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  • martedì 13 giugno 2017

I Golden State Warriors hanno vinto la NBA

Hanno battuto nelle finali dei playoff i Cleveland Cavaliers, nonostante l'ennesima incredibile prestazione di LeBron James

(Jose Carlos Fajardo/Bay Area News Group/ LaPresse)

Questa notte i Golden State Warriors hanno battuto i Cleveland Cavaliers nelle finali dei playoff e hanno vinto il loro secondo titolo NBA negli ultimi tre anni. I Warriors – dove giocano Kevin Durant e Steph Curry– hanno chiuso le finali contro i Cavaliers – la squadra di LeBron James – in cinque partite, vincendo la serie 4 a 1: l’ultima partita, giocata questa notte, è finita 129 a 120, con 39 punti di Durant e 34 di Curry. I Warriors hanno perso solo gara 4 delle finali, giocata a Cleveland nella notte tra venerdì e sabato.

Per i Warriors la vittoria del titolo è una specie di rivincita: nelle finali dello scorso anno i Cavaliers avevano rimontato la serie dopo che erano finiti in svantaggio 3 a 1, una cosa che non era mai riuscito a fare nessuno nella storia delle finali NBA. Qualche commentatore sportivo credeva che Cleveland potesse replicare quella rimonta anche in questa stagione, ma Golden State si è dimostrata troppo forte. È stata la prima volta nella storia della NBA che le stesse due squadre si sono affrontate in finale per la terza volta consecutiva.

Golden State ha avuto un anno incredibile. In stagione regolare non è andata bene come lo scorso anno, quando aveva fatto il record di vittorie della storia della NBA, 73, superando anche i fortissimi Chicago Bulls di Michael Jordan del 1995-1996. È andata però fortissimo nei playoff, dove ha fatto un altro record: ha perso una sola partita sulle 17 giocate, proprio contro i Cleveland Cavaliers. Nessuno prima di quest’anno ci era mai riuscito.

Ci sono tre questioni più generali di cui si è discusso durante le finali dei playoff, e che probabilmente ritorneranno nei prossimi anni. La prima è quella della super-squadra, che ha animato i commenti post-partita di tutta la stagione: la super-squadra sarebbero i Golden State Warriors, che grazie all’arrivo la scorsa estate di Durant (uno dei tre giocatori più forti della NBA, secondo molti) sembrano essere diventati praticamente imbattibili. Nonostante nel calcio europeo movimenti di mercato di questo tipo siano considerati normali – prendere un giocatore fortissimo e aggiungerlo a una squadra fortissima viene visto come una mossa di mercato di successo, non come un problema – nella NBA le cose sono un po’ diverse, e molti vedono le super-squadre come un ostacolo alla “democraticità” e spettacolarità della lega. Nella NBA è normale che una squadra passi da essere tra le più deboli a essere tra le più forti nel giro di pochi anni, grazie soprattutto al sistema dei draft, con il quale le squadre che hanno ottenuto i risultati peggiori durante la stagione possono scegliere per prime i nuovi giocatori che arrivano dall’estero, dai college o dalle high school.

La seconda cosa di cui si è parlato molto è stata la serie finale di LeBron James, che a 32 anni è arrivato a giocarsi per il settimo anno consecutivo il titolo NBA (vuol dire che l’ultima finale NBA senza James in campo si è giocata nel 2010). Nella partita di questa notte James ha giocato 46 minuti – praticamente non è mai uscito dal campo – e ha segnato 41 punti, preso 13 rimbalzi e fatto 8 assist. Sono numeri notevoli, e lo sono ancora di più se si tiene in conto che non sono stati un’eccezione: James è diventato il primo giocatore della storia NBA a far registrare una tripla doppia di media nella serie finale dei playoff (che vuol dire che nelle cinque partite giocate ha raggiunto la doppia cifra di media in almeno tre voci statistiche), con 33,6 punti, 12 rimbalzi e 10 assist. Secondo molti, quella di quest’anno è stata la miglior stagione di sempre di LeBron James, la cui squadra, nonostante abbia giocatori molto forti come Kyrie Irving e Kevin Love, non è forte come i Warriors.

La terza cosa è il probabile inizio di una “rivalità” in NBA, e di una “dinastia”, due termini usati con molta cautela dai giornalisti sportivi americani. “Rivalità” perché è il terzo anno consecutivo che la finale dei playoff è giocata da Golden State e Cleveland, e l’impressione è che nei prossimi anni sarà difficile per le altre squadre raggiungere il loro livello: le cose comunque potrebbero essere più complicate nella Western Conference, quella dei Warriors, che da tempo è considerata molto più competitiva e interessante della Eastern Conference, quella dei Cavaliers. “Dinastia” perché nella storia della NBA raramente si è vista una squadra così forte come Golden State di quest’anno, che ha potuto contare su due tra i migliori attaccanti della lega – Kevin Durant e Stephen Curry, sui quali si stanno già facendo confronti con le grandi coppie di giocatori del passato – e due tra i migliori difensori della lega – Klay Thompson e Draymond Green – oltre che un gruppo solido e ormai consolidato.

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