(Topical Press Agency/Getty Images)
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  • sabato 11 Febbraio 2017

La vera patata bollente

I titoli di Libero vanno e vengono, il problema è tutto quello che c'è intorno, scrive Marco Imarisio sul Corriere della Sera

(Topical Press Agency/Getty Images)

Venerdì c’è stata una grande agitazione mediatico-politico su un volgare titolo sulla prima pagina di Libero, il quotidiano: né il primo né l’ultimo, e le homepage di altri giornali sono sembrate accorrere immediatamente sul tema con una loro più obliqua forma di complicità, più eccitate che indignate. È quindi giusto fare le distinzioni sui diversi gradi di responsabilità – tra giornali, giornalisti, politici e tutti noi – nello scadimento dei rapporti civili, ma anche stare attenti a che le distinzioni non diventino assoluzioni per chiunque non arrivi al livello di Libero, o ricerca di qualcun altro a cui dare colpe per sottrarsi al cambiare il proprio comportamento. Di questi temi ha scritto sabato sul Corriere della Sera Marco Imarisio.

Proprio per questo, addossare la colpa a Internet rappresenta spesso un alibi di comodo. Oggi Beppe Grillo può tuonare contro la patata bollente di Libero. È la stessa persona che ha contribuito in modo decisivo a questa decadenza del nostro discutere, che poi sarebbe anche un modo di stare insieme. Fu lui a chiedere agli utenti del suo blog cosa avrebbero fatto se si fossero trovati in macchina da soli con Laura Boldrini, a chiedersi in un tweet se Maria Elena Boschi non fosse per caso in tangenziale con Pina Picierno. Nel 2001, quando durante uno spettacolo diede della vecchia meretrice a Rita Levi Montalcini, ma il termine era più comune ed esplicito, Facebook non esisteva ancora. I social network hanno sicuramente contribuito a sdoganare nella politica e in alcuni media un linguaggio e una lettura del mondo deresponsabilizzata, come se fosse possibile dire tutto, sempre. A voler cercare momenti che hanno segnato il crollo di ogni separazione tra le bacheche virtuali più deleterie e ambiti in teoria più protetti ci si imbatte anche nel deputato pentastellato Massimo De Rosa, che il 30 gennaio 2014 in aula, rivolto alle colleghe del Pd disse che si trovavano in Parlamento solo per le loro capacità nel sesso orale. E anche qui la frase originale era molto più cruda.

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