(Chris McGrath/Getty Images)
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  • mercoledì 19 luglio 2017

Perché alle ong non piacciono le nuove regole per i soccorsi nel Mediterraneo

Il nuovo codice è stato inviato in questi giorni alle organizzazioni coinvolte, e contiene misure un po' controverse

(Chris McGrath/Getty Images)

In queste giorni le ong che compiono operazioni di soccorso nel Mediterraneo hanno ricevuto dal Ministro degli Interni italiano la bozza del codice di comportamento che saranno tenute a sottoscrivere per poter continuare a svolgere la propria attività. L’introduzione del codice è stata l’unica misura che l’Italia ha ottenuto quando nelle scorse settimane ha chiesto un maggiore sostegno degli altri paesi europei per gestire il flusso estivo di migranti dal Nord Africa, uno dei più consistenti degli ultimi anni. Le ong potranno discutere le misure contenute nel codice, ma non è chiaro quanto margine avranno per chiedere delle modifiche.

La creazione del codice è stata appoggiata sia dai ministri degli Interni dell’Unione Europea – che la settimana scorsa si sono riuniti a Tallinn per una riunione informale – sia dalla Commissione Europea. Secondo lo Huffington Post, uno dei giornali italiani più informati su questa vicenda, il codice è stato inviato dal ministero alle ong coinvolte il 18 luglio, e sarà discusso insieme ai funzionari del ministero in un incontro che si terrà il 25 luglio. Nei giorni scorsi, i rappresentanti di diverse ong si sono detti genericamente contrari a un codice di comportamento definitivo troppo restrittivo nei loro confronti: contattata dal Post Medici Senza Frontiere, una delle ong più attive nel Mediterraneo, ha detto di non voler commentare ufficialmente la bozza, perché è ancora in attesa di una convocazione ufficiale da parte del governo italiano. Due giorni prima aveva però diffuso un comunicato in cui spiegava che se le informazioni sul codice trapelate sui giornali erano vere, «ci sarebbero meno navi disponibili nell’area di ricerca e soccorso e questo potrebbe condannare le persone in pericolo nel Mediterraneo ad una morte certa».

Le ong che compiono operazioni di questo tipo nel tratto di mare fra Italia e Libia sono una quindicina, e la loro attività è iniziata circa due anni fa. Da diversi mesi operano a poche decine di chilometri dalle coste della Libia, cosa che secondo loro rende più rapide le operazioni di soccorso, ma che secondo altri sta spingendo i trafficanti a imbarcare i migranti su barconi o gommoni sempre più malandati, che devono stare a galla solamente per qualche chilometro (il peggioramento delle condizioni delle barche è un fenomeno che va comunque avanti da diversi anni).

Un tempo il ruolo delle navi private che compivano soccorsi in mare era piuttosto marginale, anche per merito della missione italiana Mare Nostrum, che aveva come specifico obiettivo quello di soccorrere i migranti diretti in Italia. Le navi “istituzionali” – cioè quelle della Guardia Costiera e della Marina Militare italiana e dell’agenzia europea Frontex – continuano a compiere la maggior parte delle operazioni di soccorso, ma secondo una stima di Frontex sugli ultimi mesi del 2016, circa il 40 per cento delle operazioni di salvataggio in mare è stato compiuto dalle ong. Per ragioni di praticità e di diritto marittimo, le ong trasportano tutti i migranti che soccorrono nei porti italiani, cosa che il governo italiano non apprezza: qualche settimana fa ha persino minacciato di impedire l’accesso delle loro navi ai porti italiani, se non si fosse trovata una soluzione. In questi mesi le ong sono state anche oggetto di critiche e sospetti da parte di alcune procure italiane – appoggiate da alcuni partiti, come il Movimento 5 Stelle – che però non hanno saputo trovare nessuna prova di crimini o attività poco trasparenti.

Una bozza del codice di comportamento è stata pubblicata il 14 luglio dallo Huffington Post. Tre giorni dopo la portavoce della Commissione Europea Natasha Bertaud ha confermato a Repubblica che la Commissione aveva fornito dei «pareri legali» sul codice e che «tocca all’Italia adottare definitivamente il Codice, di concerto con l’esecutivo comunitario e le Ong».

Nella bozza, sono elencati diversi punti su cui il governo italiano sta insistendo da mesi. Il primo punto prevede l’impegno a «non entrare nelle acque internazionali libiche a meno di situazioni di grave e immediato pericolo che richiedano assistenza, e non impedire interventi di ricerca o soccorso da parte della Guardia Costiera libica». Altri punti importanti sono il terzo, che prevede l’impegno a non avere dei contatti che possano «facilitare la partenza e l’imbarco di navi che trasportano migranti» (anche se relazioni di questo tipo fra ong e scafisti non sono mai state dimostrate) e l’ottavo, che prevede la comunicazione alle autorità italiane di «tutte le fonti di finanziamenti per l’attività di soccorso in mare». Alcuni passaggi del codice sono piuttosto bizzarri: il decimo punto impone ad esempio alle ong di «recuperare, se possibile, le barche o i motori usati dai trafficanti», per contrastare sia ulteriori traffici sia «l’inquinamento marino».

Una delle questioni più controverse sollevate dal codice di comportamento riguarda i rapporti delle ong con la Guardia Costiera libica, un’agenzia che utilizza attrezzature fornite dall’Unione Europea e dall’Italia e i cui membri hanno ricevuto o riceveranno addestramento in Europa. L’Italia e la Commissione Europea fanno molto affidamento sulla cooperazione della Guardia Costiera libica per ridurre il flusso di migranti: il problema è che la cosiddetta Guardia Costiera libica risente dell’instabilità politica della Libia, e come diverse altre autorità locali è controllata da milizie armate. Come ha scritto su EuObserver l’analista Giulia Laganà, il timore delle ong è che fra le altre cose l’approvazione del codice di comportamento «limiti la loro capacità di documentare gli abusi compiuti dalla Guardia Costiera libica».

Negli ultimi mesi i giornali internazionali hanno raccontato diversi episodi di violenze compiute dalla cosiddetta Guardia Costiera libica: a fine maggio, durante un’operazione di soccorso, alcuni suoi membri hanno sparato alle imbarcazioni su cui si trovavano i migranti, e successivamente hanno rubato soldi e telefoni ai passeggeri. In un altro caso una nave della ong Sea-Watch è stata quasi speronata da una della Guardia Costiera durante un’operazione di soccorso, come ha raccontato un portavoce della ong. Pochi giorni fa il Washington Post ha raccontato che la Guardia Costiera della città libica di Zawiya, da dove partono alcune imbarcazioni di migranti, è controllato da una milizia armata locale. Le navi libiche inoltre sono solite riportare indietro i migranti che vengono intercettati in mare, che a quel punto vengono trasferiti in centri di detenzione dove il rispetto dei diritti umani è contestato da diverse associazioni internazionali.

Un’altra misura piuttosto strana presente nella bozza è quella relativa alla “trasparenza” sui finanziatori: le ong interessate si sostengono perlopiù con piccole donazioni private o con investimenti di singole associazioni o filantropi, come nel caso della ong MOAS, fondata dagli imprenditori italo-americani Regina Catrambone e Christopher Catrambone. Non è chiaro per quale motivo le autorità italiane intendano chiedere di conoscere tutti i nomi dei finanziatori, e se sospettino irregolarità di qualche tipo.

Non è nemmeno chiaro perché Medici Senza Frontiere teme che le sue operazioni saranno rallentate dalle misure del codice, come ha spiegato nel comunicato di due giorni fa: forse ritengono che alcune misure come la disponibilità a far salire a bordo autorità italiane come la polizia possa rallentare le loro attività, e quindi impedirgli di compiere l’attuale quantità di operazioni (senza contare che nel loro statuto e in quello di Save the Children c’è il divieto di cooperare con qualsiasi forza armata, per garantire la loro neutralità). Il codice di comportamento non ha generato perplessità solamente fra le ong. Secondo Francesco Del Freo, avvocato esperto di diritto del mare contattato da Lettera 43, più in generale «le problematiche sollevate dal codice sono del tutto irrilevanti. Le leggi internazionali già prevedono sanzioni [per questi comportamenti], il codice non aggiunge nulla».

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