Il presidente russo Vladimir Putin cammina tra i ghiacci dell'arcipelago di Francesco Giuseppe, nel mare di Barents, il 29 marzo 2017. (ALEXEY DRUZHININ/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 23 novembre 2017

Il misterioso piano della Russia per estrarre petrolio dal Polo Nord

Il Project Iceberg prevede basi nucleari sottomarine e sottomarini autonomi, ma secondo qualcuno dietro ci sono ambizioni militari

Il presidente russo Vladimir Putin cammina tra i ghiacci dell'arcipelago di Francesco Giuseppe, nel mare di Barents, il 29 marzo 2017. (ALEXEY DRUZHININ/AFP/Getty Images)

La competizione internazionale per lo sfruttamento delle risorse petrolifere dell’Artico è stata movimentata negli scorsi mesi dalla diffusione di dettagli riguardo al Project Iceberg, un ambizioso – e secondo qualcuno irrealistico – piano della Russia per esplorare il freddissimo mare coperto dai ghiacci del Polo Nord e costruire basi per l’estrazione petrolifera. Tra le altre cose, la Russia ha costruito un enorme sottomarino alimentato a fissione nucleare: si chiama Belgorod, è lungo 182 metri e sarà usato per monitorare i fondali marini, sistemare cavi per le comunicazioni e guidare una flotta di sommergibili più piccoli.

Il rompighiaccio Tor al porto di Sabetta, sulla penisola Jamal, durante una missione per esplorare nuovi giacimenti nell’Artico. (KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

Si stima che nel mare Artico ci sia dal 16 al 26 per cento delle riserve di petrolio non ancora scoperte sulla Terra. Da decenni Stati Uniti, Canada, Danimarca, Norvegia e Russia – cioè gli stati che oggi possiedono parti del Polo Nord – si contendono la sovranità su porzioni più o meno ampie di quel vasto territorio che ancora non appartiene a nessuno. È una contesa complicata e che va avanti a colpi di rivendicazioni all’ONU, sostenute da studi scientifici e geopolitici preparati dai singoli stati e valutati dai funzionari internazionali.

Il presidente russo Vladimir Putin parla con il presidente islandese Gudni Johannesson al Forum Internazionale dell’Artico, il 30 marzo 2017. (SERGEI KARPUKHIN/AFP/Getty Images)

Sono anni che la Russia estrae petrolio dal mare Artico: circa 5,5 milioni di tonnellate all’anno, dal suo unico sito di estrazione al Polo Nord, il Prirazlomnoye, nel mare della Pecora. BBC ha però raccontato che con il Project Iceberg la Russia – che con il petrolio genera circa il 36 per cento delle proprie entrate statali (nel 2016), e il 68 per cento delle proprie esportazioni (nel 2013) – ha accelerato la sua presenza e la sua aggressività nella competizione per aggiudicarsi il diritto di trovare e sfruttare nuovi giacimenti, sviluppando sottomarini robotici che possano esplorare autonomamente i fondali marini.

Come negli anni Settanta la frontiera per il settore dell’estrazione petrolifera era sviluppare dispositivi in grado di operare nel freddo mare del Nord, oggi i ricercatori stanno provando a trovare modi in cui si possano sfruttare i giacimenti che si trovano sotto centinaia o migliaia di metri di acqua qualche grado sotto lo zero, e spesso sotto uno spesso strato di ghiaccio. Concretamente, il piano della Russia è quello di costruire diverse basi sottomarine che ospitino ciascuna un reattore da 24 megawatt, e che possano rifornire i sottomarini. Secondo il progetto dovrebbero funzionare per 25 anni senza bisogno della presenza umana, ma soltanto con una manutenzione periodica.

Il piano è che i primi siano operativi nel 2020. Insieme alle basi, sono in fase di progettazione o perfezionamento diversi tipi di veicoli sottomarini che dovrebbero operare senza bisogno della presenza umana. Gli AUV (Autonomous Underwater Vehicle), come sono chiamati, sono già usati in diversi settori, e si differenziano dai ROV (Remote Operated Vehicle) perché non hanno bisogno di essere controllati a distanza, ma agiscono in modo autonomo. Fino a poco fa, però, erano utilizzati generalmente sotto uno stretto controllo di tecnici, e non per svolgere prolungate operazioni in totale autonomia; sono poi ancora oggi usati per esplorazioni e ricerche sottomarine, e non per trivellare attivamente il fondale. La Russia stima che questo tipo di AUV potrà essere operativo nel giro di cinque anni.

Veicoli antiaerei russi sviluppati per operare nell’Artico sfilano sulla Piazza Rossa durante una prova per il Giorno della Vittoria, il 7 maggio 2017. (KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

Contemporaneamente, la Russia sta aprendo nuove basi militari nell’Artico, riattivando una cinquantina di basi dell’era sovietica e aumentando la propria flotta adatta a muoversi nel mare Artico. Prossimamente si doterà di un nuovo rompighiaccio a propulsione nucleare. Le sanzioni internazionali seguite all’annessione della Crimea hanno reso più difficile ottenere finanziamenti stranieri per le ricerche legate al settore petrolifero, che quindi sono state portate avanti autonomamente dalla Russia. C’è chi sostiene che i programmi di ricerca della Russia siano un modo di nascondere esperimenti di sviluppo di dispositivi militari che possano operare nelle difficili condizioni artiche.

Il rompighiaccio a propulsione nucleare che sarà completato nel 2020, ormeggiato a San Pietroburgo. (OLGA MALTSEVA/AFP/Getty Images)

Vadim Kozyulin, un analista del PIR Centre, un centro di analisi che si occupa di sicurezza internazionale, è di questa idea: non si spiegherebbe altrimenti, secondo lui, perché nel progetto non siano coinvolte le compagnie petrolifere russe, come Gazprom. Le basi sottomarine, dice, potrebbero essere usate per alimentare Harmony, il sistema di sorveglianza sottomarina russo. Un’altra ipotesi, sostenuta da chi crede che il Project Iceberg non sia realisticamente realizzabile in così pochi anni, è che la Russia voglia soltanto aumentare la propria presenza nel mare Artico per sostenere le proprie rivendicazioni territoriali e disincentivare quelle degli altri stati. Se fosse questo il caso, le strutture estrattive vere e proprie potrebbero essere sfruttate anche più in futuro.

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