Storie di grandi rapine

Otto storie da film ma successe veramente, fra treni ed elicotteri rubati, tunnel, parrucche e nessun morto

Il furgone portavalori della Banca Popolare e l'autocarro OM Leoncino usato dai rapinatori della banda di via Osoppo, a Milano, il 27 febbraio 1958. (@ArchiviFarabola )

Una delle espressioni più abusate dal giornalismo italiano e straniero è “rapina del secolo”, che nella storia è stata usata per descrivere moltissimi furti spettacolari e di grandi somme di denaro avvenuti a meno di cento anni l’uno dall’altro. C’entra probabilmente la fascinazione della maggior parte di noi per i crimini, che può diventare anche ammirazione nel caso di furti e rapine efficaci non perché violenti ma perché eseguiti con maestria ed astuzia. Un po’ perché sono storie-da-film ma accadute davvero, un po’ per curiosità, abbiamo raccolto otto storie di grandi rapine, compiute in tutto il mondo – anche in Italia, e anche da italiani in altri posti del mondo – dal 1958 a oggi. Ci sono tunnel sotterranei, travestimenti con parrucche, squadre di gangster armati, sistemi di sicurezza elusi con sorprendenti abilità e treni ed elicotteri rubati. E nonostante l’occasionale brutalità, sono state fatte senza uccidere nessuno: a parte i membri stessi della banda, in certe occasioni, per regolamenti di conti e sospetti reciproci. Queste storie-da-film a volte sono effettivamente diventate film: in un caso un film di Martin Scorsese, addirittura.

Albert Spaggiari e la “banda delle fogne”
Intorno alle dieci di sera del 16 luglio 1976 una decina di uomini sfondarono una delle pareti del caveau della sede della banca Société Générale di Nizza, in Francia. I ladri avevano passato i precedenti due mesi a scavare un tunnel lungo otto metri che collegava le fognature della città con il deposito della banca. A guidare la rapina c’era Albert Spaggiari, un criminale francese il cui nome sarebbe diventato uno dei protagonisti della letteratura criminale del Novecento. Spaggiari aveva scoperto che le fognature, facilmente accessibili, passavano vicino al caveau, e aveva deciso di provare a entrarci.

Per testare l’efficacia dei sistemi di sicurezza affittò una cassetta di deposito del caveau e ci mise dentro una sveglia, accertandosi che il suo suono non facesse scattare nessun allarme. Si scoprì dopo che c’erano stati dei ritardi – forse casuali, forse dovuti a una complicità con Spaggiari – nell’installazione di un nuovo dispositivo che avrebbe dovuto essere collegato con la stazione della polizia. Poi Spaggiari assoldò una decina di complici e per settimane scavò il tunnel. Il weekend dopo la festa per la presa della Bastiglia del 1976, quando la banca era chiusa, Spaggiari e i suoi complici sfondarono una delle pareti del caveau. Ci rimasero tranquilli per tre giorni, aprendo una per una 305 cassette di sicurezza sulle oltre 4.000 della banca, e raccogliendo contanti, gioielleria e altri beni preziosi per un totale di 50 milioni di franchi (cioè più o meno 30 milioni di euro di oggi). Durante la loro permanenza nel caveau, i ladri si cucinarono i pasti, bevvero vino e usarono alcune zuppiere d’argento come water. Alcuni complici passarono il weekend davanti alla banca, per strada, per segnalare con dei walkie talkie gli spostamenti della sicurezza e degli addetti alle pulizie. La mattina del lunedì successivo, prima dell’alba, delle forti piogge provocarono l’allagamento delle fogne. Prima di saldare il buco che avevano aperto nel caveau e scappare, i ladri lasciarono un messaggio: «Senza armi, senza violenza, senza odio».

spaggiari-1La foto segnaletica di Albert Spaggiari.

La rapina fece subito molto scalpore, e le indagini furono inizialmente complicate. Dopo alcuni mesi, attraverso una sua ex fidanzata, la polizia francese riuscì a risalire all’identità di uno dei ladri. Fu fermato, e dopo un lungo interrogatorio fece i nomi di tutti gli altri, compreso Spaggiari, che fu arrestato nell’ottobre del 1976. Spaggiari era un fotografo con un passato un po’ oscuro e rocambolesco, e ci furono accuse riguardo ai suoi presunti legami con l’allora sindaco di Nizza Jacques Médecin. Venne fuori anche un suo collegamento con l’Organisation de l’armée secrète, un’organizzazione paramilitare di estrema destra da cui provenivano diversi membri della sua banda. Spaggiari rallentò i suoi interrogatori fornendo documenti falsi e cifrati, e mentre era in una stanza con un giudice riuscì a saltare fuori da una finestra al primo piano, atterrando su un’auto e scappando su una motocicletta che lo aspettava. Fu condannato all’ergastolo in contumacia ma passò il resto della vita in fuga, in parte in Argentina, dove forse si fece cambiare chirurgicamente i connotati, e dove scrisse anche un libro sulla rapina. Morì nel 1989 di cancro alla gola: il suo corpo fu trasportato da qualcuno davanti alla casa di sua madre in Francia, ma secondo alcune testimonianze nel momento della morte si trovava nella sua casa di Belluno, in Veneto, insieme a sua moglie. La refurtiva del colpo alla Société Générale di Nizza non fu mai recuperata.

La grande rapina al treno del 1963
Uno dei crimini più famosi del Novecento avvenne nella notte tra il 7 e l’8 agosto del 1963, quando una banda di 17 ladri fermò un treno postale che era partito la sera precedente da Glasgow, in Scozia, e che sarebbe dovuto arrivare a Londra la mattina seguente. A guidare la banda era il criminale Bruce Reynolds, che aveva raccolto informazioni sulla quantità di denaro trasportata dal treno attraverso un informatore segreto nella Royal Mail britannica. Il treno fu fermato dai ladri qualche decina di chilometri a nord di Londra, manomettendo un semaforo in modo che mostrasse la luce rossa: quando l’assistente macchinista scese per telefonare e chiedere chiarimenti da un telefono lungo la ferrovia, trovò i fili tagliati. Fu immobilizzato e i ladri salirono sulla locomotiva, colpendo alla testa il macchinista e tramortendolo. La banda aveva ingaggiato un macchinista in pensione, che però quella notte si rese conto di non saper guidare quella particolare locomotiva. Il macchinista che era stato stordito fu quindi obbligato a guidare fino a un punto della linea ferroviaria in cui li aspettava un camion dei ladri.

Qui gli altri complici fecero irruzione nei vagoni che trasportavano i soldi, e sedarono la tiepida resistenza dei dipendenti postali a bordo: sul treno non c’erano guardie di sicurezza. Facendo una catena umana, trasferirono dal treno sul camion 128 sacchi pieni di soldi. Si stima che furono rubate l’equivalente di circa 50 milioni di sterline di oggi (circa 57 milioni di euro), per un totale di oltre 2,5 milioni di sterline di oggi a ciascun ladro. Dopo essersi rifugiati per la notte in una fattoria, i ladri scapparono ognuno per la sua strada. Le indagini cominciarono dal giorno successivo, e tra le pochissime tracce lasciate dai ladri ci furono le impronte digitali impresse su un gioco in scatola di Monopoli, al quale i ladri giocarono il giorno dopo la rapina, utilizzando soldi veri. Dopo molte difficoltà, una delle diverse squadre di polizia incaricate di trovare i ladri riuscì a ottenere la testimonianza di un informatore, che parlò per farsi ridurre la pena. Uno per volta, 11 dei ladri coinvolti direttamente nella rapina furono arrestati e condannati, la maggior parte a una pena di 30 anni, che qualcuno considerò eccessiva visto che la rapina era stata fatta senza armi. Tra di loro non c’era Reynolds.

Uno dei ladri condannati, Charles Frederick Wilson, riuscì a scappare di prigione con l’aiuto di alcuni complici, e dopo essersi fatto operare chirurgicamente al volto a Parigi raggiunse a Città del Messico Reynolds e Buster Edwards, un altro dei complici sfuggiti alla cattura. Circa un anno dopo, anche Ronald Arthur Biggs, altro membro della banda, riuscì a evadere di prigione. Attualmente tutti i membri della banda sono morti, a parte uno di nome Bob Welch. Ai funerali di molti di loro, compresi quelli di Reynolds, che è morto nel 2013 a 81 anni, si presentarono spesso membri della banda, che avevano scontato interamente la propria pena o che erano riusciti a nascondersi all’estero cambiando identità.

Il più grande furto d’arte di sempre, a Boston
La notte tra il 17 e il 18 marzo del 1990 due uomini vestiti da poliziotti suonarono alla porta dell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, un’importante pinacoteca privata, dicendo che stavano intervenendo per una segnalazione. Rispose una delle uniche due guardie presenti nell’edificio, che non sapeva cosa fare: le sue istruzioni erano di non aprire a nessuno, ma non era sicuro di poter lasciare fuori due poliziotti. Alla fine aprì, uno dei due uomini entrò, con una scusa lo fece allontanare dal bancone – dove c’era il bottone per un allarme – e lo ammanettò, dicendo che era in arresto. Nel frattempo arrivò la seconda guardia, che fu a sua volta ammanettata: era chiaro che qualcosa non tornava, e infatti i due uomini in uniforme dissero alle due guardie che volevano rapinare il museo. Dopo averli legati a dei tubi nello scantinato, i due ladri salirono al piano di sopra, dove c’era la sala dei pittori fiamminghi, e cominciarono a togliere dal muro i quadri che volevano prendere.

Rubarono uno degli unici 34 quadri di Johannes Vermeer al mondo, Il Concerto, insieme all’unico paesaggio marino di Rembrandt. In tutto presero 13 opere, compresi altri Rembrandt, diversi Degas, e un Manet. In tutto, le opere rubate valevano circa 500 milioni di dollari: fu il più grande furto di opere d’arte di sempre. Impiegarono poco meno di un’ora e mezza per fare tutto, e prima di andarsene dissero alle guardie che si sarebbero fatti sentire entro un anno. Non successe. Durante le indagini emerse che i ladri non avevano rubato le opere più preziose del museo, come due Raffaello, un Botticelli e un Tiziano, davanti ai quali dovevano essere passati per forza. Per prendere alcuni dei quadri che rubarono, invece, i ladri li rimossero dalle cornici originali, rovinandole. Per questi motivi, qualcuno ipotizzò che potesse trattarsi di criminali inesperti nel campo delle opere d’arte. In ogni caso, non furono mai presi: qualcuno sostenne che fosse coinvolto Bobby Donati, un gangster italo-americano che fu ucciso l’anno dopo in un regolamento di conti. Fu interrogato anche Robert Gentile, un criminale del Connecticut accusato di sapere dove fossero i quadri: lui negò sempre. I quadri non furono mai ritrovati, e si pensa siano stati venduti sul mercato nero a distanza di qualche anno dalla rapina.

La rapina più spettacolare della storia svedese, in elicottero
Il 23 settembre del 2009, intorno alle 5.15, un gruppo di ladri atterrò sul tetto di un deposito della società di sicurezza G4S a Västberga, a sud ovest di Stoccolma, a bordo di un elicottero Bell 206 rubato in precedenza a Norrtälje, a circa 70 chilometri di distanza. Alcune persone scesero dall’elicottero e sfondarono a martellate il tetto in vetro dell’edificio. Si fecero strada con alcune cariche di esplosivo e rubarono una somma di denaro di cui non si conosce l’entità. Dopo venti minuti tutti gli uomini – che si pensa avessero con sé armi automatiche – risalirono a bordo dell’elicottero, che volò via.

Stockholm Helicopter RobberyUna squadra speciale della polizia sul tetto dell’edificio della rapina. (AP Photo/Pontus Lundahl, SCANPIX)

La polizia era stata avvertita subito, ma intorno all’edificio i ladri avevano sparso dei chiodi, per rendere difficile l’accesso alle volanti, e nell’hangar degli elicotteri della polizia di Stoccolma era stata lasciata una borsa di finti esplosivi, che rese necessario l’intervento degli artificieri. I ladri ebbero così il tempo di scappare: l’elicottero fu ritrovato una trentina di chilometri a nord di Stoccolma. Un uomo raccontò che stava seguendo le notizie sulla rapina in televisione, quando vide da casa sua l’elicottero atterrare. Non ci furono feriti: nell’edificio c’erano alcune decine di persone, ma erano impegnate in altri locali del palazzo e non furono coinvolte. L’anno successivo sette persone furono condannate a pene comprese tra uno e sette anni di carcere: una aveva confessato dopo che il suo DNA era stato ritrovato sull’elicottero, mentre le altre furono accusate di aver partecipato come complici. La refurtiva – si stima di diversi milioni di euro – non fu mai recuperata.

SWEDEN HELICOPTER ROBBERYAgenti di polizia intorno all’elicottero rubato dai ladri.


La banda di via Osoppo
Una delle rapine più famose della storia italiana avvenne la mattina del 27 febbraio 1958 in via Osoppo, nella zona ovest di Milano, a un paio di chilometri da San Siro. Un furgone della Banca Popolare di Milano imboccò la via per portare dei soldi in una filiale di via Solari: il 27 del mese era il giorno in cui venivano distribuiti gli stipendi. All’improvviso una Fiat 1400 tagliò la strada al furgone, schiantandosi contro un palazzo (il conducente si era buttato fuori dall’auto). Il furgone si fermò per un momento e poi riprovò a partire, ma fu speronato da un camion. Ne scese un uomo che ruppe il finestrino del blindato e tolse il mitra all’unica guardia armata a bordo. Mentre la guardia e i due dipendenti della banca a bordo del furgone erano tenuti sotto tiro, dei complici portarono via le cassette piene di soldi, per poi andarsene in fretta sul camion e su un’Alfa Giulietta che era arrivata nel frattempo.

Rapina di via OsoppoIl furgone portavalori della Banca Popolare e l’autocarro OM Leoncino usato dai rapinatori, circondati dai poliziotti e dai passanti poco dopo la rapina, il 27 febbraio 1958. (@ArchiviFarabola)

I ladri non avevano sparato neanche un colpo, e avevano rubato – secondo le principali ricostruzioni – circa 600 milioni di lire, di cui un centinaio in contanti: una cifra altissima per l’epoca. Furono rintracciati nei giorni seguenti, grazie al ritrovamento delle tute da operaio che avevano indossato durante il colpo. Erano sette e furono condannati a pene comprese tra i 9 e i 20 anni di prigione. Il giornalista Indro Montanelli scrisse sul Corriere della Sera:

Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori. Quello scontro, calcolato alla frazione di secondo, fra il portavalori e il camion, per distrarre l’attenzione dei passanti, e quell’assalto al furgone, rapido ed esatto da sembrare radiocomandato, aveva mandato in visibilio gli italiani. (…) I rapinatori di via Osoppo ci avevano dato l’illusione che l’Italia stesse uscendo da questo stadio arcaico. Nel campo del delitto, d’accordo. Ma cosa conta da dove si comincia? L’importante è cominciare, pensava la gente. Da cosa nasce cosa.

Leonardo Notarbartolo e lo spettacolare furto di diamanti ad Anversa
Una delle città più importanti del mondo per il commercio di diamanti è Anversa, in Belgio, dove ogni anno passano per essere lavorati l’equivalente di circa 16 miliardi di dollari in diamanti. Ci sono centinaia di laboratori e società che se ne occupano, raggruppate in un unico quartiere: una di queste società, che coordina le attività di tutte le altre, si chiama Antwerp World Diamond Centre, e subì una delle rapine più incredibili degli ultimi vent’anni. Si svolse tra il 15 e il 16 febbraio del 2003, e a coordinare i ladri fu Leonardo Notarbartolo, un criminale di Palermo. Notarbartolo sapeva recitare molto bene la parte dell’uomo di affari raffinato e competente, e si mise in testa di entrare nel caveau dell’Antwerp World Diamond Centre, che si pensava fosse impenetrabile con i suoi dieci livelli di sicurezza, che comprendevano sensori a infrarossi, magnetici e di movimento, e una porta con 100 milioni di combinazioni possibili.

Nel 2000 Notarbartolo affittò un piccolo ufficio nell’edificio dell’Antwerp World Diamond Centre, ottenendo così un pass per entrare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Si presentò come un commerciante di diamanti di Torino e cominciò a conoscere altre persone del settore e a fare piccoli affari. In una lunga intervista data all’edizione americana di Wired nel 2009, Notarbartolo raccontò però che l’idea per la rapina non fu sua, ma che la fece su commissione di un uomo che descrisse come un commerciante di diamanti di origini ebraiche, che lavorava proprio ad Anversa. Secondo qualcuno la storia dell’ingaggio fu un tentativo di depistare le indagini su un’altra organizzazione criminale dietro la rapina. In particolare un cugino di Notarbartolo, Benedetto Capizzi, era un importante boss mafioso arrestato nel 2008, che secondo alcune teorie fu complice nella rapina. Dopo aver esaminato per settimane da vicino il caveau, nel quale aveva preso una cassetta di sicurezza, Notarbartolo disse in ogni caso al commerciante che la rapina era impossibile. Qualche mese dopo l’uomo lo ricontattò e lo portò in un magazzino dove aveva fatto costruire un’esatta replica del caveau. Dentro c’erano tre altri criminali italiani, che gli spiegarono di essere in grado di disattivare la maggior parte dei sistemi di sicurezza.

FURTI DEL SECOLO: DA CARTIER AL DIAMOND CENTER DI ANVERSA, I ' COLPI' MEMORABILI/ ANSAUna foto d’archivio di Leonardo Notarbartolo. (ANSA)

La sera della rapina, il 15 febbraio 2003, la tennista Venus Williams stava giocando le semifinali di un torneo in città, e nel distretto dei diamanti c’era poca gente. I complici di Notarbartolo riuscirono a entrare nell’anticamera del caveau passando dal retro dell’edificio, utilizzando un telo di poliestere per schermare i sensori di calore, evitando che suonassero. Arrivati nel locale immediatamente fuori dal caveau, i ladri, ciascuno dei quali era specializzato in un particolare settore, disabilitarono i vari dispositivi con stratagemmi molto ingegnosi. Uno di loro era riuscito a creare un duplicato della chiave del caveau partendo da un video di sicurezza ottenuto da Notarbartolo: arrivati davanti al deposito, i ladri si accorsero però che la chiave era appesa al muro, e decisero che non c’era motivo di far sapere alla polizia e a chi aveva fabbricato il caveau che la chiave era duplicabile. Anche la combinazione del caveau era stata ottenuta dal video. Dopo aver spruzzato uno spray da capelli sul sensore di calore, in modo che consentisse loro qualche minuto di movimenti senza essere rilevati, uno dei ladri entrò nel caveau e manomise i fili elettrici del sistema di sicurezza, raggiungendoli da un pannello sul soffitto.

I ladri conoscevano a memoria il caveau, grazie alla replica, e lavorarono nel buio, accendendo delle torce solo a intermittenza, per alcuni secondi. Utilizzando un trapano speciale, entro le cinque e mezza di mattina avevano aperto 109 cassette di sicurezza. Dopo averne preso il contenuto scapparono molto velocemente fuori dall’edificio, dove Notarbartolo li stava aspettando in auto. Dal caveau furono rubati diamanti per 100 milioni di euro, ma Notarbartolo raccontò nella sua intervista a Wired che lui e i suoi complici ne trovarono solo l’equivalente di circa 20 milioni. Sostenne che il commerciante che li aveva ingaggiati aveva lavorato con altri complici, che possedevano delle cassette nell’Antwerp World Diamond Centre: avevano prelevato parte dei propri diamanti prima della rapina, per poi denunciarne il furto e incassare l’assicurazione.

Non fu mai chiarito se la teoria della frode assicurativa fosse avvenuta realmente o se se la fosse inventata Notarbartolo. Lui fu arrestato nel febbraio del 2003, per una coincidenza sorprendente: due giorni dopo la rapina un uomo belga in pensione chiamò la polizia dicendo che dei ragazzini avevano lasciato della spazzatura nella sua proprietà. La polizia inizialmente cercò di liquidare la segnalazione, ma quando l’uomo disse che tra i rifiuti c’erano alcune confezioni con il nome dell’Antwerp World Diamond Centre andarono subito a verificare. Da alcuni frammenti di una fattura per l’acquisto di un sistema di videosorveglianza e da un panino al salame ritrovati tra i rifiuti, la polizia risalì a Notarbartolo. I suoi complici si erano radunati ad Adro, in provincia di Brescia, ma lui non si era presentato. Era andato dalla sua famiglia, poco fuori Torino, ed era ripartito la mattina dopo per Anversa, per restituire l’auto presa a noleggio. La polizia italiana intanto si era presentata a casa sua, a Torino, senza trovarlo. Una volta ad Anversa, Notarbartolo incredibilmente tornò all’Antwerp World Diamond Centre per ritirare la sua posta. Una guardia lo riconobbe, e sapendo che la polizia stava indagando su di lui informò i suoi superiori. Fu arrestato, processato e condannato a dieci anni di carcere. Si rifiutò di fare i nomi dei suoi complici, due dei quali furono però arrestati e condannati a cinque anni negli anni seguenti. Altri due complici, tra cui quello che duplicò la chiave del caveau, non furono mai rintracciati. I diamanti rubati non furono mai trovati. L’anno scorso Notarbartolo, uscito nel frattempo dalla prigione belga dove è stato detenuto per qualche anno, è stato nuovamente arrestato per un furto in una gioielleria in provincia di Cuneo e un altro a Sanremo, insieme ad alcuni complici (tra i quali il figlio). I diritti per fare un film sulla rapina di Anversa sono stati comprati dalla Paramount, e sarà prodotto da J.J. Abrams.

Le Pantere Rosa
Una delle bande di criminali più bizzarre ed efficaci attualmente in attività è quella che l’Interpol ha soprannominato “Pantere Rosa”, per l’audacia dei suoi colpi e per le loro analogie con l’omonima serie di film. Si ritiene che le decine (forse centinaia) di membri delle Pantere Rosa arrivino dai paesi dell’ex Jugoslavia, e tra gli anni Novanta e i Duemila hanno rubato – o meglio: si ritiene abbiano rubato – gioielli per centinaia di milioni di dollari, da gioiellerie sparse in tutto il mondo. Negli anni alcuni membri dell’organizzazione criminale sono stati arrestati, e talvolta la refurtiva dei loro colpi è stata in parte recuperata. Tra i primi colpi dell’organizzazione ci fu quello del 1993 in una gioielleria del quartiere Mayfair di Londra, nel quale nascosero i diamanti rubati in un vasetto di crema per il viso, esattamente come nel Ritorno della Pantera Rosa, film del 1975 con Peter Sellers (da cui il soprannome della banda). Una volta a Biarritz ricoprirono di vernice fresca una panchina davanti al posto che volevano rapinare, per evitare che i passanti si sedessero lì. In un’altra occasione, per una rapina a Saint-Tropez nel 2005, scapparono su una barca. Nel 2008 entrarono a bordo di due Audi in un centro commerciale di Dubai, sfondando la vetrina di una gioielleria e andandosene con 3,4 milioni di dollari in diamanti.

Ma la rapina più sorprendente fatta dalla banda avvenne nel tardo pomeriggio del 4 dicembre del 2008 a Parigi, nella gioielleria Harry Winston in Avenue Montaigne. Quattro ladri suonarono al citofono della gioielleria chiedendo di entrare: tre di loro indossavano abiti da donna, parrucche e occhiali da sole. Una volta entrati, tirarono fuori da un trolley una granata e delle armi, e tenendo sotto tiro i dipendenti della gioielleria spaccarono le vetrine del negozio, rubando gioielli per 80 milioni di dollari, in quella che fu la più grande rapina in una gioielleria nella storia francese. Secondo i dipendenti del negozio, parlavano francese con un forte accento slavo. Dopo un quarto d’ora erano già usciti, e non furono mai catturati. Per le somiglianze con i colpi attribuiti alle Pantere Rosa, qualcuno ha suggerito che anche la rapina subita da Kim Kardashian lo scorso ottobre a Parigi sia opera loro, ma non ci sono conferme né prove per dimostrarlo.

Il colpo Lufthansa
L’11 dicembre 1978 una squadra di 12 criminali fece quella che diventò la più grande rapina mai compiuta su suolo americano, all’aeroporto JFK di New York. Quella notte, intorno alle tre di mattina, due uomini aggredirono un dipendente dell’aeroporto, gli presero il portafoglio e lo minacciarono di mandare dei complici a casa sua se non avesse collaborato. Gli uomini erano guidati da Jimmy Burke, un gangster di origini irlandesi che lavorava per la famiglia Lucchese, una delle più potenti famiglie mafiose di New York. L’obiettivo era un deposito di sicurezza dell’aeroporto, dove una volta al mese arrivavano, trasportati da aerei Lufhtansa, centinaia di migliaia di dollari in contanti, provenienti dagli scambi e transazioni finanziarie degli americani – turisti e soldati – nella Germania Ovest. La soffiata sul deposito, insieme a molte altre informazioni sui sistemi di sicurezza, era arrivata da un dipendente dell’aeroporto che si era indebitato con un bookmaker per il gioco d’azzardo.

I criminali entrarono nell’edificio dell’aeroporto dove si trovava il caveau e radunarono i dipendenti, minacciandoli di ucciderli se non avessero collaborato. Fecero chiamare con una scusa l’unica guardia di sicurezza che sapeva la combinazione del caveau: una volta arrivato, lo costrinsero ad aprire le due porte blindate del deposito, dimostrando di sapere che la prima doveva essere chiusa, per aprire la seconda senza far scattare l’allarme. Una volta entrati, setacciarono le buste in cerca di quelle con dentro i soldi, e ne trovarono una quarantina. Prima di andarsene, intorno alle 4.15, dissero ai dipendenti di non chiamare la polizia fino alle 4.30: sapevano che alla polizia bastavano 90 secondi per isolare l’aeroporto, bloccandoli all’interno. I ladri scapparono, e quando contarono i soldi rubati si accorsero che c’erano circa 6 milioni di dollari, tre volte quelli che si aspettavano di trovare. Questo preoccupò Burke, che temeva che la rapina potesse suscitare più clamore del previsto, cosa che effettivamente successe.

Uno dei ladri, che doveva bruciare quella stessa notte il furgone usato per la rapina, decise invece di fumare marijuana e andare a passare la notte dalla sua fidanzata, lasciando il veicolo parcheggiato in divieto di sosta. La mattina dopo fu trovato dalla polizia, che risalì così a lui e ad alcuni dei suoi complici. L’FBI mise in piedi un’estesa rete di intercettazioni per incastrare i ladri, e specialmente Burke, che diventò paranoico riguardo alla possibilità che qualche complice potesse fare il suo nome. Decise così di risolvere la cosa uccidendo o facendo uccidere dieci delle quindici persone che avevano partecipato alla rapina, tra il dicembre del 1978 e il giugno del 1979. Burke, così come gli altri suoi complici, fu poi arrestato per altri crimini, ma non ci furono condanne per il colpo Lufthansa, che tra le altre cose ha ispirato il film di Martin Scorsese del 1980 Quei bravi ragazzi. Il film racconta la storia di Henry Hill, un gangster della famiglia Lucchese che fu uno dei complici della rapina, e che dopo essere stato arrestato entrò nel programma protezione testimoni dell’FBI.

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