Norma McCorvey il 26 aprile 1989 e il suo avvocato Gloria Allred davanti la Corte Suprema degli Stati Uniti a Washington. (AP Photo/J. Scott Applewhite, File)
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  • domenica 19 febbraio 2017

È morta Norma McCorvey, che divenne famosa come Jane Roe

Cioè con lo pseudonimo che usò nello storico processo che decise la legalizzazione dell'aborto negli Stati Uniti, e dopo il quale divenne un'attivista antiabortista

Norma McCorvey il 26 aprile 1989 e il suo avvocato Gloria Allred davanti la Corte Suprema degli Stati Uniti a Washington. (AP Photo/J. Scott Applewhite, File)

Il 18 febbraio è morta a 69 anni Norma Leah McCorvey, una donna statunitense diventata molto nota negli anni Settanta come “Jane Roe”, lo pseudonimo che usò in uno dei più noti e rilevanti processi statunitensi degli ultimi decenni. Negli Stati Uniti i processi sono spesso conosciuti con i cognomi delle persone coinvolte e quel processo è noto come “Roe v. Wade“: il 22 gennaio del 1973 la Corte Suprema pronunciò la sua sentenza su quel caso e sancì di fatto il diritto all’aborto. Le decisioni della Corte Suprema creano un precedente che, dal momento in cui sono emesse, ogni nuova decisione su questioni simili deve tenere in considerazione. Prima del 1973 ogni stato aveva una propria legislazione sull’aborto, che in almeno trenta stati era considerato reato di common law (basato cioè sui precedenti giurisprudenziali più che sui codici). La sentenza Roe v. Wade condizionò la legislazione di 46 stati su 50 e il New York Times ha scritto che da allora «ci sono stati forse 50 milioni di aborti legali negli Stati Uniti».

La storia di Norma McCorvey, prima della sentenza

McCorvey era nata il 22 settembre 1947 in Louisiana ed era cresciuta a Houston, in Texas, figlia di due genitori di origine Cherokee e Cajun. I due si separarono quando McCorvey aveva otto anni, e lei iniziò a lavorare abbandonando la scuola. Prima dei 18 anni scappò di casa, si sposò, divorziò ed ebbe due figlie con due uomini diversi. Robert D. McFadden del New York Times ha scritto che in quegli anni McCorvey era «bisessuale ma principalmente lesbica e cercava nell’alcol e nelle droghe un rifugio dalla povertà e dai suoi lavori occasionali». Quando era incinta del terzo figlio – il cui padre era un uomo che lei definì molto violento – i suoi amici la convinsero ad andare in tribunale e chiedere di poter abortire, dicendo di essere stata stuprata. Secondo quanto fu ricostruito negli anni successivi, le venne chiesto di mentire sia sulle violenze subite, sia sul fatto di essere stata stuprata. La legislazione del Texas ammetteva all’epoca l’aborto in caso di stupro e incesto, ma non essendoci nessun rapporto della polizia locale sul caso la sua richiesta venne respinta.

McCorvey contattò quindi Linda Coffee e Sarah Weddington, due avvocati del Texas che, nonostante fossero consapevoli che McCorvey avesse mentito, decisero di presentare ricorso alla Corte Distrettuale del Texas, a sostegno di una causa generale: la libera scelta da parte della donna di voler abortire. La difesa venne assunta dal procuratore distrettuale Henry Wade. La Corte distrettuale diede ragione a Norma Leah McCorvey (Jane Roe, nel processo), basandosi sull’interpretazione del Diciannovesimo emendamento della Costituzione, in cui si dichiara che l’elenco dei diritti individuali può essere integrato da altri diritti non specificamente menzionati nella Costituzione.

Dopo la sentenza della Corte distrettuale, Wade fece ricorso in appello alla Corte Suprema, che iniziò a esaminare il caso nel 1970. La decisione del 1973 della Corte, presa a maggioranza di 7 giudici (sui 9 totali) si basò su una nuova interpretazione del Quattordicesimo emendamento, che riguarda il diritto alla privacy, inteso come diritto alla libera scelta per quanto riguarda le questioni della sfera intima di una persona, senza che lo Stato possa agire illimitatamente nei confronti della persona stessa.

L’aborto non fu però legalizzato in assoluto. La Corte enunciò due principi in materia che dovevano essere rispettati caso per caso: l’aborto era possibile per qualsiasi ragione la donna lo volesse, soltanto fino al momento in cui il feto non fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno. In senso pratico, più o meno, entro i sette mesi di gravidanza (dalle 24 alle 28 settimane). L’altro principio stabiliva invece che la donna potesse decidere di abortire anche successivamente, nel caso in cui ci fossero stati pericoli per la sua salute.

McCorvey dopo la sentenza

Nel 2013, nell’anniversario di quella sentenza, Vanity Fair definì McCorvey «l’attivista accidentale». Come hanno scritto ieri sul Guardian Molly Redden ed Edward Helmore:

Quando nel 1970 McCorvey iniziò la causa legale – usando lo pseudonimo Jane Roe – cercava solo un modo di terminare una gravidanza che non aveva voluto. Tre anni dopo, quando arrivò la sentenza della Corte Costituzionale, la figlia di McCorvey aveva due anni e mezzo ed era stata data in adozione. [McCorvey] disse poi di essere stata ingannata dai suoi avvocati che, disse, la usarono come «capro espiatorio» per parlare del diritto di aborto.

McCorvey divenne prima simbolo delle campagne per l’aborto (e fece lei stessa campagne in modo attivo) ma negli anni Ottanta si convertì e aderì alla chiesa evangelica: «Fu battezzata in una piscina, davanti ad alcune telecamere» e divenne una «forte oppositrice del diritto d’aborto», continuando anche quando, qualche anno dopo, si convertì al cattolicesimo. Nel 1988 disse ad Associated Press: «Sono pro-life al cento per cento. Non credo nell’aborto, nemmeno in casi estremi. Se una donna è incinta per uno stupro, è comunque un bambino. Non puoi comportarti come se fossi il Dio di te stesso».

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