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  • mercoledì 2 novembre 2016

Marine Le Pen deve parecchi soldi al Parlamento Europeo

La leader del Front National deve restituire 339mila euro: un'assistente assunta per occuparsi della sua attività da europarlamentare in realtà faceva altro

( FREDERICK FLORIN/AFP/Getty Images)

Il Parlamento Europeo ha chiesto indietro a Marine Le Pen – europarlamentare e leader del Front National, partito francese di destra radicale – 339mila euro, che secondo l’accusa sono stati usati da Le Pen per scopi diversi dai lavori parlamentari. Il Guardian spiega infatti che 339mila euro è la somma totale percepita da due suoi ex assistenti – Catherine Griset e Thierry Légier – che formalmente erano assunti dal Parlamento Europeo, ma in pratica non si occupavano dei lavori parlamentari come previsto dal contratto. L’avvocato di Le Pen ha negato le accuse e aggiunto che Le Pen intende fare ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea per non pagare la somma. È un guaio notevole per Le Pen, e soprattutto arriva nel momento sbagliato: il Front National è da mesi in difficoltà economiche e al momento non ha nemmeno i soldi per condurre una campagna elettorale nazionale per le elezioni presidenziali del 2017.

Le Figaro spiega che la somma riguarda due contratti sottoscritti da altrettanti collaboratori di Le Pen con il Parlamento Europeo, nell’ambito dei benefit di cui godono gli europarlamentari (fra cui c’è anche un massimo di 23.292 euro mensili per pagare degli assistenti). Uno dei due contratti riguarda Thierry Légier, storica guardia del corpo di Le Pen e di suo padre Jean-Marie. Per alcuni mesi del 2011 Légier venne pagato dal Parlamento Europeo come “assistente locale” di Le Pen, i quali secondo il Parlamento dovrebbero «assistere il deputato nel suo Stato membro di elezione»: un compito difficilmente compatibile col suo lavoro da guardia del corpo, che in teoria prevede che segua Le Pen un po’ ovunque. La maggior parte dei soldi che Le Pen deve al Parlamento sono invece parte dello stipendio pagato dal 2010 ai primi mesi del 2016 a Catherine Griset in qualità di “assistente accreditata”, cioè di supporto al lavoro da europarlamentare di Le Pen. Il problema è che nello stesso momento Griset era anche segretaria della presidenza del Front National e capo dello staff di Le Pen, altri due lavori piuttosto impegnativi e che poco hanno a che fare con il lavoro di Le Pen a Bruxelles o Strasburgo.

L’accusa a Le Pen è stata segnalata al Parlamento dalla OLAF, l’authority anticorruzione della Commissione Europea che indaga sprechi e truffe all’interno degli organi europei. Il Parlamento è stato informato delle accuse a Le Pen in agosto e le ha notificate a Le Pen in due occasioni, all’inizio e alla fine di settembre. Se Le Pen non ridarà volontariamente i soldi al Parlamento, il regolamento prevede che una certa somma venga trattenuta dal suo stipendio mensile. L’avvocato di Le Pen ha spiegato che quella del Parlamento è «una mossa politicamente motivata» e ha aggiunto che presto il Parlamento potrebbe trattenere più della metà dello stipendio della sua cliente.

Marine Le Pen non è l’unica europarlamentare ad avere problemi di questo tipo: in giugno a suo padre Jean-Marie, fondatore del Front National e a sua volta ex europarlamentare, è stato ordinato di ridare al Parlamento Europeo 320mila euro per accuse simili a quelle della stessa Le Pen. Ad altri tre europarlamentari del Front National, Sophie Montel, Dominique Bilde e Mylène Troszczynski, è stato chiesto di restituire 50mila euro di rimborsi a testa.

Per Marine Le Pen, è un guaio che arriva nel momento sbagliato: in settembre il responsabile economico della campagna elettorale di Le Pen Jean-Michel Dubois aveva detto a Politico che il suo partito al momento aveva a disposizione solamente 4 dei 12 milioni di euro necessari per condurre una campagna presidenziale adeguata. Da allora la situazione non è migliorata e il partito dipende sostanzialmente da prestiti di grosse banche internazionali, cosa che genera diversi problemi politici: il Front National doveva 11 milioni di euro a una grossa banca russa – che però di recente è fallita – e secondo il magazine francese Mediapart all’inizio di ottobre stava trattando un prestito con una banca degli Emirati Arabi Uniti. Da circa un anno, inoltre, il tesoriere del partito Wallerand de Saint-Just è sotto indagine con l’accusa di aver gonfiato le spese per la campagna elettorale del 2012 con l’obbiettivo di ottenere rimborsi elettorali più elevati.

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