giudiziaria presentate nel 2005 – l’ultimo anno in cui il ministero degli Interni ha presentato dati scorporati fra stranieri regolari e irregolari – solamente 37.709 erano rivolte contro stranieri regolarmente residenti, cioè con un permesso di soggiorno o una forma di protezione internazionale.

Scorporando questi dati e suddividendoli per fasce di età, lo studio ha individuato un tasso di criminalità dell’1,89 per cento per gli stranieri regolari nella fascia 18-44 anni, molto vicino all’1,5 per cento dei coetanei italiani. Il tasso di criminalità degli stranieri regolari nella fascia 45-64 anni è persino minore rispetto agli italiani – 0,44 per cento rispetto a 0,65 per cento – mentre è sostanzialmente uguale nelle persone con più di 65 anni, a prescindere dalla nazionalità.

Gli stranieri regolari, insomma, compiono più o meno lo stesso numero di reati degli italiani. Il guaio è che gli stranieri ammessi regolarmente in Italia sono una minima parte: nel 2016 in 35mila hanno ottenuto una forma di protezione internazionale, mentre poco meno di 32mila hanno ottenuto un permesso di soggiorno attraverso il canale principale, il cosiddetto decreto flussi. Tutti gli altri sono rimasti fuori.

Una conclusione
Non esiste una correlazione provata fra l’immigrazione e il tasso di criminalità. Esiste una relazione fondata ma dai confini ancora poco definiti fra permanenza irregolare in Italia e criminalità. Per quello che sappiamo, gli stranieri che risiedono regolarmente in Italia commettono reati allo stesso ritmo degli italiani, anche se con modalità diverse.

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