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  • mercoledì 5 ottobre 2016

Il cessate il fuoco in Colombia durerà ancora poco

Dopo il referendum che ha respinto l'accordo con le FARC, la tregua finirà il 31 ottobre: il presidente Santos spera di trovare una soluzione nelle prossime settimane

(LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Martedì 4 ottobre il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, ha annunciato che il cessate il fuoco con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) terminerà il prossimo 31 ottobre. Domenica 2 ottobre lo storico accordo di pace raggiunto in agosto tra il governo e le FARC era stato respinto, a sorpresa, dagli elettori in un referendum con il 50,24 per cento dei voti.

Ieri, in un discorso televisivo, Santos ha detto che entro il 31 ottobre spera di «essere in grado di concretizzare gli accordi di pace che contribuiranno a risolvere il conflitto». Il giorno prima Santos aveva anche annunciato l’inizio di ulteriori negoziazioni con i guerriglieri «per raggiungere un accordo e realizzare il sogno della Colombia di porre fine alla guerra». Oggi, mercoledì 5 ottobre, il presidente incontrerà a porte chiuse e separatamente i suoi predecessori Alvaro Uribe e Andres Pastrana, che hanno fatto attivamente campagna contro l’accordo in vista del referendum e dunque a favore del “No”. Entrambi avevano sostenuto che la pace restava l’obiettivo di tutti i colombiani, ma che l’accordo così com’era stato raggiunto aveva bisogno di correzioni perché fosse più equo. Gli incontri di oggi con Santos hanno l’obiettivo, ha scritto lo stesso presidente su Twitter, «di parlare con uno spirito costruttivo a favore della pace».

Il trattato di pace tra il governo della Colombia e le FARC era stato firmato con una cerimonia formale lo scorso 25 agosto dopo 4 anni di complicate trattative e prevedeva, tra le altre cose, un cessate il fuoco bilaterale. La tregua era entrata in vigore il 29 agosto e da allora non si era verificato alcun incidente. L’accordo prevedeva sei punti principali: la fine dei combattimenti, il disarmo dei guerriglieri sotto la supervisione di una missione delle Nazioni Unite (che aveva già verificato la distruzione di 620 chilogrammi di esplosivo); l’uscita allo scoperto e il reintegro nella società di quasi 6 mila guerriglieri; riparazioni morali e materiali per le vittime e sanzioni per i responsabili dei reati più gravi; la conversione del gruppo in un movimento politico legale con l’assicurazione di un minimo di cinque seggi alla Camera dei deputati e di cinque seggi al Senato; una riforma agraria per la distribuzione delle terre e l’accesso al credito; la fine delle coltivazioni illecite nelle aree di influenza delle FARC, tra cui quella di cocaina, e un programma sanitario e sociale contro il consumo e il traffico di droga.

Per entrare in vigore, il testo dell’accordo (297 pagine) doveva essere approvato dagli elettori colombiani in una consultazione non vincolante, ma comunque voluta dal presidente per dare una maggiore legittimità e forza all’accordo. I sostenitori del “No” giudicavano l’accordo troppo lassista perché assicurava agli ex guerriglieri una certa impunità e immunità, garantiva loro una rappresentanza politica e forniva anche una serie di aiuti economici e sociali per la loro integrazione nella società. Concretamente chiedevano dunque che a chi aveva commesso dei crimini fosse impedito di candidarsi a cariche pubbliche, che i leader delle FARC venissero imprigionati per i crimini commessi e che usassero i loro guadagni illeciti per risarcire le vittime.

Nonostante sia Santos che i guerriglieri si siano detti disponibili a non interrompere le trattative, diversi osservatori si sono chiesti che cosa succederà e scrivono che le nuove trattative saranno complicate dal fatto che ora c’è una terza persona in campo: Alvaro Uribe. Santos era stato ministro nella Difesa tra il 2006 e il 2009 proprio quando Uribe era presidente e in un periodo di forte lotta alle FARC: Uribe giudica Santos un “traditore” e lo accusa di aver concesso troppo ai guerriglieri. Secondo alcuni analisti sarà complicato per Santos condurre un nuovo ciclo di negoziati con le FARC senza la partecipazione dei leader del “No” e dunque senza un coinvolgimento diretto di Uribe che, tra l’altro, ha chiesto più di una semplice revisione dell’accordo e ha fatto proposte di cambiamento che vanno oltre la questione delle FARC. La situazione è aggravata dal fatto che il tasso di approvazione nei confronti di Uribe è al 59 per cento e supera di gran lunga quello dell’attuale presidente (che è del 38 per cento). Lo scontro politico rischia dunque di trascinarsi ancora a lungo e di concludersi molto probabilmente solo con le prossime elezioni presidenziali che si terranno nel 2018.

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