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  • Mercoledì 4 gennaio 2017

I problemi della distribuzione dei migranti

Sono noti da tempo e sono tornati attuali col caso di Conetta: ma negli ultimi mesi il governo ha cercato di rimediare

Un ospite del centro di accoglienza della parrocchia di Tavarnuzze, Firenze, 7 settembre 2015 (ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI)
Un ospite del centro di accoglienza della parrocchia di Tavarnuzze, Firenze, 7 settembre 2015 (ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI)

Sui giornali di oggi trova molto spazio la descrizione un presunto piano “anti-rivolte” per la distribuzione dei migranti in Italia, in seguito agli scontri fra migranti e autorità avvenuti fra lunedì e martedì nello hub regionale di Conetta, in provincia di Venezia. Secondo i giornali locali, una parte dei problemi del centro si deve al fatto che il numero degli ospiti è da mesi troppo alto in relazione alla capacità della struttura e alla popolazione del comune, cosa che rende molto difficile una qualche integrazione. Al momento a Conetta ci sono circa 900 ospiti – a novembre però erano circa 1.200 – quando nel complesso nel comune di Cona abitano poco meno di 3.000 persone. Il “piano” citato dai giornali è una in realtà una lettera inviata in questi giorni dal capo del Dipartimento l’Immigrazione del ministero degli Interni, Mario Morcone, che sollecita un approccio diverso per occuparsi dell’accoglienza dei migranti.

Nella lettera Morcone riconosce innanzitutto che i problemi principali «derivano da[lle] dimensioni di centri che non consentono un percorso di integrazione e che marginalizzano d’altra parte una sorta di enclave etnica con numeri troppo alti di richiedenti asilo», più o meno come quello di Conetta. Ma Morcone chiede soprattutto «il rispetto pieno» di un accordo stipulato in dicembre dalla Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e dal governo italiano, che prevede una serie di incentivi per i comuni che intendono aderire al programma SPRAR: cioè il progetto nazionale della cosiddetta “seconda accoglienza” per i richiedenti asilo, che prevede lo smistamento in centri di piccole dimensioni e specializzati nell’inserimento degli ospiti in società. Per capirci qualcosa in più, però, facciamo un passo indietro.

Qualche dato
Secondo i dati contenuti nell’ultimo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia (PDF), a ottobre 2016 erano presenti nelle varie strutture del territorio italiano circa 171mila persone. Sono cifre molto più grandi del passato: a giugno del 2015 erano circa 80mila, e in molti temevano che il sistema non avrebbe retto oltre le 100mila presenze. Ma il dato ancora più rilevante è la quantità di persone sistemate in strutture cosiddette “temporanee”, cioè i cosiddetti CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria): nel giugno del 2015 erano circa 50mila, ma da allora la cifra è aumentata ancora. A ottobre, secondo il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia, sono diventate 133mila. Teniamo a mente questo dato.

L’enorme aumento di presenze nelle strutture temporanee si spiega con la procedura standard di smistamento dei migranti seguita dalle autorità italiane, che è rimasta sostanzialmente la stessa nonostante il flusso di arrivi dal Mar Mediterraneo sia elevatissimo almeno dal 2014 (anno che fu considerato eccezionale, ma che in realtà fu solamente l’inizio di una tendenza); e inoltre con una certa riluttanza di diverse amministrazioni locali ad aprire centri permanenti e di inserimento nella società.

Come funziona
Una volta che un gruppo di migranti arriva in Italia – e dopo che è stato fotosegnalato e ha ricevuto le prime cure nei cosiddetti centri “hotspot”, una novità del 2015 – le autorità italiane devono trovare un posto dove stare per quelli che decidono di richiedere una forma di protezione internazionale; cioè praticamente tutti, visto che altrimenti le procedure prevedono la detenzione in un CIE e teoricamente l’espulsione. Il ministero degli Interni decide dove sistemarli sulla base di un sistema di “quote” su base regionale che tiene conto della popolazione, del PIL e del numero di migranti già ospitati da ciascuna regione. Le regioni che ottengono più migranti, insomma, sono le più grandi e abitate: a ottobre la regione con più migranti nel proprio territorio era la Lombardia con 22.333 persone – di cui più di 20mila nei CAS – seguita dal Veneto con 14.754 persone e dal Lazio con 14.231.

Il ministero, in base a questi criteri, decide in quale regione e provincia sistemare i nuovi arrivati, e avvisa le prefetture interessate di attivarsi per trovare i posti necessari. I tradizionali centri di accoglienza – quelli che si chiamavano variamente CPA o CARA, e che da qualche tempo si chiamano hub – esistono solamente in sette regioni e sono sempre pieni. Di conseguenza, a fronte del flusso costante di arrivi, le prefetture si sono abituate ad usare l’unico strumento a propria disposizione per occuparsi del problema in tempi relativamente brevi: i bandi per l’apertura dei CAS. Questi centri, che arrivano a ospitare anche centinaia di persone, rimangono formalmente sotto il controllo della prefettura, ma l’attività giornaliera di ciascuna struttura viene gestita dall’associazione o cooperativa che vince il bando: materialmente si tratta di prendere in affitto un locale – sono i famosi alberghi di cui si parla spesso, che accettano anche solo per arrotondare – e garantire agli ospiti tre pasti quotidiani e un posto per dormire.

I CAS sono considerati uno strumento efficace per gestire flussi straordinari di persone – consentono in tempi relativamente rapidi di aumentare le capacità di ricezione e accoglienza di ciascuna regione – e oggi offrono circa l’80 per cento dei posti disponibili per l’accoglienza in Italia. Il guaio è che sono inadatti a gestire un flusso costante di persone, e a lungo termine nessuno ci guadagna davvero: i comuni si ritrovano a fare i conti con una struttura che è stata aperta senza il loro appoggio, e che magari ha scombussolato la vita di un piccolo paese di periferia; i migranti rimangono parcheggiati per mesi o anni – in attesa che venga esaminata la loro richiesta di asilo – in posti che non hanno fra gli obiettivi fare integrazione, ma solo fornire loro un tetto e un pasto. Qualcosa però negli ultimi mesi si è mossa.

Gli SPRAR
Parlando col Post a fine maggio, Morcone aveva detto: «se fosse per me, tutti i CAS dovrebbero essere sostituiti dagli SPRAR». Al contrario dei CAS, gli SPRAR sono infatti considerati il lato virtuoso del sistema di accoglienza: sono centri con numeri molto inferiori a quelli dei CAS – gli ospiti sono spesso qualche decina – e che devono rispettare parametri molto stringenti sul personale e le attività educative.

C’è una ragione, però, per cui attualmente gli SPRAR ospitano solamente 23mila persone a fronte dei 133mila ospiti dei CAS: gli SPRAR vanno aperti in collaborazione con i comuni, e dato che gli ospiti sono soggetti a progetti di integrazione che durano diversi anni, strutture di questo tipo rimangono aperte necessariamente più a lungo rispetto ai CAS. Non tutte le amministrazioni hanno voluto pagare il prezzo politico della presenza di questi centri: in Veneto per esempio, dove la Lega Nord e il centrodestra sono molto forti, sui quasi 15mila migranti ospitati nel proprio territorio ad ottobre solamente 500 fanno parte di strutture SPRAR. Nel 2015 la regione aveva accolto appena l’1,7 per cento del numero totale delle persone ospitate negli SPRAR italiani, metà delle quali abitavano in strutture di Lazio, Sicilia e Puglia.

sprar

A maggio Morcone aveva detto di voler incrementare progressivamente il numero di posti disponibili negli SPRAR: al Post, aveva detto che intendeva aumentare i posti disponibili fino a 40mila entro il 2017. In effetti il governo sta provando a incentivare l’ingresso dei comuni nel programma SPRAR. In questa direzione vanno due recenti provvedimenti: il decreto legge di parziale riforma del sistema SPRAR, emesso in agosto, e l’accordo fra ANCI e governo raggiunto a dicembre.

Il decreto legge, in sostanza, cerca di incentivare l’ingresso nel programma SPRAR semplificando i procedimenti burocratici per ottenere in fondi e rinnovare i programmi già esistenti. L’accordo fra ANCI e governo invece, prevede quella che è stata chiamata una “clausola di salvaguardia”: ai comuni che aderiranno volontariamente alla rete SPRAR verrà garantito il rispetto di una quota di 2,5 richiedenti asilo ogni 1000 abitanti, e allo stesso tempo il governo si impegna a non aprire in quel territorio altri tipi di centri accoglienza. Antonio Decaro, sindaco di Bari eletto col centrosinistra e presidente dell’ANCI, ha spiegato: «Il problema che abbiamo avuto è stato quello della distribuzione non equilibrata sul territorio: ci sono stati comuni con 3200 abitanti e 1200 migranti che hanno trovato collocazione in una caserma. [In questo modo] i sindaci non saranno più bypassati dalle prefetture».

La strategia del governo sarà quindi “svuotare” pian piano i CAS e rendere più appetibile l’apertura degli SPRAR: l’idea è che più comuni aderiscono al progetto e meno bisogno ci sarà di ricorrere ai bandi straordinari per i CAS, sgraditi alle amministrazioni locali e poco efficienti dal punto di vista dell’integrazione.

L’adesione al programma SPRAR rimarrà comunque volontaria, e in questo senso si inserisce la lettera di Morcone che chiede «il rispetto pieno dell’accordo con l’ANCI». Non è chiaro però cosa potrà fare di più il governo per incentivare l’apertura degli SPRAR e la progressiva chiusura dei CAS: sul Corriere della Sera di oggi, Decaro ha invece annunciato delle «adeguate campagne di sensibilizzazione, che stiamo già predisponendo, [con cui] tutti capiranno di poter fare la propria parte senza creare problemi alla popolazione, riducendo l’impatto sul territorio e realizzando una vera integrazione».