(SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Come se l’è cavata Obama in economia?

Non male, racconta su Bloomberg un economista che ha assegnato un punteggio a tutti i presidenti americani dal Dopoguerra

di Richard J. Carroll – Bloomberg
(SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

A seconda dei punti di vista, il presidente statunitense Barack Obama potrebbe essere stato un salvatore dell’economia o aver ottenuto i peggiori risultati di sempre. Una volta messi insieme tutti gli elementi del suo operato in economia, però, come si posizionano davvero i suoi risultati rispetto a quelli degli altri presidenti americani a partire dalla Seconda guerra mondiale? È una domanda importante in vista delle elezioni presidenziali del 2016: gli elettori americani devono sapere in quali casi le politiche economiche di Obama possono essere associate a dei successi – e se è possibile farlo, in generale – e dove è necessario cambiare rotta.

I detrattori di Obama sottolineano il basso tasso di crescita del PIL statunitense e l’aumento del debito registrati durante i suoi mandati. I suoi sostenitori evidenziano invece il calo della disoccupazione e del deficit pubblico, e la crescita del mercato azionario. Nel mio libro The President as Economist: Scoring Economic Performance from Harry Truman to Obama ho usato questi e altri 12 indicatori per assegnare un “punteggio” a tutti i presidenti americani, da Truman in avanti. Il punteggio massimo è 100; zero è il valore medio; i punteggi negativi sono quelli sotto la media.

Obama è in ottava posizione su dodici presidenti ma ha comunque un punteggio positivo, il che indica risultati grossomodo nella media. L’analisi si basa su sei anni completi dei suoi mandati, dal 2010 al 2016 (non ho preso in considerazione i primi due anni, per attenuare gli effetti dell’amministrazione precedente). Non sono risultati formidabili, ma è comunque un miglioramento rispetto al predecessore di Obama, George W. Bush, il cui punteggio è considerevolmente inferiore persino a quello di Jimmy Carter. Nel calcolare il punteggio di ogni presidente, l’analisi tiene conto della situazione che ha ereditato e di quella che ha lasciato, un aspetto che ha sia favorito che ostacolato i punteggi di Ronald Reagan e Barack Obama. Il punteggio migliore è quello di Kennedy, che però è stato presidente per meno di tre anni, durante i quali non ci fu il normale ciclo economico e quindi una recessione. Al secondo posto c’è Truman, che ottenne risultati notevoli, considerando che il periodo di rilevazione è stato di otto anni. È importante anche considerare lo scarto tra le varie posizioni. Nonostante Richard Nixon venga subito dopo Obama in classifica, per esempio, i risultati economici dell’attuale presidente sono decisamente migliori di quelli di Nixon. Come nel caso di Bill Clinton, al quinto posto, e Ronald Reagan, al sesto. Nonostante sia due posizioni sotto, poi, il punteggio di Obama non è poi tanto più basso di quello di Reagan.

Punti di forza e di debolezza

Abbiamo già citato alcuni dei punti di forza e debolezza dei risultati economici di Obama. Aver mantenuto un tasso d’inflazione basso, aver tagliato di due terzi il deficit federale, aver ridotto il tasso di disoccupazione e fatto crescere le esportazioni sono tutti fattori che hanno aumentato il suo punteggio. I critici di Obama potrebbero sostenere che un presidente non ha niente a che fare con l’inflazione. Ma continuerebbero a essere così scettici verso i risultati di Obama se sapessero che il principale valore positivo nel punteggio del Repubblicano Ronald Reagan è stato proprio la riduzione dell’inflazione (nonostante fu Carter, e non Reagan, a nominare Paul Volcker, il presidente della banca centrale americana che ridusse l’inflazione)?

Un altro fattore positivo, importante sia per Reagan che per Obama, è stato il grande miglioramento del prezzo dei titoli azionari. Basandoci solo su questo indicatore, Reagan sarebbe al secondo posto nella classifica dei presidenti e Obama al quarto. Un aspetto negativo è che nonostante la crescita del PIL sia stata positiva per 25 degli ultimi 27 trimestri, durante l’amministrazione Obama il tasso di crescita non è stato entusiasmante. Con il 2,1 per cento, il suo è il quarto tasso di crescita più basso registrato durante i mandati di un presidente, ed è inferiore alla media del dopoguerra del 2,9 per cento.

Un altro indicatore che si perde nelle varie discussioni di parte è la crescita dell’occupazione. Con Obama il tasso di disoccupazione è sceso molto, vero, e questa è una cosa molto positiva. Ma è anche vero che la partecipazione al mercato del lavoro è calata sensibilmente, e questo è un dato che attenua i successi ottenuti sul fronte della disoccupazione. Di quanto, esattamente? Un indicatore che tiene conto del tasso di partecipazione al mercato del lavoro è, semplicemente, l’aumento del numero degli occupati. L’amministrazione Obama può vantare 76 mesi consecutivi di crescita dei posti di lavoro. È un dato molto positivo, ma se consideriamo il calo del tasso di partecipazione, quello sulla crescita dei posti di lavoro è solo dell’uno per cento. Solo tre presidenti hanno avuto un tasso di crescita dei posti di lavoro più basso: i due Bush e, sorprendentemente, Eisenhower. Che la crescita dei posti di lavoro vada regolarmente nella giusta direzione è una cosa positiva, ma non sarebbe male se crescesse più velocemente.

La quota media di debito federale, il suo aumento, la media dei deficit pubblici e la bilancia commerciale sono altri aspetti negativi per Obama, come lo furono anche per Reagan e per i Bush. Per quanto riguarda il bilancio, Obama ha ottenuto risultati positivi in un’area in cui gli altri sono andati male: la riduzione del deficit. Il deficit pubblico di Bush nel 2009 era di 1.400 miliardi di dollari, circa la metà (il 47,4 per cento) del bilancio totale. Il deficit di Obama nel 2015 è stato di 438 miliardi di dollari, il 12,5 per cento del bilancio totale.

Il punteggio economico dei presidenti americani tiene conto del fatto che i problemi generati dall’amministrazione precedente si riversano su quella successiva, almeno per un po’ di tempo. Per questo motivo, la stagflazione di Carter nel 1981 non rientra nei risultati di Reagan, per il quale il periodo di rilevazione inizia nel 1982. I risultati di George W. Bush non riflettono il peso della recessione del 2001 causata dallo scoppio della bolla delle dot-com. Allo stesso modo, il periodo di rilevazione di Obama comincia nel 2010, quando l’economia andava ancora male ma non era più in caduta libera. Un anno di “ritardo” non tiene pienamente conto di effetti più a lungo termine come quelli derivanti dalla liberalizzazione finanziaria di Clinton e della gestione finanziaria di George W. Bush, che portò alla crisi del 2008, ma comprende la maggior parte dei picchi negativi (o positivi) delle politiche delle amministrazioni precedenti.

I punteggi seguono anche uno dei capisaldi dei conservatori: l’aumento dell’intervento del governo federale – misurato attraverso le tasse e le spese in rapporto al PIL – è considerato negativamente nei risultati di un presidente. Più questi numeri sono bassi, come percentuale del PIL, migliore è il punteggio di un presidente. Giusto per essere chiari: l’analisi non segue questo approccio perché un minore intervento del governo è per forza una cosa migliore, ma perché vuol dire che un presidente è stato in grado di ottenere la crescita del settore privato, creare occupazione e così via, usando meno risorse federali. Se un’economia raggiunge risultati migliori con le stesse risorse o con meno risorse, significa che è più efficiente.

I risultati di Obama vanno visti anche nel contesto di alcuni più ampi fenomeni economici, che di sicuro non l’hanno aiutato: la necessità di ridurre il debito al consumo aumentato moltissimo con George W. Bush (il cosiddetto “deleveraging”) insieme alle giacenze eccessive nel mercato immobiliare, e la crescita sotto la media dell’economia globale dopo la crisi finanziaria. Gli effetti negativi di questi fattori si sono trascinati a lungo nell’economia americana, ma non sono stati colpa di Obama. Con l’arrivo della crisi finanziaria del 2008, le persone hanno iniziato a spendere meno. A partire dal terzo trimestre del 2008 il debito al consumo complessivo, che comprende mutui, carte di credito e i finanziamenti per le auto, è diminuito per 19 dei 20 trimestri successivi, con un calo di 940 miliardi di dollari. Questa cifra ora ha ripreso a salire, ma il fatto che i debiti siano ripagati è una cosa positiva, che dovrebbe presentare sotto una luce migliore il punteggio economico di Obama (in modo paradossale, con George W. Bush il debito al consumo complessivo era raddoppiato, arrivando a superare i 12mila miliardi di dollari, eppure durante la sua amministrazione il tasso di crescita americano fu il più basso tra i presidenti del dopoguerra). Nemmeno l’economia globale ha aiutato molto Obama e gli Stati Uniti. Durante gli anni di Obama il tasso di crescita globale si è aggirato tra il 2 e il 2,5 per cento, ben al di sotto di quanto registrato durante le amministrazioni di Reagan, Clinton e George W. Bush.

Qual è quindi la valutazione dei risultati economici di Obama? Se si considerano la lenta crescita globale e la riduzione del debito al consumo interno, quanto fatto da Obama con il suo approccio piuttosto calmo e prudente è un punto dal quale ripartire, non da buttare via.

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