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La vittoria di Emmanuel Macron in Francia

A 39 anni diventerà il più giovane presidente della storia della Repubblica, ma se vuole mantenere le promesse ora deve cercare di vincere anche le elezioni legislative

(Jeff J Mitchell/Getty Images)

Emmanuel Macron sarà il nuovo presidente della Repubblica francese: al secondo turno delle elezioni presidenziali, domenica 7 maggio, ha vinto con il 66 per cento dei voti, mentre Marine Le Pen si è fermata al 34 per cento. Poco dopo le 21 di domenica, quando era già chiara la sua vittoria, Macron ha tenuto il suo primo discorso da presidente-eletto, il 25esimo: ha parlato in modo molto solenne e senza trionfalismi, ringraziando il suo predecessore Hollande, salutando la sua avversaria e dicendo di voler lavorare per la Francia e per l’Europa per «proteggere i più fragili» e «tutelare la sicurezza e l’unità della nazione». Più tardi Macron ha raggiunto i suoi sostenitori riuniti al Louvre sulle note dell’Inno alla Gioia, l’inno dell’Unione Europea, e ha tenuto un discorso più animato: «Amici, vi servirò con umiltà, con forza, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Vi servirò con amore. Viva la Repubblica. Viva la Francia». Le bandiere che si vedevano sventolare erano quelle blu dell’Unione Europea e quelle della Francia.

Macron ha 39 anni e diventerà il più giovane presidente della storia delle Repubblica francese: fino a due anni fa quasi nessuno sapeva chi fosse; poi, dopo un breve periodo come ministro dell’Economia nell’ultimo governo socialista, lo scorso inverno aveva annunciato di volersi candidare a presidente con un nuovo movimento politico di centro, chiamato En Marche!. Nessuno gli dava inizialmente grandi possibilità di vittoria – il favorito sembrava il candidato di centrodestra François Fillon – ma complici i problemi dello stesso Fillon e del Partito Socialista, la candidatura di Macron ha acquistato via via maggior forza, raccogliendo sostegno sia dagli elettori di centrosinistra che da quelli di centrodestra delusi da Fillon.

I dati definitivi
I dati ufficiali comunicati dal ministero degli Interni francese dicono che Emmanuel Macron ha ricevuto 20.753.798 voti (il 66,1 per cento dei voti espressi) mentre Marine Le Pen del Front National si è fermata a 10.644.118 voti (il 33,9 per cento dei voti espressi). L’affluenza è stata tuttavia bassa per gli standard francesi: hanno votato 35.407.616 persone, pari al 74,62 per cento degli iscritti al voto; sono meno di quanti avessero votato al primo turno del 23 aprile e non succedeva dal 1969. Considerando i circa 4 milioni di schede bianche e nulle, questo vuol dire che il nuovo presidente Emmanuel Macron è stato formalmente scelto da meno della metà degli elettori francesi: ha ricevuto il voto del 43,63 per cento degli iscritti, quattro elettori su dieci hanno votato per lui.

astensione

Il nuovo presidente della Repubblica sarà proclamato giovedì 11 maggio. La cerimonia di insediamento si svolgerà al più tardi domenica 14 maggio, data della fine del mandato di François Hollande, il presidente in carica che aveva deciso di non ricandidarsi visto il suo bassissimo livello di approvazione (il più basso per un presidente nella storia repubblicana francese).

L’analisi del voto
Macron ha vinto in tutti i dipartimenti ad eccezione di due (Pas-de-Calais e l’Aisne) nei quali Marine Le Pen ha ottenuto circa il 52 per cento dei voti. Macron è riuscito ad ottenere il voto delle zone tradizionalmente di sinistra: tutti i dipartimenti della regione della Bretagna – che al primo turno avevano votato per i partiti e i movimenti di sinistra e estrema sinistra – al secondo turno hanno scelto Macron. Il leader di En Marche! ha rafforzato la propria posizione anche nella parte dei Pirenei storicamente di centro grazie all’alleanza pre-elttorale con François Bayrou. Come al primo turno Macron ha confermato di essere forte soprattutto nelle aree maggiormente urbanizzate: in sei delle dieci città che contano il maggior numero di iscritti sulle liste elettorali Macron ha superato l’80 per cento. Il miglior risultato Macron l’ha ottenuto a Parigi, raggiungendo quasi il 90 per cento dei sostegno. Nei 174 comuni che hanno più di 25 mila iscritti Macron è arrivato in seconda posizione solamente in sei. I risultati del secondo turno confermano invece la forza del Front National nella parte nord-orientale della Francia, nella Senna Marittima, dipartimento della Normandia al confine nord-ovest, e nei dipartimenti che si affacciano sul Mediterraneo: ad Ajaccio, in Corsica, Macron ha vinto con il 50,1 per cento ma con un vantaggio pari solo a 38 voti. Le Pen ha ottenuto dei buoni risultati anche in diverse comunità rurali della valle della Garonne nella Francia sud-occidentale.

Dalle prime analisi del voto risulta poi che Le Pen sia andata meglio tra le persone che hanno tra i 25 e 49 anni, mentre le percentuali di Macron sono decisamente migliori tra i più giovani e più anziani. Macron è stato poi scelto da chi ha un livello di istruzione maggiore e da chi ha redditi più alti. Macron, infine, è stato votato da chi lavora come dirigente o è pensionato, mentre Marine Le Pen è andata bene tra i lavoratori dipendenti e gli operai.

Sulle prime pagine dei giornali francesi di oggi si parla dell’elezione di Macron, ma con prudenza. In generale si fa notare come il nuovo presidente debba affrontare ancora molte sfide e si definisce la sua vittoria una «fragile vittoria». Macron ha avuto al secondo turno una rimonta molto ampia guadagnando circa 41 punti percentuali rispetto al primo turno e superando di circa cinque punti le percentuali che gli assegnavano tutti i sondaggi. «Ma ci sono molte ragioni per relativizzare questo successo», dice ad esempio Le Monde: innanzitutto l’alto numero dell’astensione o di chi ha votato scheda bianca o nulla e che l’ha fatto per varie ragioni che dovranno dunque essere analizzate e tenute in considerazione. Circa 12 milioni di persone si sono astenute, più di 4 milioni hanno votato scheda bianca o nulla: questo significa che 16,1 milioni di elettori e di elettrici non hanno votato per nessuno dei due candidati. E corrispondono al 34 per cento del totale, una cifra non indifferente. E poi va tenuto conto del fatto che la maggior parte delle persone che ha votato non l’ha fatto per Macron, e cioè per sostenere le sue proposte politiche, ma per non far vincere l’estrema destra di Le Pen. «E questo lascia dei segni in una democrazia», commenta sempre Le Monde.

Marine Le Pen e il Front National
Marine Le Pen è stata sconfitta, e per molti è la notizia più importante di ieri. Il suo partito di estrema destra ha comunque ottenuto un numero record di voti, 10.637.120, dopo che al primo turno del 23 aprile aveva già superato il record precedente delle regionali del 2015, superando di poco i 7,6 milioni di voti. Nel 2002 Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del Fronte National, era arrivato al ballottaggio delle presidenziali contro Jacques Chirac ma si era fermato al 17,8 per cento con poco più di 5,5 milioni di voti. Marine Le Pen ha praticamente raddoppiato quel risultato.

Nel suo discorso poco dopo la chiusura dei seggi, quando dagli exit poll era già chiara la sua sconfitta, Le Pen ha detto che «I francesi hanno scelto un nuovo presidente della Repubblica e hanno votato per la continuità», e ha fatto indirettamente riferimento alle prossime elezioni legislative dell’11 e 18 giugno. Le Pen ha anche annunciato che alla luce della sconfitta elettorale il suo partito sarà rinnovato: «Il Front National deve profondamente rinnovarsi per essere all’altezza di questa opportunità storica offerta nel secondo turno. Propongo quindi di trasformare il Movimento e di renderlo una nuova forza politica. Nei mesi a venire avremo bisogno di tutti voi». Della stessa esigenza di rinnovamento e di una certa delusione per la sconfitta ha parlato anche Marion Maréchal-Le Pen, nipote di Marine Le Pen e parlamentare del Front National.

Nicolas Dupont-Aignan – candidato di un partito sovranista e conservatore, che al primo turno aveva preso circa il 5 per cento e che poi aveva sostenuto Marine Le Pen – ha detto non farà parte del movimento che nascerà dal Front National. Se Le Pen avesse vinto, Dupont-Aignan sarebbe diventato suo primo ministro.

E gli altri?
Jean-Luc Mélenchon, il candidato di estrema sinistra che al primo turno era sorprendentemente arrivato al 19 per cento dei voti, è stato uno dei pochi leader politici a parlare del risultato del voto già ieri sera e ha commentato la sconfitta di Le Pen dicendo che «con l’astensione, i voti bianchi e i voti nulli, il nostro paese ha massicciamente respinto l’estrema destra, perché è straniera (…) Le Pen è arrivata terza al secondo turno». Mélenchon ha poi chiesto ai suoi elettori ed elettrici del primo turno invitandoli a mobilitarsi per le legislative: «Il programma del nuovo monarca presidenziale è noto. L’irresponsabilità ecologica. (…) Le elezioni legislative saranno il momento di una scelta positiva, la scelta del futuro in comune. Chiedo alle 7 milioni di persone che si sono riunite intorno al programma per il quale sono stato candidato di mobilitarsi e di restare unite, che abbiano votato o non votato per Macron. Mettetevi insieme se vi riconoscete nell’umanesimo ecologico e sociale del nostro tempo, di cui sto cercando di essere il portavoce. Non lasciate andare nulla, non rinunciate a nulla. Al nostro appello, il 18 giugno, la nostra resistenza per vincere la battaglia. E ho intenzione di mettere in campo con voi tutte le mie energie». Alcuni commentatori politici scrivono che con il suo commento Mélenchon si è posto come primo oppositore di Emmanuel Macron, non volendo lasciare questo ruolo a Marine Le Pen.

Le elezioni legislative
In Francia il presidente della Repubblica ha molti poteri, ma per sfruttarli appieno ha bisogno di una maggioranza in Parlamento. Il presidente della Repubblica, infatti, nomina il primo ministro e, su suo suggerimento, i ministri: per questo il risultato delle elezioni del prossimo mese (si terranno su doppio turno l’11 e il 18 giugno) saranno particolarmente delicate e importanti per Emmanuel Macron.

In passato è accaduto spesso che presidente della Repubblica e capo del governo appartenessero a partiti diversi (la cosiddetta “cohabitation”). L’ultima volta è successo tra il 1997 e il 2002, quando il presidente era Jaques Chirac, leader del centrodestra, e il primo ministro era Lionel Jospin, capo del Partito Socialista. In questa situazione i poteri del presidente della Repubblica sono molto limitati, al punto, sostengono alcuni esperti, da rendere la Francia una repubblica parlamentare di fatto. Macron avrà bisogno di ottenere un buon risultato, ma dai sondaggi non sembra che le elezioni legislative riusciranno a dare una chiara maggioranza a uno dei partiti. Il movimento di Macron, En Marche!, sembra troppo piccolo e troppo giovane per riuscire a competere alle legislative, mentre i due principali partiti tradizionali, i Socialisti e i Repubblicani, sono molto in crisi.

E il primo ministro?
Non è ancora chiaro chi sarà nominato primo ministro dal nuovo presidente Macron, e probabilmente non lo sarà fino a dopo le elezioni legislative. Una delle persone di cui si parla di più è il centrista François Bayrou, più volte candidato alle presidenziali in passato e alleato di Macron. Bayrou aveva posto condizioni al suo accordo con Macron e per dargli il suo sostegno: aveva chiesto che il programma di Macron prevedesse una legge sulla «moralizzazione della vita pubblica, per la lotta contro i conflitti di interesse», aveva preteso «un vero cambiamento nelle pratiche politiche, non un riciclo delle vecchie pratiche». Infine aveva chiesto il riconoscimento del valore e di una giusta remunerazione del lavoro e l’introduzione del sistema proporzionale alle elezioni legislative.

Sulla nomina del suo primo ministro Macron è stato piuttosto vago: il 2 maggio, in un’intervista a BFMTV, aveva detto di aver quasi scelto e di avere in mente due nomi in particolare, quelli di un uomo e di una donna. Ha anche detto che non sceglierà tra i suoi collaboratori. Macron ha anche spiegato che nonostante il sostegno che l’ex primo ministro socialista Manuel Valls gli ha dato sia al primo che al secondo turno (dopo aver perso le primarie del centro-sinistra) non farà parte del nuovo governo. Tuttavia, il nuovo presidente eletto aveva aggiunto che Valls potrebbe partecipare alla maggioranza se lasciasse il Partito Socialista.