Perché “Dirty Dancing” ci è rimasto appiccicato

Non lo abbiamo mai messo in un angolo

C’è di sicuro qualcuno che ha detto o scritto che i grandi film, quelli che si fanno ricordare, devono per forza avere: una canzone, una scena e una battuta che restino. Dirty Dancing, che negli Stati Uniti uscì il 21 agosto 1987, ce le ha tutte e tre. Potreste non averlo visto ma difficilmente non sapete fischiettare “(I’ve Had) The Time of My Life”, non avete mai sentito dire “nessuno può mettere Baby in un angolo”, o visto questa scena. Il pezzo che non potete non aver visto è dopo tre minuti e 22 secondi.

Dirty Dancing – in italiano Dirty Dancing – Balli proibiti – è senza dubbio uno di quei film che sono rimasti, che non abbiamo messo da parte, che ci ricordiamo, che citiamo e che vediamo citati ancora oggi. Ed è strano, perché le sue ambizioni erano di gran lunga minori: costò 6 milioni di dollari e sia il regista Emile Ardolino (che poi avrebbe fatto Sister Act – Una svitata in abito da suora) che i suoi due protagonisti erano poco noti. Patrick Swayze non aveva ancora fatto Ghost e sia lui che Jennifer Grey (che aveva 10 anni più del personaggio che interpretava) non si erano fatti notare fino a quel momento; avevano già recitato insieme in Alba rossa, un film di guerra del 1984.

Poi però Dirty Dancing ha vinto un Oscar (per la Miglior canzone), ha guadagnato più di 200 milioni di dollari, ha lanciato la carriera di Swayze (un po’ meno quella di Grey: lei sì che l’abbiamo un po’ messa in un angolo) ed è diventato il primo film a vendere più di un milione di copie in home video, il termine che mette insieme tutti i supporti (come VHS e DVD) su cui guardavamo i film qualche anno fa.

Non ci sono dei chiari quando e perché Dirty Dancing sia diventato il film la cui videocassetta avete visto trenta volte. Si può però provare a capire cosa è successo al film da quando era un’idea nella testa di una sceneggiatrice a quando è diventato la videocassetta nel vostro videoregistratore.

Dirty Dancing uscì nel 1987 – un mese dopo RoboCop e uno prima di Attrazione fatale – ma è ambientato nel 1963. Parla della famiglia Houseman (padre, madre e due figlie) che va in vacanza in un villaggio turistico dei monti Catskill, nello stato di New York. Baby, la protagonista, ha 17 anni, vuole studiare economia e entrare a far parte dei Peace Corps, sa portare da sola un cocomero e si mette a ballare con Johnny Castle, che insegna ballo agli ospiti del villaggio turistico.

Johnny e Baby ballano insieme, anche in un lago e si innamorano. Solo che la ragazza che di solito balla con Johnny resta incinta (dopo un rapporto con il cameriere degli Houseman) e abortisce, grazie all’aiuto del padre di Baby, che è medico. Baby deve quindi diventare la nuova compagna di ballo di Johnny. Johnny però viene ingiustamente accusato di furto e licenziato. Alla fine, per fortuna, tutto finisce bene.

La sceneggiatura dal film la scrisse Eleanor Bergstein, ed è in gran parte autobiografica: al punto che lei stessa era soprannominata “Baby”. Le location in cui il film è stato girato non sono però nei Catskills (perché molti di quei villaggi turistici avevano chiuso prima degli anni Ottanta) ma in Virginia e North Carolina. Bergstein convinse Ardolino a fare il film ma il regista mise una condizione: bisognava scegliere ballerini che sapessero recitare o attori con grandi conoscenze di ballo. Aveva visto Flashdance, uscito nel 1983, e non gli era piaciuto come venivano montate le scene con gli attori e quelle con le controfigure che ballavano. Sia Swayze che Grey sapevano ballare bene: pare però non andassero molto d’accordo e lui dovette fare una gran fatica per convincere lei a fare il film.

Le riprese iniziarono un po’ più tardi del previsto, a settembre, e più si andava avanti (circa per un mese e mezzo) più faceva freddo: nella scena del lago, per esempio, i due attori avevano freddissimo e non ci sono primi piani perché altrimenti si vedrebbe dalle loro facce. Siccome era già arrivato l’autunno, ma il film era d’estate, si dovettero anche colorare alcune foglie per farle diventare verdi, da gialle che erano. C’è chi dice che guardando con attenzione la scena nel bosco si vedano foglie cadere.

Alicia Wilkinson ha scritto su Vox che quando Dirty Dancing arrivò nei cinema, ci si aspettava un flop: la casa di distribuzione aveva in mente di lasciarlo nelle sale solo una settimana, per poi farne girare qualche copia in videocassetta. Le scarse attese erano dovute alle scarse opinioni degli spettatori a cui era stato fatto vedere in anteprima: soprattutto qualche anni fa certi film si mostravano a un pubblico campione, per capire cosa ne pensasse. Wilkinson ha scritto che, tra l’altro, solo il 39 per cento degli spettatori “di prova” si accorse che c’era una sotto-trama che parlava di aborto.

Poi il film uscì e ottenne recensioni generalmente positive, ma di certo non entusiaste. Per capirci: non si trova, almeno non tra quelle principali, qualcuno che avesse scritto “tra trent’anni saremo lì a celebrare l’anniversario di questo film”. Una recensione del giornale canadese The Globe and Mail lo definì «un Flashdance con un quoziente intellettivo a tre cifre», cioè: un film di ballo, ma con più temi e spunti di riflessione. Samuel G. Freedman del New York Times apprezzò il film perché sapeva «quando mostrare e quando suggerire» e perché «tratta[va] l’idealismo degli anni Sessanta come la sincera espressione di una speranza, non come una moda passeggera». Freedman scrisse anche che il film sembrava una metafora degli Stati Uniti del 1963: una sorta di Camelot un po’ Yiddish (Camelot è anche il nome con cui si sarebbe parlato della presidenza di John Fitzgerald Kennedy, morto nel novembre 1963).

Il critico Roger Ebert scrisse che il film aveva un “idiot plot”, che non vuol dire solo trama idiota o per idioti: è una specie di tropo narrativo reso famoso da Ebert, in riferimento a un film che funziona solo perché i suoi protagonisti si comportano come idioti. Molti apprezzarono il modo in cui, per essere gli anni Ottanta, il film parlava di aborto, senza condannare la donna che decideva di farlo.

Il film piacque anche al pubblico – in genere a un pubblico più grande rispetto a quello previsto fatto da adolescenti – e guadagnò i suoi primi 10 milioni di dollari in dieci giorni. Qualcuno scrisse anche che ci fu un considerevole aumento nelle iscrizioni alle scuole di danza in giro per gli Stati Uniti dopo la sua uscita. Negli Stati Uniti fu comunque solamente l’undicesimo film più visto del 1987: molto del suo successo arrivò dopo, all’estero e in videocassetta.

Secondo Wilkinson il principale motivo del successo di Dirty Dancing è che non è mai invecchiato perché già quando uscì era per certi versi vecchio, o comunque nostalgicamente interessato al passato. Wilkinson e molti altri critici sono però d’accordo nel ritenere che il film è sopravvissuto a tanti altri ormai dimenticati film sul ballo perché aveva molti altri temi, perché era intelligente e non solo divertente da vedere. Little White Lies l’ha addirittura definito «un lupo travestito da pecora», perché «è un capolavoro femminista sovversivo».

Visto il successo del film, ci sono stati diversi tentativi di cavalcare l’onda: nel 2004 uscì il dimenticabile Dirty Dancing: Havana Nights e pochi mesi fa è uscito un altrettanto dimenticabile remake per la tv.

La scena del ballo è però stata citata in diversi film e serie tv. Per esempio in Crazy, Stupid, Love, con quei due attori che potreste aver visto anche in un musical uscito qualche mese fa. È la scena in cui il personaggio di Ryan Gosling confessa la sua “mossa” a tema Dirty Dancing per conquistare le ragazze: consiste nell’iniziare a parlare di Dirty Dancing, dire di saper fare la mossa di Dirty Dancing, e poi nel farla. «Funziona sempre», dice lui.

Se ci state pensando, qui c’è Emma Stone che spiega che la mossa Dirty Dancing è in realtà molto difficile. La versione lunga, spiegata nel video qui sotto, è che Stone ci ha provato, si è fatta male (lui la paragona a un opossum che cade da un albero) e ha dovuto rinunciare a girare la scena. La versione breve è: NON PROVATELA A CASA.

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