Le Grand Ghetto

«La cosa peggiore non è la violenza degli uomini malvagi, ma il silenzio degli uomini onesti»
Martin Luther King

25 Novembre 2013

Dopo un lungo viaggio in macchina partito dalla Brianza, io e i miei due amici fotoreporter, Luca Santese e Marco Valli, giungiamo alla meta, il ghetto di Rignano (provincia di Foggia), verso le 10 di sera di lunedì 25 novembre.

Sopranominato dai suoi abitanti “Le Grand Ghetto”, fu edificato circa 20 anni fa su di una vasta area semidesertica, un tempo occupata da uno zuccherificio abbandonato che dava riparo ai molti braccianti stranieri, sfruttati nei campi vicini.

Puglia e Campania sono solo due delle regioni e zone d’Italia dove, da decenni ormai, stranieri provenienti per lo più dall’Africa sono impiegati per la raccolta di prodotti della terra, come pomodori, pannocchie di granoturco. Dopo viaggi estenuanti della durata spesso di qualche mese, sopravvissuti a pericolose traversate del Mediterraneo su mezzi di navigazione inadeguati e mal tenuti, centinaia di uomini di ogni età cercano riparo in casolari abbandonati o accampamenti improvvisati. Per sopravvivere lavorano come braccianti nei campi di raccolta, pagati la miseria di 3 euro per ogni ora di lavoro o per ogni cassone di raccolto riempito, costretti a ritmi di lavoro serrati (fino a 12 ore al giorno) e a maltrattamenti da parte dei proprietari terrieri.

Tornando al ghetto di Rignano, questo è un “villaggio” abusivo e illegale noto a tutti, persino alla polizia, dalla quale viene tollerato ed ignorato. Alle Forze dell’ordine, infatti, sta bene che fiumane di uomini e donne, per lo più senza permesso di soggiorno, vivano confinate in un luogo isolato, distante dalla civiltà. Non è previsto alcun tipo di intervento fino a quando queste persone continueranno a vivere “tranquille” e “rassegnate” (senza perciò rubare o commettere azioni violente) in un luogo che ai miei occhi appare come la periferia del mondo. Poco importa, dunque, la situazione di totale schiavitù di coloro che lo abitano.

Appena arrivati ci accoglie mio zio Abdoul, il macellaio del ghetto, che quel posto lo abita da quasi 20 anni. Parlandoci al telefono, qualche giorno prima di imbarcarci in questo viaggio, gli avevo annunciato il nostro imminente arrivo.
Come avrò modo di capire fin dal primo giorno, è importante avere un contatto, un legame all’interno dell’accampamento, soprattutto se si è forestieri e vi si giunge con lo scopo di apprendere e documentare quella delicata e ingiusta realtà. Come mi verrà spiegato dalla donna che ci ospiterà nel suo casolare, Fatima, la gente è stanca delle continue e mai mantenute promesse di denuncia e riscatto da parte di giornalisti e fotografi che ad ogni momento dell’anno, ma soprattutto in estate, giungono tra le baracche a catturare immagini e storie di vite sospese. Le storie tristi purtroppo vendono molto nella nostra società e questo è dovuto anche alla ragione inconscia per cui leggere di dolori altrui ci fa apparire i nostri meno gravi. Giornalisti seri e meno seri, dunque, paiono rincorrere le vicende più misere e umilianti col solo scopo di guadagnarci. Numerosi sono i casi di risse e pestaggi nei loro confronti: un clima di esasperazione e frustrazione innalza una invisibile corazza auto protettiva verso qualsiasi forma di intrusione, buona o cattiva che sia. Il timore più grande che serpeggia tra coloro che non vogliono essere ripresi e interrogati è l’eventualità che le loro speranzose famiglie in Africa possano in qualche modo leggere gli articoli, vedere le foto che testimoniano la miserevole situazione nella quale essi riversano. Mogli, figli, fratelli in Africa li hanno visti partire colmi di speranza e di buoni propositi. Coloro che intraprendono questi lunghi viaggi difficilmente sono le fasce povere di un paese ma sono uomini benestanti che, rivendendo talvolta terre e beni, portano le loro ricchezze e i loro risparmi in Europa sperando che rendano maggiormente.
Prima di chiudere questa parentesi vorrei aggiungere una ultima considerazione: il popolo africano idealizza l’Europa, film e documentari dal mondo rimandano una idea dei paesi occidentali di ricchezza e benessere a disposizione di tutti. Quanto poco reale sia il loro pensiero lo scoprono purtroppo soltanto giunti al di là del Mediterraneo. A questo punto, stanchi e senza più risparmi, non riescono a tornare indietro. La luccicante immagine di un’Europa disposta ad accogliere e nutrire resta solo un bel sogno irreale.

Dopo averci offerto la cena a base di pezzetti di carne di pecora cotti alla brace, Abdoul mi chiede dove avremmo intenzione di dormire; quando gli rispondo che è proprio in una delle tende del ghetto che vorremmo stare lui stupito e imbarazzato scuote il capo: non può assolutamente permettere che due ospiti, quali sono i miei amici, dormano accampati in quei loculi di legni e cartone. A me accoglierebbe nella sua tenda ma i due ragazzi italiani proprio no: sarebbe vergognoso e inaccettabile alloggiarli in «posto per topi!», come lui lo chiama. Dunque zio propone una soluzione: ci trova tre materassi disponibili in una delle tre stanze che stanno sul retro di un casolare adibito a bar. Fatima, che ho già citato, ne è appunto la proprietaria, e ci vive con la figlia da più di 13 anni: durante i mesi invernali vende cibo e bevande alla gente del quartiere, in estate invece il bar diventa un vero e proprio ristorante a disposizione dei nuovi profughi in arrivo.
I bar sono i centri vitali del ghetto: di giorno, ma soprattutto di notte, i locali si illuminano di fredde e sterili luci multicolore al neon, e diffondono in ogni angolo musica africana ad altissimo volume. Prostitute di ogni provenienza offrono ad ogni angolo la loro compagnia: con apparente e variopinta vivacità queste donne offrono calore e brevi istanti di vitalità, la loro presenza è fondamentale per arginare la dilagante e inesorabile disperazione e frustrazione che non permetterebbe a nessun uomo di sopravvivere in un ambiente tanto alienante.
In questa prima notte di perlustrazione percorro le strade fangose di un campo del quale, a causa del buio, non riesco ancora a cogliere la desolante sconfinata vastità e complessità. La musica e le luci a intermittenza me lo fanno quasi apparire piacevole: l’odore di carne alla griglia, le danze delle donne e le risate degli uomini mi rassicurano un poco, almeno per questa sera.

Le prime luci del giorno mi mostrano il ghetto per quello che effettivamente è: una distesa di capanne e baracche improvvisate a connotare quest’angolo sperduto di deserto pugliese. Ognuno lì si è costruito il proprio alloggio con le sue stesse mani: pali di legno infilati nella nuda terra, fogli di cartone e lamiera legati assieme con dello spago o del filo di ferro, teli di plastica a coprire il tutto per garantire una parvenza di impermeabilità in caso di pioggia. All’interno non vi sono rudimentali pavimenti di assi: i materassi sono accatastati alla rinfusa sul terreno umido, topi e insetti si intrufolano furtivi riconoscendolo come proprio habitat.

Esclusi i vecchi casolari dotati di bagno alla turca e acqua corrente, il ghetto attinge per bere e lavarsi da una grossa cisterna, costruita solo nel 2011. Nello stesso anno, mi spiegano alcuni abitanti, furono sistemati i primi bagni chimici, non essendo stata costruita alcuna fognatura. Numerosi furono i casi di migranti affogati nei canali per l’irrigazione nei quali cercavano acqua per lavarsi e bere. Tremende, aggiungono, erano le condizioni di igiene quando, non essendoci bagni, centinaia di persone urinavano e defecavano nel ghetto, rendendolo una latrina disgustosa a cielo aperto.

Questa mattina, dunque, la situazione mi è tristemente più chiara.

Durante il percorso incontro piccoli negozi che vendono di tutto, dal dentifricio al caffè, macellai, autorimesse e persino una moschea improvvisata: la popolazione del ghetto, infatti, è principalmente musulmana e francofona.
I primi a giungere a Rignano, mi racconta mio zio, furono i migranti dal Mali seguiti poi da Nigeria, Burkina Faso e Senegal.
Ogni estate gli sbarchi sulle coste sud dell’Italia portano ondate di 700/800 persone, tra le quali donne e bambini. Ogni profugo cerca di non sostare troppo tempo nel ghetto: si tenta la fortuna nelle città più a nord ma se si perde o non si trova il lavoro ritornarvi è un percorso inevitabile.

Oggi entriamo subito a contatto con l’esasperazione di chi qui vive ogni giorno.
In fondo al viale che stiamo percorrendo sorge la capanna di un meccanico: salutando entriamo e, mentre con lo sguardo cerco il proprietario, uno dei miei amici, sbirciando tra le lamiere arrugginite di una vecchia auto senza pneumatici, scatta una foto. Quel piccolo suono, ‘click’, accende la miccia di una bomba. Padrone del locale e uomini richiamati dal frastuono, si radunano attorno a noi iracondi, urlando che non si possono scattare foto senza il permesso del proprietario del luogo.
Parlando inizialmente in italiano, poi in francese, in fine in djulà (dialetto del Burkina Faso) racconto che il soggetto della foto era un dettaglio di un’auto e, cercando di rassicurarlo in ogni modo, gli spiego che sono il nipote del macellaio, che mio padre ha vissuto lì per 5 anni, cerco di fargli capire che sono uno di loro. Per ogni animo calmato ne giunge uno nuovo infiammato: capisco che ciò che fa loro più rabbia non sono tanto i miei amici quanto io, loro fratello, io che, consapevole della loro sorte anziché proteggerne l’anonimato porto fotoreporter probabilmente in cambio di un compenso. Vedono in me il ragazzo africano venduto, disposto a vendere la propria gente. Comprendo la loro rabbia così decido che per i prossimi tre giorni io e i miei due amici imboccheremo strade differenti, portando avanti opere di indagine separate.

La prima giornata la concludiamo a Foggia per lasciare che l’atmosfera si calmi e che il disagio che abbiamo portato si dissolva lentamente. Di ritorno a Rignano, sguardi lievemente tesi e diffidenti seguono il nostro cammino. La proprietaria del ristorante nel quale ci fermiamo a mangiare due piatti di riso e fagioli mi guarda spalancando gli occhi: nessun bianco ha mai varcato la soglia del suo locale, nessun bianco ha mai assaggiato un suo piatto. Sorride soddisfatta quando inghiottiamo gli ultimi bocconi.
La fiducia si conquista a piccoli passi.

Le seguenti tre giornate le passo da solo alla scoperta di quella terra di limbo dove la mia gente è costretta a vivere.

Raccogliendo timide confidenze mi rendo conto che ci sono persone, nel ghetto, desiderose di parlare e di sfogarsi, uomini che vivono lì da poco tempo e che, perciò, ancora conservano parzialmente intatta la speranza verso chi dall’esterno giunge qui per portare giustizia.

Ibrahim mi racconta di quando giunse in Italia nel 1990, di come le cose erano diverse: il lavoro non mancava, le persone, più serene, erano meglio disposte verso gli stranieri. Ricorda di quando a Brescia trovò un impiego in una azienda e, guadagnando abbastanza bene, riuscì a portare sua moglie e i suoi figli dall’Africa. 14 anni dopo perse il lavoro e un uomo di 50 anni in epoca di crisi ha ben poca speranza di trovarne un altro di impiego. Ecco dunque che Ibrahim si vede costretto a lasciare la sua famiglia a Brescia per tornare al ghetto di Rignano a raccogliere pomodori nei campi.

Durante i pomeriggi freddi e nebbiosi mi siedo tra coloro che attendono che la raccolta riprenda. Il tempo libero lo passano giocando a dama, a carte o a calcetto. C’è chi, appena guadagna qualche soldo lo spende in scommesse al Totocalcio perdendo spesso tutto, chi risparmia sperando di potersi trasferire in città come Napoli o Rosarno.

Al tramonto carovane di zingari provenienti dai campi nomadi vicini portano nel ghetto ogni sorta di mercanzia da vendere: scarpe, giacche, radio a prezzi molto bassi. Anche italiano con un sigaro tra le labbra vende degli oggetti.
Mi chiedo se ci sia altro contatto tra profughi e italiani.
La risposta mi giunge quando, informandomi sui controlli medici, mi viene detto che una volta a settimana, di solito il lunedì, una macchina medica della Croce Rossa entra a Rignano: file lunghissime di persone si dispongono per ricevere visite e cure gratuite. I casi più gravi vengono mandati, con un foglio esplicativo, al più vicino ospedale. Nonostante, dunque, vi sia un certo controllo sanitario, quasi tutti, nel ghetto, presentano malanni legati soprattutto a infezioni dovute alle scarse condizioni di igiene.

Ciò che mi porto da questa esperienza è la triste consapevolezza di come “le Grand Ghetto” sia la testimonianza e la prova di un paese nel quale, l’integrazione pacifica tra profughi e italiani, sia qualcosa di ancora lontano.
L’essere umano, come tutti gli animali, si adatta a ogni tipo di condizione ambientale nella quale si trova a dover vivere: ho visto uomini formare una coppia solida e stabile con una sola prostituta, per poter ricreare una sorta di piccolo nucleo familiare che potesse fornire calore e conforto, ho ammirato la capacità di non arrendersi e continuare a sperare di certi giovani che, per non perdersi d’animo, si inventano piccole attività (come la Radio-Ghetto), ho anche constatato come la psiche umana protegga creando barriere coriacee di orgoglio e introversione per non lasciare che le umiliazioni di ogni giorno la portino all’auto-distruzione.
Da cittadino del Burkina Faso, da giovane ragazzo emigrante inserito nella società italiana, avrò bisogno di qualche tempo per capire pienamente ciò che ho visto, vissuto e, ancor di più, sentito.

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