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  • martedì 25 ottobre 2016

5 cose sulla nuova stagione di NBA

C'è una squadra-corazzata ma ce ne sono altre da tenere d'occhio, oltre ai due giocatori italiani e a quelli che poi non giocheranno più

(Ezra Shaw/Getty Images)

Nella notte tra martedì 25 e mercoledì 26 ottobre comincia la stagione 2016/2017 di NBA, il principale campionato di basket nordamericano e uno degli eventi sportivi più seguiti nel mondo. La prima partita si gioca all’una e mezza ora italiana, tra Cleveland Cavaliers e New York Knicks: è interessante innanzitutto perché è una partita in cui giocherà LeBron James, ma anche per vedere come partiranno i Knicks, che secondo molti quest’anno possono fare bene. Alle quattro ci sono invece i Portland Trail Blazers contro gli Utah Jazz, una partita piuttosto equilibrata e tra due squadre solide e competitive della Western Division. La partita più attesa è però quella delle quattro e mezza: i San Antonio Spurs giocheranno alla Oracle Arena dei Golden State Warriors, la squadra che secondo tutti i pronostici sarà la super-favorita di quest’anno, visto che alla rosa già fortissima si è aggiunto Kevin Durant, uno dei migliori della NBA.

Abbiamo raccolto cinque cose che è bene tenere a mente prima che cominci questa stagione di NBA, per capire chi sono i favoriti (oltre ai Warriors, che probabilmente giocheranno in un campionato a parte), dove sono i giovani più interessanti e come cambiano le squadre in un anno in cui si sono ritirati o si ritireranno giocatori storici. E insieme alle belle notizie, quelle cattive: comincia quel periodo dell’anno in cui si mette la sveglia a ore assurde per vedere in diretta partite interminabili.

La corazzata Golden State Warriors
I vincitori del titolo nel 2015, e la squadra che nella stagione 2015/2016 ha stabilito il record di sempre di vittorie (73!) in stagione regolare, riparte da una squadra molto simile a quella dello scorso anno, con una differenza sostanziale: Kevin Durant. Il trasferimento di Durant dagli Oklahoma City Thunder ai Warriors è stato il movimento di mercato più sorprendente e discusso dell’estate appena finita: sia perché Durant giocava nei Thunder dal 2007, anno del suo esordio in NBA (in realtà fino al 2008 la franchigia si è chiamata Seattle SuperSonics), sia perché è uno dei giocatori più forti dell’intera lega, che si è aggiunto alla squadra più forte dell’intera lega.

Dopo l’annuncio di Durant di volersi unire a Golden State, diversi giornalisti sportivi americani hanno parlato della creazione di una “superpotenza”, di una squadra nettamente favorita e più forte a tutte le altre. Quest’anno i Warriors avranno quattro giocatori da nazionale e da All Star Game (cioè la partita-esibizione che si tiene ogni anno tra i giocatori più forti della NBA): Stephen Curry, che lo scorso anno ha dominato la stagione regolare; Klay Thompson, il secondo miglior tiratore della lega (dopo Curry) e ottimo difensore; Draymond Green, uno dei centri più atipici e imprevedibili di tutta la NBA, fortissimo in difesa; e appunto Kevin Durant, considerato da molti tra i migliori tre giocatori della lega (insieme a Curry e LeBron James).

Rispetto allo scorso anno se ne sono andati Harrison Barnes e Andrew Bogut, entrambi finiti ai Dallas Mavericks. Barnes, almeno sulla carta, rispetto a Durant aveva qualche qualità difensiva in più (ma il sistema difensivo dei Warriors è molto organizzato: Durant potrebbe integrarsi bene e fare la sua parte). Bogut era invece il giocatore più fisico dei Warriors, e anche se non sempre ha giocato molto, era un rincalzo importante per una squadra che gioca solitamente con un centro alto solo 2,01 metri, cioè Green. Sono arrivati però molti rinforzi nel ruolo: Zaza Pachulia, esperto centro georgiano titolare nelle scorse stagioni con i Milwaukee Bucks e i Dallas Mavericks; JaVale McGee, discreto sostituto che arriva a sua volta dai Mavericks; e Damian Jones, rookie scelto come trentesima scelta assoluta ai draft 2016, l’evento con il quale le squadre di NBA scelgono i giocatori che arrivano dai college, dalle high school o dall’estero. A loro si aggiunge poi Anderson Varejao, ai Warriors dalla scorsa stagione.

I Warriors hanno giocato sette partite di preseason. La prima è andata così così: hanno perso in casa di Toronto – una buona squadra comunque – e Durant ha fatto parecchia fatica ed è stato fischiato dal pubblico. La seconda è andata decisamente meglio: Golden State ha stravinto in casa contro i Los Angeles Clippers per 120 a 75, con 30 punti di Thompson e 21 di Durant (i Clippers sono una delle squadre che punta a vincere il titolo, anche se a oggi è difficile darla tra le 2 o 3 favorite, soprattutto per via della concorrenza a Ovest). Poi i Warriors hanno vinto anche contro i Sacramento Kings, con un’altra buona prestazione di Durant, e contro i Denver Nuggets, i Los Angeles Lakers (due volte) e i Portland Trail Blazers. È difficile non considerare Golden State come la squadra superfavorita per la vittoria della NBA: lo scorso anno, con un Durant in meno, ha fatto il record di vittorie in stagione regolare, ha mostrato un basket spettacolare come non si vedeva da anni ed è arrivata a una partita di distanza dalla vittoria del titolo, in una finale persa solo perché LeBron James ha fatto fare ai Cleveland Cavaliers un’impresa disumana.

La squadra su cui ci sono più aspettative
Sono i Minnesota Timberwolves. Che a dire il vero già l’anno scorso era una di quelle attorno alle quali si erano costruite le attese maggiori: ma questa volta ci siamo davvero, sembra. I Timberwolves sono una squadra con molti giovani considerati tra le principali promesse della lega, insieme ad altri giocatori che stanno entrando nella fase migliore della propria carriera (cioè che hanno poco più di 25 anni). I simboli della squadra sono Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. Entrambi hanno 21 anni (sono nati nel 1995) ed entrambi sono considerati tra le principali promesse del basket mondiale. Towns gioca come centro, è alto 2,13 metri ed è alla sua seconda stagione in NBA. Nel 2015 fu scelto come prima scelta assoluta al draft, e nella scorsa stagione ha tenuto una media di più di 18 punti a partita – in un ruolo, quello del centro, in cui l’esperienza è importantissima – e ha vinto il premio di miglior rookie dell’anno. È un giocatore fisicamente dominante e molto completo dal punto di vista tecnico: di lui SB Nation scrisse lo scorso marzo che «cambierà la NBA».

Wiggins è canadese, ha 21 anni e gioca in NBA dal 2014, quando fu scelto come prima scelta assoluta ai draft dai Cleveland Cavaliers (che lo cedettero a Minnesota nell’ambito dello scambio che portò a Cleveland Kevin Love). Wiggins è un’ala piccola, con una fisicità esplosiva e contemporaneamente dotata di ottimi fondamentali di gioco. È un giocatore efficacissimo, che l’anno scorso ha tenuto una media di oltre 20 punti a partita.

Ma a Minnesota giocano anche Zach LaVine, nato anche lui nel 1995, e con buone possibilità di diventare una delle guardie migliori della lega nei prossimi anni, e soprattutto Ricky Rubio, playmaker spagnolo di 26 anni che gioca ad altissimi livelli da dieci anni, ed è considerato uno dei migliori giocatori europei. E quest’anno alla squadra si è aggiunto Kris Dunn, quarta scelta assoluta dei draft 2016, guardia che arriva dall’Università di Providence e di cui si parla benissimo.

I Timberwolves hanno la sfortuna di appartenere alla Western Division, dove il livello delle squadre, da anni, è molto più alto rispetto alla Eastern Division. Questo, di fatto, complica le loro possibilità di arrivare ai playoff e soprattutto di superare almeno il primo turno. L’anno scorso però, soprattutto nella seconda parte della stagione, hanno fatto vedere cose molto incoraggianti – hanno vinto in trasferta contro i Warriors, squadra che l’anno scorso ha perso solo 9 partite su 82 – e si pensa che in questa stagione, con un anno di esperienza in più, i suoi giocatori possano iniziare a mantenere qualcuna delle molte promesse fatte. C’è anche un nuovo allenatore, Tom Thibodeau, che ha fatto da vice per moltissime squadre – compresa la nazionale americana – e che ha allenato i Chicago Bulls tra il 2010 e il 2015, con ottimi risultati soprattutto nelle prime due stagioni. È conosciuto per la sua abilità nell’allenare la fase difensiva, che l’anno scorso era stata proprio il principale punto debole di Minnesota.

E gli italiani?
Quest’anno sono solo due: Danilo Gallinari ai Denver Nuggets e Marco Belinelli agli Charlotte Hornets. Andrea Bargnani, che nel 2006 fu prima scelta assoluta ai draft NBA, è tornato in Europa, nella squadra spagnola del Saski Baskonia, dopo una serie di stagioni deludenti ai Brooklyn Nets. Gigi Datome, che tra il 2013 e il 2015 giocò nei Detroit Pistons e nei Boston Celtics, dalla scorsa stagione gioca con ottimi risultati nella squadra turca del Fenerbahçe. Nell’estate si era parlato anche di un possibile passaggio alla NBA di Alessandro Gentile, il più forte giovane giocatore italiano, che nelle ultime stagioni è stato uno dei più determinanti del campionato italiano con l’Olimpia Milano: sembrava dovesse andare agli Houston Rockets allenati da Mike D’Antoni, che ha giocato e allenato a lungo in Italia, ma alla fine non se n’è fatto niente.

Gallinari è sicuramente l’italiano in NBA con più possibilità di fare bene: è il più forte giocatore italiano degli ultimi tempi, e da anni ci si aspetta da lui un salto di qualità in NBA che però non è ancora davvero arrivato, nonostante da alcune stagioni giochi a livelli molto alti e con rendimento costante. Molto dipende dal fatto che gioca in una squadra, i Denver Nuggets, che non si qualifica ai playoff dal 2013 (quando fu eliminata al primo turno). I Nuggets hanno una rosa giovane e poco esperta, e Gallinari l’anno scorso è stato il principale realizzatore offensivo, con una media di oltre 19 punti a partita. Da anni però sembra che dietro le scelte della società ci sia un progetto per farla tornare competitiva, e questo potrebbe essere l’anno buono. Il risultato migliore possibile, considerando che gioca a Ovest, sarebbe qualificarsi ai playoff.

Belinelli arriva da una stagione buona ma non entusiasmante ai Sacramento Kings, soprattutto considerando che nelle due stagioni precedenti era stato un rincalzo fondamentale di una squadra fortissima come i San Antonio Spurs. Con gli Hornets però ci sono delle premesse incoraggianti: sono una squadra molto solida in difesa, e quest’anno tornerà a giocare con continuità Michael Kidd-Gilchrist, forte ala piccola 23enne che gioca in NBA da quattro stagioni ma che ha subito molti infortuni, che ne hanno rallentato la crescita. Kemba Walker, playmaker 26enne, è forse il giocatore più solido della squadra, e l’anno scorso ha segnato più di 20 punti a partita.

La prima stagione senza quei tre, l’ultima di quell’altro, forse l’ultima con quegli altri due
La stagione 2016/2017 della NBA sarà diversa da quelle precedenti, tra le mille cose, perché non ci saranno più tre dei giocatori più forti, vincenti e dominanti degli ultimi vent’anni: Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett. Il primo aveva già detto di volersi ritirare lo scorso novembre, e nell’ultima parte della scorsa stagione ha fatto una specie di tour di addio in cui è stato acclamato in tutti i palazzetti in cui andava a giocare, dopo le sue venti stagioni ai Los Angeles Lakers. Duncan invece si è ritirato lo scorso luglio, dopo 19 stagioni ai San Antonio Spurs, e in maniera molto più sobria (senza neanche una conferenza stampa). Garnett invece ha fatto il suo annuncio a settembre, dopo aver giocato un’ultima stagione con la sua squadra storica, i Minnesota Timberwolves.

Paul Pierce, fortissima ala che negli ultimi anni ha cambiato molte squadre, ma che è legato soprattutto ai Boston Celtics, con cui ha giocato 15 anni e ha vinto il titolo nel 2008, ha recentemente annunciato con un articolo su Players’ Tribune che questa sarà la sua ultima stagione (giocherà con i Los Angeles Clippers).  E quella che sta per cominciare potrebbe essere una stagione storica per un altro motivo: molti credono che sarà l’ultima di Dirk Nowitzki, ala grande dei Dallas Mavericks dal 1998, e di Manu Ginobili, guardia degli Spurs.

In un modo o in un altro, le squadre di tutti questi grandissimi giocatori saranno influenzate dai loro ritiri, già avvenuti o soltanto prossimi. Le cose più interessanti, però, succederanno probabilmente agli Spurs e ai Lakers. I primi arrivano a questa stagione – come succede praticamente tutti gli anni – come una delle squadre favorite a Ovest. Il futuro degli Spurs è legato in larga parte a quello di Kawhi Leonard, guardia/ala piccola di 25 anni e che da almeno un paio è determinante in una delle squadre più forti ed esperte dell’intera NBA (fu fondamentale ad esempio per il titolo vinto nel 2014). Per sostituire Duncan, poi, è stato scelto il centro che probabilmente più gli si avvicina, per intelligenza tattica e stile di gioco: lo spagnolo Pau Gasol. In panchina c’è sempre Gregg Popovich, storico allenatore della squadra dal 1996. L’impressione è che questi Spurs siano i meno solidi da diversi anni a questa parte, ma potrebbero esserci delle sorprese.

I Lakers, nonostante i grandi festeggiamenti di addio per Bryant, l’anno scorso sono stati la seconda peggior squadra dell’intera lega, davanti solo ai Philadelphia 76ers. Quest’anno è arrivato Brandon Ingram, scelto come seconda scelta assoluta ai draft. Gioca da ala piccola ed è molto forte, ma ha solo 19 anni: se da un lato vuol dire che ha un potenziale enorme, significa anche che difficilmente avrà molti spazi già dalla sua prima stagione in NBA. Anche l’allenatore è un po’ una scommessa: si chiama Luke Walton, e non ha mai allenato una squadra NBA. È però stato assistente di Steve Kerr a Golden State, dove ha vinto il titolo nel 2015, e in molti credono possa essere in grado di raddrizzare il periodo storto dei Lakers. La pre season però è andata malino: hanno vinto solo due partite, contro i Nuggets e i Kings, e ne hanno perse sei. Continuano ad avere un roster un po’ scombinato, rinforzato in estate con Luol Deng e Timofey Mozgov, due giocatori trentenni (e nel secondo caso reduci da una stagione mediocre). I contratti di Deng e Mozgov, secondo molti osservatori, sono eccessivamente costosi per la qualità dei giocatori: rispettivamente 72 e 64 milioni di dollari in 4 anni.

E a Est?
Se a Ovest si escludono i super-favoriti Warriors, ci sono molte squadre forti e complete, attrezzate per giocare delle buone stagioni e per andare avanti ai playoff: i Los Angeles Clippers, gli Oklahoma City Thunder e i Portland Trail Blazers. Gli Houston Rockets, i Dallas Mavericks, i Memphis Grizzlies, i Minnesota Timberwolves e forse gli Utah Jazz si giocheranno invece i rimanenti tre posti per i playoff. Tutto questo, ovviamente, se non ci saranno sorprese (che come ogni anno, probabilmente ci saranno). A Est invece, come si dice spesso da anni, il livello è più basso, e si qualificheranno ai playoff squadre che a Ovest avrebbero poche speranze. Ci sono comunque diverse cose da tenere d’occhio, e proprio perché ci sono meno super-potenze, è qui che da qualche anno ci sono le squadre che sorprendono di più e che riescono a ribaltare i pronostici.

I Cleveland Cavaliers sono ovviamente i favoriti, e ovviamente per via di LeBron James, probabilmente il giocatore più forte del mondo. Ha trascinato la squadra al titolo dell’anno scorso, e nonostante abbia quasi 32 anni, la parte discendente della sua carriera non è ancora iniziata. E insieme a lui, giocheranno a Cleveland gli stessi che hanno reso possibile la vittoria alle finali del 2016: soprattutto il playmaker Kyrie Irving, ma anche il centro Kevin Love e la guardia J.R. Smith. Oltre a Mozgov, è andato via anche Matthew Dellavedova, playmaker di scarse qualità tecniche ma grandissima tenacia che diventò famoso soprattutto per come giocò le finali nel 2015. Non ci sono stati grandi rinforzi nel mercato, ma è probabile che i Cavaliers arriveranno facilmente almeno fino alle finali dell’Eastern Conference.

Tra i principali rivali di Cleveland a Est ci sono i Toronto Raptors, come l’anno scorso, e i Boston Celtics, che arrivano a questa stagione molto meglio dell’anno scorso. Nei Raptors continuano a esserci i due giocatori che hanno permesso alla squadra di ottenere il quarto miglior record di vittorie nell’intera lega, l’anno scorso: le guardie DeMar DeRozan e Kyle Lowry. E c’è anche Jonas Valančiūnas, fortissimo centro lituano che l’anno scorso ha saltato diverse partite dei playoff per un infortunio. Se DeRozan e Lowry – che hanno 27 e 30 anni – continueranno a giocare ai livelli dell’anno scorso, è probabile che i Raptors arrivino subito dietro ai Cavaliers.

I Celtics invece l’anno scorso avevano concluso la stagione regolare con un buon record di 48 vittorie, ma erano usciti al primo turno dei playoff contro gli Atlanta Hawks. Hanno una storia particolare: sono la squadra che ha vinto più titoli di tutta la lega (17), l’ultimo nel 2008, quando ci giocavano Kevin Garnett, Paul Pierce e Ray Allen. Dopo l’era dei “Big Three”, come erano chiamati, sono cominciati anni più difficili, in cui sono sempre usciti al primo turno dei playoff o non si sono nemmeno qualificati. Intanto è stato però avviato un progetto per ricostruire la squadra, puntando sui giovani – cedendo i suoi giocatori più forti la squadra ha ottenuto molte prime scelte ai draft e ha rimpiazzato lo storico allenatore Doc Rivers con l’inesperto Brad Stevens. Dopo due stagioni molto buone, questa potrebbe essere quella della consacrazione per la nuova fase dei Celtics, come ha spiegato Lorenzo Bottini sull’Ultimo Uomo. Il giocatore migliore della squadra rimane il playmaker Isaiah Thomas, e nell’estate è arrivato Al Horford, centro dominicano che è stato importantissimo nei vincenti Atlanta Hawks degli ultimi anni. In più è stato preso con la terza scelta assoluta ai draft Jaylen Brown, promettente ala piccola dei California Golden Bears.

Le altre squadre che puntano alla finale della Eastern Conference, quest’anno, sono sostanzialmente le stesse dell’anno scorso: gli Atlanta Hawks, che hanno preso Dwight Howard, uno dei centri più dominanti della NBA negli ultimi 10 anni; gli Indiana Pacers, che hanno cambiato allenatore (Frank Vogel ha lasciato il posto al suo vice Nate McMillan); i Detroit Pistons, che sono praticamente gli stessi dell’anno scorso, in cui arrivarono ottavi a Est. Possono fare bene anche gli Hornets di Belinelli e i Washington Wizards, il cui rendimento dipende molto da quello delle guardie John Wall e Bradley Beal.

Tra le altre novità a Est, c’è da segnalare il mercato folle dell’estate dei Chicago Bulls, che hanno ceduto ai New York Knicks il loro giocatore-simbolo degli ultimi anni, la guardia Derrick Rose, per prendere Rajon Rondo e Dwayne Wade, entrambi svincolati. Rondo era una grande promessa una decina di anni fa, ma poi ha dimostrato di non essere all’altezza delle molte aspettative sul suo conto. Wade è invece uno dei giocatori più forti e vincenti degli ultimi quindici anni, e ha lasciato i Miami Heat dopo 13 stagioni. Wade e Rondo si aggiungono a Jimmy Butler, forte guardia che gioca a Chicago da cinque anni.