(AREF KARIMI/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 13 gennaio 2017

Il Marocco vuole limitare l’uso del burqa

Il governo ne ha vietato la produzione e la vendita citando ragioni di sicurezza: secondo alcuni è una conquista, secondo altri una limitazione della libertà

(AREF KARIMI/AFP/Getty Images)

Da qualche giorno sui giornali internazionali circola una notizia che ha a che fare con il Marocco e un divieto legato al burqa, l’abito più coprente di tutta la tradizione islamica composto da strati di tessuto che nascondono il corpo della donna dalla testa ai piedi e con una specie di grata sempre di tessuto in corrispondenza degli occhi. I media locali hanno scritto che lunedì 10 gennaio i funzionari del ministero degli Interni hanno comunicato a fornitori e commercianti il divieto di produrre e vendere questa specie di abito, per problemi di sicurezza: il divieto sarebbe dovuto entrare in vigore entro 48 ore e dovrebbe dunque essere attualmente effettivo.

Il governo, finora, non ha confermato la notizia. Le360, un sito di notizie vicino al ministero dell’Interno marocchino, ha citato un funzionario governativo che ha confermato il divieto di vendita di burqa ma che non ha specificato se la norma sarebbe stata estesa anche al fatto di indossare il burqa. Hammad Kabbadj, un predicatore molto conservatore e membro del partito islamista moderato Giustizia e Sviluppo a cui non è stato permesso di partecipare alle elezioni legislative dello scorso autunno perché considerato un estremista, ha denunciato il divieto su Facebook. La deputata ed ex ministra marocchina dello Sviluppo Sociale Nouzha Skalli ha invece detto che il divieto di vendita del burqa è «un passo importante nella lotta contro l’estremismo religioso». Diversi commercianti in varie città del paese hanno comunque confermato il divieto dicendo che in alcuni casi la comunicazione è stata fatta a voce dai funzionari governativi e in altri casi con una notifica firmata e timbrata dalle autorità locali:

notifica divieto burqa marocco

Il Marocco è un paese a maggioranza musulmana, è un ex protettorato francese ed è governato da re Mohammed VI: è anche un paese che ha cercato di promuovere le espressioni più moderate dell’Islam e dove gli atti di estremismo rimangono rari. Sul piano dei diritti della donna è certamente più avanzato rispetto ad altri paesi musulmani, ma il codice penale e il codice della famiglia, quest’ultimo riformato nel 2004, continuano a mantenere ben saldi diversi principi che favoriscono gli uomini e penalizzano o limitano la libertà delle donne. Sono comunque relativamente poche le donne marocchine che indossano il burqa, che è molto più comune nelle società musulmane conservatrici come l’Afghanistan e il Pakistan (il burqa è spesso associato ai talebani, il movimento politico religioso che lo impose per legge a tutte le donne afghane). L’idea di rivolgere il divieto a chi vende e produce burqa è probabilmente legata, scrive il New York Times, al minor rischio di proteste pubbliche, come quella avvenuta in Francia la scorsa estate dopo il divieto di indossare sulle spiagge il burqini (o burkini), un tipo di costume da bagno pensato per le donne musulmane che vogliono tenere il proprio corpo coperto. Anche il fatto di non aver dato comunicazioni ufficiali ma solo indicazioni ai livelli governativi più bassi rientrerebbe in questa stessa logica.

Il divieto ha comunque portato a una vivace discussione in Marocco tra chi interpreta la mossa come una repressione della libertà religiosa e tra chi invece è favorevole perché pensa che favorisca la liberazione delle donne. Ali Anouzla, giornalista marocchino, ha scritto di essere contrario in linea di principio alla cultura del divieto, ma ha precisato che il ministero dell’Interno non ha vietato il velo o il niqab, ma ha vietato il burqa: «E il burqa non fa parte della cultura del Marocco». Stephanie Willman Bordat, una delle socie fondatrici di Mobilizing for Rights Associates, organizzazione internazionale non governativa con sede a Rabat che si occupa di diritti delle donne, ha detto che molti marocchini vedono il burqa come un’importazione neo-coloniale da parte degli stati del Golfo. «Ovviamente» ha fatto notare «l’interesse del governo è prima di tutto la sicurezza, piuttosto che i diritti delle donne». Farah Chérif D’Ouezzan, fondatore del Center for Cross-Cultural Learning (CCCL, centro privato molto riconosciuto in Marocco formato da professori universitari impegnati soprattutto nell’istruzione interculturale) ha detto che «non ci sono prove per associare il burqa a reali minacce alla sicurezza: credo che gli uomini o le donne dovrebbero avere il diritto di scegliere come vestirsi. Il numero di donne che indossano il burqa in questo paese è ancora insignificante».

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