Un combattente curdo dell'YPG a nord di Raqqa, in Siria (ALICE Martins/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 7 novembre 2016

Ci sarà una battaglia per Raqqa

La coalizione araba e curda sostenuta dagli Stati Uniti ha detto che l'offensiva contro l'ISIS nella sua capitale è già cominciata

Un combattente curdo dell'YPG a nord di Raqqa, in Siria (ALICE Martins/AFP/Getty Images)

Domenica è cominciata una nuova fase della battaglia per la riconquista di Raqqa, la città siriana sotto il controllo dello Stato Islamico (o ISIS) dal giugno 2014. Le Forze democratiche siriane (SDF), una coalizione di forze curde e arabe alleate degli Stati Uniti, hanno cominciato un’offensiva da nord, conquistando alcune piccole cittadine a circa 40 chilometri da Raqqa. Il piano, ha spiegato il colonnello americano John Dorrian al New York Times, prevede che le SDF accerchino Raqqa, interrompendo le vie di fuga e di rifornimento dello Stato Islamico; poi inizierà l’attacco vero e proprio, con l’appoggio dei bombardamenti aerei americani. Non è chiaro quanto tempo ci vorrà per portare a termine l’operazione, ma non sarà una cosa né semplice né rapida, visto che Raqqa è considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria dove per molto tempo si sono concentrati i vertici del gruppo.

Lo schema per la riconquista di Raqqa è molto simile a quello che si sta usando a Mosul, la più grande e importante città irachena ancora sotto il controllo dello Stato Islamico. In entrambi i casi il piano di battaglia prevede che la città venga accerchiata e isolata, rendendo complicato per i miliziani scappare o ricevere aiuti e rifornimenti. In entrambi i casi le forze coinvolte includono sia una componente curda – i peshmerga per Mosul, l’Unità di protezione popolare (YPG) per Raqqa – sia una componente araba: la prima contribuisce alla fase di isolamento, e lascia alla seconda il compito di entrare in città e di combattere lo Stato Islamico nell’area urbana. L’idea è evitare che la popolazione locale – a maggioranza araba sunnita – faccia resistenza di fronte a una forza di liberazione curda, che potrebbe essere vista come un ulteriore invasore. Al momento gli Stati Uniti stanno bombardando lo Stato Islamico a Raqqa, mentre le SDF si stanno avvicinando da nord: siamo ancora in una fase molto preliminare e ci vorrà del tempo prima la coalizione – 30-40mila uomini, per ora – riesca ad accerchiare la città.

Gli Stati Uniti – che sono presenti in Siria con 300 membri delle forze speciali – hanno detto di appoggiare l’operazione delle SDF, di fatto decidendo di ignorare le obiezioni della Turchia. Il governo turco si era opposto alla partecipazione dell’YPG alla liberazione di Raqqa, per paura che i curdi siriani estendessero la loro influenza in Siria e potessero avanzare richieste di indipendenza o autonomia. Il governo turco considera i curdi siriani un gruppo terroristico, con forti legami con il PKK turco: già alla fine di agosto la Turchia aveva cominciato un’operazione militare per ridurre l’influenza dei curdi in Siria, entrando con soldati e carri armati nel nord del paese. È difficile prevedere come gli Stati Uniti sbroglieranno questa situazione, visto che la Turchia è un membro della NATO e un alleato fondamentale nella guerra contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq.

Gli Stati Uniti e i loro alleati credono che attaccare lo Stato Islamico su due fronti così importanti – Mosul e Raqqa – indebolirà la sua resistenza. Yahya Rasool, portavoce dell’esercito iracheno, ha detto al Wall Street Journal: «Questa operazione [a Raqqa] taglierà le loro linee di rifornimento e li distrarrà dai loro sforzi. Inficerà sul loro morale perché prima dall’Iraq potevano contare sul fatto di poter scappare in Siria. Ora non hanno altra opzione che arrendersi alle forze irachene, oppure continuare a combattere e venire uccisi».

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