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  • martedì 22 gennaio 2013

Quarant’anni da “Roe v. Wade”

Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema degli Stati Uniti decise la legalizzazione dell'aborto, una sentenza storica per la società e la politica americana e discussa tuttora

Il 22 gennaio 1973, quarant’anni fa, venne pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti la sentenza che rese legale il diritto all’aborto per la donna, come libera scelta personale. Una decisione storica, conosciuta come la sentenza Roe v. Wade: prima del 1973, ogni stato aveva una propria legislazione in materia e, in almeno trenta stati l’aborto era considerato reato di common law (basato cioè sui precedenti giurisprudenziali più che sui codici). La sentenza Roe v. Wade condizionò la legislazione di 46 stati su 50.

La storia di Jane Roe
Norma Leah McCorvey, cittadina del Texas che durante il processo veniva chiamata Jane Roe per tutelarne la privacy, ebbe un’adolescenza molto difficile: a 16 anni si sposò con un uomo violento, con cui ebbe due figlie. Quando era incinta del terzo figlio, i suoi amici la convinsero ad andare in tribunale e chiedere di poter abortire per essere stata stuprata. In base alla ricostruzione fatta negli anni successivi, le venne chiesto di mentire sia sulle violenze subite, sia sul fatto di essere stata stuprata. La legislazione del Texas ammetteva all’epoca l’aborto in caso di stupro e incesto, ma non essendoci nessun rapporto della polizia locale sul caso, la sua richiesta venne respinta.

Così, Norma Leah McCorvey contattò Linda Coffee e Sarah Weddington, due avvocati del Texas, che, nonostante fossero consapevoli delle bugie che aveva detto, decisero di presentare ricorso alla Corte Distrettuale del Texas, a sostegno di una causa generale: la libera scelta da parte della donna di voler abortire, mentre la difesa venne assunta dal procuratore distrettuale Henry Wade. La Corte Distrettuale diede ragione a Norma Leah McCorvey (Jane Roe), basandosi sull’interpretazione del XIX Emendamento della Costituzione, in cui si dichiara che l’elenco dei diritti individuali può essere integrato da altri diritti, non specificamente menzionati nella Costituzione.

La sentenza della Corte Suprema
Dopo la sentenza della Corte Distrettuale il procuratore federale Henry Wade fece ricorso in appello alla Corte Suprema, che iniziò a esaminare il caso nel 1970. Gli avvocati di Norma Leah McCorvey ipotizzarono davanti ai giudici della Corte Suprema, se una diversa interpretazione della Costituzione federale potesse riconoscere il diritto all’aborto, anche senza che ci fossero problemi di salute per la donna e tutti gli altri casi previsti nei vari stati, se non quello della libera scelta personale.

La decisione della Corte, presa a maggioranza di 7 giudici a 2 il 22 gennaio 1973, non si basò tanto sul XIX Emendamento, con cui il caso si era chiuso nella Corte Distrettuale, ma su una nuova interpretazione del XIV Emendamento della Costituzione, che riguarda il diritto alla privacy, inteso come diritto alla libera scelta per quanto riguarda le questioni della sfera intima di una persona, senza che lo Stato possa agire illimitatamente nei confronti della persona stessa.

Bisogna comunque specificare che l’aborto non è stato legalizzato in assoluto. La Corte, infatti, enunciò due principi in materia che dovevano essere rispettati caso per caso: l’aborto era possibile per qualsiasi ragione la donna lo volesse, soltanto fino al momento in cui il feto non fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno. In senso pratico, più o meno, entro i sette mesi di gravidanza (dalle 28 alle 24 settimane). L’altro principio stabiliva invece che la donna potesse decidere di abortire, anche dopo la sopravvivenza del feto al di fuori dell’utero, nel caso in cui ci fossero stati pericoli per la sua salute.

La legislazione dell’epoca
La legislazione dell’epoca, in alcuni stati, prevedeva comunque delle eccezioni che rendevano l’aborto legale, come si è visto per il caso del Texas in cui viveva Norma Leah McCorvey: in tredici stati era legale per il pericolo di vita della donna, per stupro, incesto o malformazioni fetali. In altri tre stati era legale solo in caso di stupro e di pericolo per la donna e soltanto in quattro stati l’unico requisito legale era la semplice richiesta di aborto da parte della donna.

La legislazione attuale
Negli Stati Uniti, dopo la sentenza, si è aperto un dibattito tuttora vivo, soprattutto riguardo a due aspetti: in quali casi l’aborto debba essere considerato illegale e chi debba decidere in questi casi. Oggi l’aborto è legalizzato, ma può essere limitato dai vari stati in diversi modi. Quasi tutti, infatti, hanno approvato delle leggi che vietano l’aborto tardivo e che richiedono il consenso dei genitori per i minori, con una prassi che prevede tutta una serie di informazioni e rischi che la donna incinta deve conoscere, prima di decidere di abortire.

Rimane sempre valido anche il principio stabilito dalla Corte Suprema nel 1973, sulla condizione e l’autonomia del feto fuori dell’utero materno, che varia dalle 28 alle 24 settimane di gravidanza. In base alla separazione tra diritto federale e diritto statale, la possibilità di abortire legalmente varia da stato a stato. Tra l’altro, secondo i dati disponibili, si stima che l’87 per cento delle contee non abbia strutture adatte alla pratica dell’aborto. Inoltre, a causa di un emendamento, conosciuto come Hyde Amendement, alcuni programmi sanitari statali possono non prevedere la copertura di fondi federali per l’aborto, negli stanziamenti dati ogni anno dal Dipartimento della Salute.

I sondaggi sull’aborto
Proprio in questi giorni è stato pubblicato il risultato di un sondaggio sull’approvazione o meno della sentenza Roe v. Wade di quarant’anni fa: sette americani su dieci sono ancora a favore di quella sentenza. Si tratta del dato più alto registrato dal 1989, che sembra in parte sostenere anche le politiche sull’aborto portate avanti dal Partito Democratico e dall’amministrazione Obama, con l’appoggio soprattuto degli afroamericani e dei latini.

Diversi sono stati invece i pareri sui casi in cui l’aborto debba essere considerato legale o illegale, in tutto o in parte: il 31 per cento degli intervistati ha detto che l’aborto dovrebbe essere sempre legale, il 9 per cento ha detto che dovrebbe essere sempre illegale, il 27 per cento ha detto che l’aborto dovrebbe essere legale nella maggior parte dei casi con alcune eccezioni, il 35 per cento ha detto che l’aborto dovrebbe essere sempre illegale, tranne in caso di stupro, incesto e nei casi in cui la donna rischia la vita.

Foto: AP Photo/Pablo Martinez Monsivais

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