Il trucco per farsi raccontare dai figli com’è andata la loro giornata

di Sara Ackerman – The Washington Post

Sul Washington Post una madre dice di averlo trovato: per non rassegnarsi a «niente», «non so» e «non mi ricordo»

(Sean Gallup/Getty Images)

L’inizio dell’anno scolastico ha portato con sé l’odore di matite appena temperate, il cigolio delle scarpe sul linoleum lucidato da poco, e il ritorno dell’ostruzionismo da parte dei bambini alla domanda: «Cosa hai fatto a scuola oggi?». Da generazioni la risposta più frequente è: «Niente», seguita da vicino da «Non so» e da «Non mi ricordo». Quando mia figlia iniziò l’asilo volevo disperatamente sapere come passava le mattinate, ma non riuscivo o strapparle nessuna informazione. Alcuni esperti consigliano di lasciare ai figli lo spazio e il tempo per rilassarsi prima di iniziare con le domande. Ci ho provato, ma mia figlia continuava a non collaborare. Altre persone mi hanno suggerito di fare domande più specifiche ma comunque aperte: internet è piena di elenchi di alternative bizzarre a «come è andata oggi?». Quando però ho chiesto a mia figlia chi l’avesse fatta ridere o a che giochi avesse fatto in cortile, ho ottenuto solo sospiri di irritazione e risposte enfatiche come: «Piantala di chiedermi queste cose!».

Quando quest’anno ha iniziato la scuola, ho provato con un nuovo approccio a tavola: le ho chiesto se voleva sapere come era andata la mia giornata. Da quel giorno in avanti, non mi ha mai detto di no. Le racconto di riunioni e fotocopie, della stampante inceppata e di come avevo perso e poi ritrovato le mie chiavi, dei giochi in cortile, di che lezioni ho fatto e di quanti bambini hanno chiesto di andare in infermeria. Parto dall’appello della mattina e concludo con la fine delle lezioni. Insegno nella stessa scuola che frequenta mia figlia, che però fa lezione in un altro campus. Quando finisco, come se fosse arrivato il suo turno a un gioco di carte, mia figlia mi racconta la sua giornata. Mi dice quale audiolibro ha ascoltato in biblioteca, che si è cambiata da sola gli stivaletti di gomma impermeabili per mettersi delle scarpe sportive, e perché era stata messa in punizione. Mi racconta a quali bambini sono state assegnate delle piccole attività da fare in classe e chi si è seduto vicino a lei all’intervallo. Mi canta le canzoncine che ha imparato a scuola e poi si avvicina e mi chiede sussurrando: «Tu hai scritto delle lettere sulla sabbia oggi?», per poi aggiungere «Io sì!».

Anche se essere un’insegnante rende forse più semplice raccontare le mie giornate a un bambino che va a scuola, penso che mia figlia sia più che altro interessata a svelare il mistero di cosa io faccia quando non sono con lei. Non importa che voi siate sviluppatori di software, cassieri, blogger, medici, autisti di pullman o casalinghi: quello che conta non sono i dettagli del vostro lavoro, ma condividere quello che ci fa ridere e cosa ci annoia, gli errori che facciamo, le nostre difficoltà e le persone interessanti che incontriamo. Quando do l’esempio, mia figlia ha più voglia di condividere le stesse cose con me. Quando torno a casa, di solito l’ultima cosa di cui voglio parlare è il mio lavoro. Spesso penso che descrivere la mia giornata annoierebbe chiunque, me compresa. È possibile che anche mia figlia trovi altrettanto noioso elencare tutti i lavoretti e le pulizie che ha fatto in classe. Ma io adoro sentire i dettagli della sua giornata proprio come lei adora sentire quelli della mia. Oggi a tavola, mentre lei armeggiava con difficoltà con coltello e forchetta, io ho iniziato a raccontare dei miei programmi per il giorno dopo, e mi ha interrotto: «Mamma non mi racconti come è andata la tua giornata?».

© 2016 – The Washington Post

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