Un ospite del CARA di Bari scavalca scavalca la rete di protezione del centro, 3 luglio 2013 (ANSA/LUCA TURI)
  • Italia
  • mercoledì 14 Settembre 2016

Come si vive in un centro di accoglienza per richiedenti asilo

Lo ha raccontato Fabrizio Gatti sull'Espresso, che si è finto migrante a Foggia e ci ha passato una settimana, e ora c'è un'inchiesta

Un ospite del CARA di Bari scavalca scavalca la rete di protezione del centro, 3 luglio 2013 (ANSA/LUCA TURI)

L’ultimo numero dell’Espresso contiene un lungo reportage di Fabrizio Gatti sul CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, in Puglia. Gatti – come già aveva fatto altre volte in passato – si è finto un richiedente asilo e ha trascorso una settimana nel centro di Borgo Mezzanone, documentando pessime condizioni igieniche e un diffuso sistema di criminalità, fra sfruttamento della prostituzione e del lavoro e contrabbando di vari beni. L’inchiesta è stata ripresa da altri giornali – fra cui Repubblica, nell’editoriale della domenica di Eugenio Scalfari – e ha portato all’apertura di un’indagine della prefettura di Foggia richiesta dal ministero degli Interni Angelino Alfano.

La vicenda di Borgo Mezzanone non è isolata: la Puglia, una delle regioni più coinvolte e messe in difficoltà dagli sbarchi dei migranti dal Nord Africa, ospita decine di centri di accoglienza – alcuni in precarie condizioni da molti anni – oltre a diversi “ghetti” in cui vivono i migranti usciti dal sistema di accoglienza e costretti a lavorare in nero come braccianti per sopravvivere. Nemmeno la cooperativa che gestisce il CARA di Borgo Mezzanone è un nome nuovo: è la Senis Hospes, una cooperativa cattolica nota per gestire diversi centri di accoglienza del sud Italia e legata a La Cascina, una cooperativa vicina a Comunione e Liberazione e coinvolta nelle vicende di Mafia Capitale.

Cosa c’è nell’inchiesta dell’Espresso
Gatti è rimasto dentro al CARA di Borgo Mezzanone dal 15 al 21 agosto spacciandosi per un sudafricano bianco. Teoricamente i CARA sono strutture chiuse e sotto l’autorità dalla prefettura locale: i giornalisti che vogliono entrarci possono farlo solo dopo avere ottenuto un’autorizzazione. In pratica diversi CARA sono strutture aperte: dato che gli ospiti sono liberi di uscire dalla struttura, si formano spesso ingressi “informali” scarsamente sorvegliati. Nel caso di Borgo Mezzanone, Gatti racconta di essere entrato in uno dei quattro buchi della recinzione del CARA, e che durante la settimana che ha trascorso all’interno del centro non ha mai incontrato agenti di polizia o soldati.

Gatti ha raccontato che il CARA è diviso in due settori: «Il primo […] è composto da diciotto moduli prefabbricati. Quattro abitazioni per modulo. Ogni abitazione ha tre stanzette: due metri per due, una finestra, lo spazio per due brande, raramente quattro a castello. Ciascun modulo ospita così tra le 24 e le 48 persone. […] Il secondo settore è invece rinchiuso dietro cancellate alte cinque metri: due fabbricati illuminati a giorno sotto un’altra schiera di telecamere. È il vecchio CIE [Centri di Identificazione ed Espulsione] per le espulsioni, una prigione. Lo usano per l’accoglienza». Gli ambienti comuni sono composti da un campetto da calcio, un capannone con la mensa, una moschea e altre camerate. I bagni sono dentro «una dozzina di casupole: sei rubinetti ciascuno, sei turche, sei docce malridotte, alcune con l’acqua calda». Nel suo articolo, Gatti non dice quante persone erano ospitate dal CARA in quella settimana. La capienza massima regolamentare è di 856 posti: dall’articolo di Gatti il centro sembra piuttosto pieno, anche se non sovraffollato (a fine giugno, secondo un articolo di Manfredonianews, ospitava circa un migliaio di persone).

I problemi del centro sono molti, scrive Gatti: su tutti l’igiene precaria di diversi ambienti («il CARA è infestato di cani, ovunque, perfino dentro le docce»), le norme di sicurezza ignorate («rischio di calpestare una serpentina incandescente, collegata alla presa elettrica da due fili volanti. Cucinano per terra. Se scoppia un incendio, è una strage»), e la scarsa presenza del personale della cooperativa e delle autorità. Il CARA si trova inoltre a poche centinaia di metri di distanza da una baraccopoli abitata da persone che negli anni sono uscite, verosimilmente dopo non essere riuscite a ottenere documenti per restare in Italia. Scrive Gatti:

Le prime casupole lungo la pista di decollo formano la baraccopoli abitata da quanti negli anni sono usciti dal centro d’accoglienza, con o senza permesso di soggiorno. Una stratificazione di sbarchi dal Mediterraneo e di sfruttamento da parte degli agricoltori foggiani. Da qualche mese però la bidonville si sta allargando. Da Napoli è arrivata la mafia nigeriana e si è presa metà pista: nelle baracche hanno aperto bar, due ristoranti, una discoteca che con la musica assorda ogni notte il riposo dei braccianti. Da Bari sono venuti alcuni afghani piuttosto integralisti e ora controllano l’altra metà: hanno allestito un negozio che vende di tutto e una misteriosa moschea. Questa è la zona chiamata Pista, appunto.

E poi c’è il problema dello sfruttamento, della prostituzione e del lavoro: nel CARA è attivo un giro di prostituzione gestito da nigeriani che coinvolge ragazze appena maggiorenni. Moltissimi ospiti poi lavorano nei campi della zona come bracciati in nero: lavorano dalla mattina presto fino alla sera tardi – Gatti dice di aver visto alcuni partire alle 4 del mattino e tornare alle 10 di sera – e in cambio ricevono 15 o 25 euro. Gatti racconta di aver conosciuto persone arrivate dal Mali, dal Senegal, dal Ghana e dall’Afghanistan. È improbabile che queste persone riescano a ottenere una qualche forma di asilo in Italia, dato che non provengono da paesi considerati “a rischio” e che spesso le Commissioni territoriali che esaminano le domande non hanno tempo di verificare se esiste il rischio concreto di una minaccia personale nei confronti della persona che chiede asilo (requisito che invece dovrebbe essere alla base di ogni richiesta di protezione internazionale).

La situazione in Puglia
La Puglia ha da tempo due grossi problemi relativi all’immigrazione: la scarsità di strutture che fanno accoglienza e lo sfruttamento dei migranti nei cosiddetti “ghetti”, cioè baraccopoli dove vivono migranti irregolari che lavorano come braccianti nei campi coltivati. Il sistema di accoglienza pugliese è costantemente sotto sforzo, e la situazione è peggiorata da quando ha aperto lo hotspot di Taranto.

(I posti dove ospitiamo i migranti)

Lo hotspot, sulla carta, è un centro per esaminare tutti i migranti che arrivano in Italia e fare una prima scrematura fra quelli che vogliono chiedere asilo, quelli che hanno diritto a entrare in un programma di relocation (cioè il fallimentare programma di ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia in altri paesi dell’Unione Europea sulla base di quote), e quelli che non vogliono fare richiesta di asilo. In Italia sono attivi quattro hotspot: a Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto. La presenza di uno hotspot aumenta il carico di sforzi per i centri di accoglienza della zona: periodicamente lo hotspot deve essere “svuotato” per far fronte ai nuovi arrivi, e in quel caso la prefettura si limita a smistare gli ospiti dello hotspot nei centri più vicini.

In molti, soprattutto in Puglia, finiscono nei “ghetti”. Il più famoso di questi campi si trova a Rignano Garganico, in provincia di Foggia. È attivo da molti anni, ci sono passate migliaia di persone e negli ultimi mesi è sopravvissuto a un grave incendio. Parlando col Post in giugno, Stefano Fumarulo – il direttore della sezione “Sicurezza del cittadino, politiche per le migrazioni e antimafia sociale” della regione Puglia – aveva detto che il “ghetto” sarebbe stato chiuso e che la regione avrebbe costruito dei “complessi abitativi” studiati per le esigenze dei lavoratori stagionali stranieri, così da contrastare le organizzazioni criminali. Il “ghetto” invece è ancora lì: a fine agosto lo ha visitato anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Di recente, Repubblica ha spiegato che il piano della Regione prevedeva un costo di 5 milioni di euro, ma che non è stato «mai realizzato a causa del mancato finanziamento da parte del ministero dell’Interno».

E poi c’è la questione di Senis Hospes, una delle più controverse cooperative che si occupano di accoglienza. Senis Hospes gestisce una trentina di centri di accoglienza di vario tipo, e in passato la cooperativa e i suoi dirigenti hanno già avuto qualche guaio. Nel giugno del 2015, per esempio, un gruppo di ispettori del ministero degli Interni esaminò un centro del sistema SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito a Maruggio, in provincia di Taranto, da Senis Hospes. Gli ispettori riscontrarono l’insufficienza di alcuni servizi e corsi di formazione per i richiedenti asilo e dissero agli operatori a rimediare ad alcuni problemi, come l’assenza di una cucina (da allora la cooperativa ha comprato una cucina e migliorato l’offerta di attività per gli ospiti). Altre volte i guai sono stati più grossi. Fra il 2014 e il 2015, la Corte dei Conti e l’Associazione nazionale anticorruzione contestarono la regolarità di un bando con cui fu affidata la gestione del CARA di Mineo, in provincia di Catania, a un consorzio in cui era presente anche Senis Hospes. Di recente, il presidente di Senis Hospes Camillo Aceto è stato indagato dalla procura di Bari insieme ad altri tre imprenditori di una cooperativa vicina a Senis Hospes, in una vicenda di permessi e appalti su una struttura di accoglienza per minori di Messina.