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  • giovedì 6 Aprile 2017

Aung San Suu Kyi ha detto che in Birmania non c’è stata una pulizia etnica

E in un'intervista con BBC si è difesa dalle accuse di non aver fatto abbastanza per proteggere la minoranza rohingya dalle violenze dell'esercito

Aung San Suu Kyi, nota attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace e attuale ministra degli Esteri della Birmania, ha detto in un’intervista a BBC che non è vero che ci sia stata una pulizia etnica nei confronti della minoranza etnica rohingya nello stato di Rakhine, nella parte occidentale del paese. Aung San Suu Kyi, che per anni è stata il simbolo dell’opposizione alla dittatura militare in Birmania e che ha guidato la transizione del paese – ancora incompleta – verso la democrazia, era stata molto criticata per non aver fatto abbastanza per proteggere la minoranza musulmana dei rohingya, da tempo vessata nel paese (a maggioranza buddhista) e che negli ultimi mesi è stata violentemente presa di mira dall’esercito con particolare violenza, e costretta in gran parte ad abbandonare la Birmania e cercare rifugio nel vicino Bangladesh.

Nell’intervista, condotta dal giornalista britannico Fergal Keane, Suu Kyi ha rivendicato il lavoro del governo di cui fa parte, riconoscendo ancora i molti limiti del Myanmar ma negando che ci sia stata una pulizia etnica – «è un’espressione troppo forte», ha detto – e spiegando che le difficoltà nello stato di Rakhine hanno a che fare con divisioni non meglio specificate nella popolazione.

Chi sono i rohingya

I rohingya sono una popolazione poverissima proveniente dal Bangladesh, ma che vive in Birmania da molte generazioni. Sono considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo: sono musulmani che vivono in un paese a maggioranza buddista, e sono poco meno di un milione in un paese da 50 milioni di abitanti. La maggior parte di loro vive nello stato di Rakhine, che in passato era chiamato Arakan. Nel 1982, la giunta militare allora al potere li privò della cittadinanza birmana, accusandoli di essere immigrati dal Bangladesh dopo il 1823, anno in cui la Birmania perse l’indipendenza e divenne una colonia britannica. I rohingya sostengono invece di essere discendenti dei mercanti musulmani arrivati in Birmania via mare durante il medioevo. Senza la cittadinanza birmana, i rohingya sono considerati cittadini di serie B: hanno grosse limitazioni nell’accesso all’istruzione – motivo per cui molti di loro hanno soltanto un’istruzione religiosa, a volte di tipo fondamentalista – alla sanità e al possesso di terreni. Non hanno nemmeno il diritto di voto, perciò non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015 in cui ha vinto la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il partito di Aung San Suu Kyi.

La situazione dei rohingya è peggiorata ulteriormente dal 2012, in seguito agli scontri violenti avvenuti nello stato di Rakhine con la maggioranza buddista. Secondo l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), negli ultimi cinque anni 160mila rohingya hanno lasciato la Birmania per raggiungere altri paesi, principalmente il Bangladesh, la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia.

Cosa sappiamo di quello che è successo

Lo scorso 9 ottobre in tre attacchi armati contro stazioni di polizia sul confine tra il Bangladesh e la Birmania, nei distretti di Maungdaw e Rathedaung, sono stati uccisi nove poliziotti birmani. Ci sono stati altri attacchi contro i militari birmani il 12 e il 13 novembre.

Secondo il governo gli attacchi sono stati compiuti da un’organizzazione chiamata Aqa Mul Mujahidin e legata al gruppo estremista Rohingya Solidarity Organization (RSO); secondo la maggior parte degli esperti internazionali, tra cui l’International Crisis Group, un’organizzazione non governativa che si occupa di conflitti, la RSO non esiste più e gli attacchi sono stati organizzati invece dal gruppo armato jihadista Harakah al Yaqin (che significa “Movimento della Fede dell’Arakan”). Il leader del gruppo è un uomo noto come Ata Ullah, nato in Pakistan da padre rohingya e cresciuto alla Mecca, in Arabia Saudita. Si pensa che i membri di al Yaqin siano un numero compreso tra 40 e 250, che abbiano addestrato un certo numero di rohingya negli ultimi due anni e che molte centinaia di rifugiati rohingya in Bangladesh siano tornati nel Rakhine per entrare nel gruppo negli ultimi mesi. A dirigere al Yaqin potrebbe essere un gruppo ristretto di rohingya che vivono alla Mecca.

Il fatto che alcuni rohingya si siano avvicinati all’estremismo islamico e abbiano messo in piedi un gruppo molto bene organizzato, con un addestramento serio e finanziamenti consistenti, è un pessimo segno. In passato la maggior parte dei rohingya riteneva che usare la violenza sarebbe stato controproducente: il peggioramento della loro situazione dal 2012 in poi ha cambiato le cose, e una serie di politiche sbagliate nei confronti della minoranza ha portato alle attuali violenze.

Dagli attacchi del 9 ottobre l’esercito birmano ha iniziato un’operazione di repressione contro i rohingya nel Rakhine terminata solo a metà febbraio, e sembra che centinaia di persone, tra cui molti bambini, siano state uccise dai militari. A giornalisti e organizzazioni umanitarie è stato proibito l’accesso nello stato, quindi è difficile avere un’idea precisa di quello che sta succedendo. Si parla di donne stuprate, case bruciate e moltissimi civili arbitrariamente arrestati. Il Bangladesh ha detto che circa 70mila rohingya hanno attraversato il confine con la Birmania negli ultimi due mesi per mettersi al sicuro: sono stati loro a raccontare degli abusi commessi dai soldati birmani. Secondo Human Rights Watch, che ha usato immagini satellitari per farsi un’idea di ciò che sta succedendo nel Rakhine, tra ottobre e novembre almeno 1.500 edifici sono stati distrutti nel distretto di Maungdaw, probabilmente incendiati durante operazioni militari, come hanno detto anche alcuni testimoni.