La cabina della funivia del Cermis precipitata il 3 febbraio 1998 (AP Photo/Franco Bernardinatti)
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  • sabato 3 Febbraio 2018

Il secondo disastro alla funivia del Cermis, vent’anni fa

La storia di come un aereo militare americano provocò la morte di venti persone durante un'esercitazione, e del processo che ne seguì

La cabina della funivia del Cermis precipitata il 3 febbraio 1998 (AP Photo/Franco Bernardinatti)

Il 3 febbraio 1998, vent’anni fa, un aereo militare statunitense tranciò il cavo della funivia che da Cavalese, in provincia di Trento, raggiunge l’Alpe Cermis, facendo precipitare una cabina e causando la morte delle venti persone che si trovavano a bordo. Fu il secondo grosso incidente avvenuto alla funivia del Cermis: nel primo, quello del 9 marzo 1976, i morti furono 42. Ma dell’incidente del 1998 si parlò soprattutto per quello che successe ai piloti dell’aereo che causò la caduta della cabina, che furono condannati soltanto per intralcio alla giustizia.

L’incidente avvenne alle 15.13. L’aereo che tranciò il cavo della funivia era un Grumman EA-6B Prowler del corpo dei Marine; era decollato dalla base di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, che nel 1999 fu usata per le missioni NATO nella guerra in Kosovo. A bordo del Prowler c’erano quattro militari: il pilota Richard J. Ashby, il navigatore Joseph Schweitzer e i due addetti ai sistemi di guerra elettronici William Rancy e Chandler Seagraves. Dovevano fare un’esercitazione di volo a bassa quota, ma volarono a un’altitudine più bassa di quella consentita per le esercitazioni e colpirono il cavo della funivia. A bordo della cabina che precipitò c’erano venti persone, diciannove passeggeri e un manovratore: morirono tutti. I passeggeri erano sette tedeschi, 5 belgi, due italiane, due austriaci, due polacchi e un’olandese.

L’inizio della ricostruzione dell’incidente fatta da National Geographic nel 2012:

A causa dello scontro con il cavo della funivia il Prowler fu lievemente danneggiato, ma riuscì comunque a tornare ad Aviano. La dinamica dell’incidente fu accertata dalla procura di Trento, i cui investigatori trovarono un frammento del cavo della funivia incastrato nella fusoliera dell’aereo militare.

I militari a bordo dell’aereo non furono giudicati da un tribunale italiano perché sulla base della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo status dei militari della NATO spettava ai tribunali militari americani occuparsi della questione. Inizialmente tutti e quattro gli uomini a bordo del Prowler furono indagati, ma solo Ashby e Schweitzer furono poi processati: il primo per omicidio involontario (preterintenzionale, nell’ordinamento italiano) e il secondo per omicidio per negligenza (cioè colposo). Entrambi furono assolti per queste accuse. Ashby sostenne di aver pilotato l’aereo a una velocità superiore a quella consentita perché non era informato delle restrizioni previste dalle norme militari e disse che l’altimetro che indicava la quota a cui stavano volando era rotto: l’analisi dello strumento non rivelò alcun guasto, ma i militari furono comunque assolti perché la funivia non era indicata sulle mappe di cui disponevano.

Il capitano dei Marine Richard Ashby, al centro, insieme ai suoi legali, il 3 marzo 1999, al tribunale militare di Camp Lejeune, in North Carolina (JOHN ALTHOUSE/AFP/Getty Images)

Sia Ashby che Schweitzer in ogni caso furono condannati per intralcio alla giustizia perché a bordo del Prowler fu trovata una telecamera con una cassetta vuota: durante le esercitazioni sulle Alpi i militari americani erano soliti girare dei video amatoriali del panorama e fu ricostruito che Ashby e Schweitzer avevano distrutto il filmato di quel giorno. Schweitzer lo confessò nel documentario del canale televisivo del National Geographic del 2012, dicendo: «Non volevo che alla CNN andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime». Per la condanna per intralcio alla giustizia i due militari furono degradati e rimossi dal servizio e Ashby passò anche quattro mesi e mezzo in carcere. Nel 2009 la Corte di Appello degli Stati Uniti confermò la sentenza di primo grado dopo che i due ex militari avevano fatto ricorso.

Le famiglie delle persone morte nell’incidente della funivia furono risarcite dalla provincia autonoma di Trento prima, e dallo stato italiano poi: ogni famiglia ricevette 3,8 miliardi di lire secondo una legge approvata nel dicembre del 1999. Lo stato fu poi rimborsato per il 75 per cento della somma totale dagli Stati Uniti, come previsto da un accordo bilaterale.

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